La parabola delle dici vergini
La parabola delle dici vergini

 

 

di Alberto Strumia

 

Domenica XXXII del Tempo Ordinario (Anno A)

(Sap 6,12-16; Sal 62; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13)

In una bella antica preghiera che la tradizione cristiana suggeriva (e suggerisce tuttora: oggi si trova anche come orazione della Messa del giovedì dopo le Ceneri) di recitare prima di iniziare un’attività della giornata, si dicono queste parole: «Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostro parlare ed agire abbia sempre da te il suo inizio e in te il suo compimento (Actiones nostras, quæsumus, Domine, inspirando præveni et adiuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te coepta finiatur)».

È una vera e propria catechesi, una sintesi di metafisica e teologia. In questa preghiera si spiega che ogni nostra azione, è ispirata da Dio, con il “soffio” (Spiritus) del Creatore, alla nostra mente e alla nostra libera volontà, nel senso “forte” di essere “creata” in noi da Dio (in linguaggio teologico si parla di “premozione fisica”). Il Creatore “crea”, “dà l’esistenza” a tutto ciò che esiste, anche ai nostri pensieri, alle nostre scelte che Lui vuole libere, che senza la Sua azione creatrice non esisterebbero neppure. È bello e importante avere presente alla mente il fatto che mentre stiamo pensando Lui crea (dà l’esistenza ai nostri pensieri); mentre prendiamo una libera decisione, Lui dà l’esistenza alla nostra libera azione, che è un “ente creato” come tutte le altre cose che esistono.

Questa azione di Dio fa esistere i nostri pensieri e la nostra stessa libera volontà, che Egli crea, momento per momento, con la capacità di agire liberamente: in questo senso si dice che previene (il latino inspirando praeveni, è più forte del semplice italiano “ispira” che non rende), perché “precede” quello che stiamo facendo dandogli l’esistenza. Il nostro essere è “tenuto in braccio” paternamente/maternamente da Dio per consentirci di essere e fare quello che stiamo facendo. In questo senso si parla della Provvidenza divina, che “provvede” prima di tutto l’esistenza, e dà la capacità di proseguire per compiere ciò che si è iniziato («accompagnale con il tuo aiuto [adiuvando prosequere]»). Dai loro l’esistenza e le conservi esistenti nel loro agire.

Nelle letture di questa domenica troviamo due “parole” che esprimono questo modo di operare di Dio. A prima vista sembrano contrastanti, mentre, alla luce di quanto si è detto, sono complementari.

– Da un lato si dice che «lo sposo tardava» (Vangelo).

– E dall’altro si dice che la Sapienza di Dio «previene coloro che la desiderano» (prima lettura). C’è insieme un tardare, un venire dopo e un prevenire, un anticipare, nel modo di operare del Signore. Ed è importante, per noi, imparare a cogliere il valore anche pedagogico di questo metodo.

Ma in che modo si impara a vivere, sapendo che ciò che esiste è prevenuto, prima ancora che ce ne accorgiamo? La risposta è “affidandosi” (fidandosi: è la fede!) al Signore come nell’abbandono del sonno, in un addormentarsi che dà riposo, rimuovendo l’ansia dell’attesa dello Sposo che ha promesso di arrivare al tempo debito che solo Lui conosce esattamente.

Nella parabola delle dieci vergini Gesù anticipa, in una delle sue profezie, la notizia di quello che a noi appare come un suo ritardo negli eventi della storia. L’umanità, e soprattutto i suoi fedeli discepoli più previdenti (le vergini sagge della parabola), devono prepararsi ad affrontare la coerenza della logica di questo anticipare la notizia del ritardo. Tutto ciò è indispensabile da capire per quanto stiamo vivendo e sperimentando anche nei nostri giorni. Dio crea, in anticipo, le condizioni del Suo intervento nel cuore (la coscienza) degli uomini; e il Suo intervento tarda, nel senso che segue a tempo debito la Sua azione anticipatrice.

«Lo sposo tardava». L’esperienza che ci tocca di più, in un momento della storia umana tanto oscuro, che Satana è riuscito ad intaccare dall’interno, con i suoi errori, anche la vita della Chiesa, è proprio quella di dover aspettare l’intervento diretto del Signore, per raddrizzare il cuore, le coscienze degli uomini. Aspettare di più di quanto avremmo previsto, di quanto pensiamo di poter resistere («Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato», Mt 24,13). Il nostro calcolo del tempo non torna mai perché istintivamente facciamo i conti tenendo conto delle sole nostre forze, non fidandoci abbastanza del Suo sostegno, della Sua Grazia. Allora l’attesa ci pesa e la avvertiamo più lunga del sopportabile.

Quando si sta male, si è in conflitto con la vita, la nostra natura umana prevede una forma di autodifesa, quella del sonno. Anche le vergini della parabola sono dotate dalla natura di questa forma di difesa e «si assopirono tutte e si addormentarono», le sagge come le stolte. La Grazia, simboleggiata dall’olio delle lampade, si appoggia (supponit) sulla natura e la natura (simboleggiata dal vasetto contenitore dell’olio) le rende il favore di aiutarci a custodirla fino al tempo debito e opportuno. Le vergini sagge sono i cristiani che si procurano la Grazia mediante i Sacramenti, quelle stolte sono quelle che “consumano” la Grazia del Battesimo senza preoccuparsi di rifornirsene per tempo, in attesa dello Sposo. Un’attesa che conosce anche la notte dell’apostasia come ai nostri giorni, nella quale è difficile trovare aperti i venditori dell’olio (quando è difficile anche l’accesso alle chiese e i ministri sono pochi). Questo sonno delle vergini corrisponde al tempo di attesa di un intervento diretto di Dio nella storia del nostro tempo nel quale lo Sposo tarda a venire; un tempo che la parabola di oggi ci invita a vivere con la fiducia di chi, sfinito come lo siamo noi, e al tempo stesso sereno in forza della fede, si abbandona, riposando come nel sonno, in Dio che è la Sapienza.

Le vergini stolte si sentono negare l’olio della Grazia dalle sagge, alla loro richiesta, perché non sta in loro il potere di dispensarla, ma occorre rivolgersi ai “ministri” (i venditori); se pretendessero di poterlo fare otterrebbero il solo risultato di perderla anche per se stesse («No, perché non venga a mancare a noi e a voi»). Non ci si deve ridurre troppo tardi per procurarsela, quando, terminata la vita terrena, ci si trova ormai irreversibilmente di fronte al giudizio dello Sposo, quando si rischia di sentirsi dire :«In verità io vi dico: non vi conosco», perché non lo si è mai andato a frequentare prima, durante la vita, al tempo del fidanzamento.

Affidandoci alla Vergine Maria, la più saggia delle Vergini e lasciandoci istruire da lei, impareremo quella vigilanza («vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora») che è indispensabile soprattutto nel nostro tempo, forse unico nella storia dell’umanità e della Chiesa, nel quale tutto si confonde nella notte della confusione e del dubbio, dell’ambiguità e del cattivo uso del potere, eccetto che per le vergini sagge che hanno la lampada della fede sempre ben alimentata dall’olio della Grazia che garantisce loro di avere la luce dello Spirito.

Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam!

8 novembre 2020

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

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