Donald Trump e Benjamin Netanyahu (cropped) - (foto ufficiali. Fonte Wikipedia)
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (cropped) – (foto ufficiali. Fonte Wikipedia)

 

Tra calcoli di potere, revisionismo regionale e il rischio di una nuova Libia: perché il conflitto lanciato da Trump e Netanyahu rischia di seminare instabilità per decenni

 

di Sabino Paciolla

 

«Una guerra senza senso, dall’esito imprevedibile»: così Lucio Caracciolo, direttore di Limes e tra i più acuti analisti geopolitici italiani, descrive il conflitto in corso contro l’Iran in una recente intervista al Fatto Quotidiano. Un conflitto che, secondo Caracciolo, nasce da una relazione opaca e contrastata tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump — e in cui aleggia persino lo spettro del ricatto. Il premier israeliano, a sua lettura, avrebbe un solo obiettivo chiaro: la guerra infinita in Medio Oriente, uno strumento per mantenersi al potere indefinitamente per allontanare i processi per corruzione che lo attendono, disinteressandosi delle conseguenze per Israele stesso. Trump, dal canto suo, sarebbe un attore mosso da pulsioni narcisistiche, dalla smania di apparire come pacificatore storico, e — secondo Caracciolo — potenzialmente vulnerabile a pressioni legate al caso Epstein. Alcuni, come il repubblicano Thomas Massie, ritengono che l’attacco all’Iran sia un’altra mossa tattica del Presidente per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da uno scandalo inquietante. Bombardare un paese dall’altra parte del globo non farà sparire i file di Epstein, ha scritto su X Massie.

Il risultato è una guerra che si configura come un affare privato tra due leader politicamente assediati, ma i cui costi — in vite umane, destabilizzazione regionale, scombussolamento economico globlale, rischi di escalation, alimentazione di una nuova generazione di terroristi — ricadono su tutti gli altri: gli europei, i paesi del Golfo, i civili iraniani, e in ultima analisi l’intero sistema di sicurezza globale. Come osserva Caracciolo, «noi europei e italiani» siamo particolarmente esposti: rischiamo di finire «nel mirino della rappresaglia» o di essere costretti a mettere a disposizione asset militari che diventerebbero automaticamente bersagli.

 

Lo spettro della Libia: quando eliminare un regime genera il caos

Per comprendere dove questa guerra potrebbe portare, vale la pena richiamare un precedente inquietante: la Libia. Sotto il regime di Gheddafi, il paese viveva un equilibrio brutale ma funzionale. Quando Stati Uniti e paesi europei decisero di rimuoverlo nel 2011, aprirono un vuoto che in poco tempo si trasformò in guerra civile permanente, traffico di esseri umani, proliferazione di milizie. Un caos che dura ancora oggi. 

Le vittime delle due guerre civili in Libia dal 2011 a oggi – incluse quelle causate da fame, malattie o crimini correlati – ammontano, secondo alcune stime, a circa 50.000, su una popolazione di 7,5 milioni di abitanti. Dio non voglia, ma cosa potrebbe succedere se una sciagura simile dovesse ripetersi in Iran, un paese con una popolazione di gran lunga superiore: 93 milioni di abitanti?

Il Medio Oriente pre-7 ottobre 2023 aveva — come ricorda un’analisi del Washington Post — una sua logica interna, «per quanto brutale»: l’Iran come elemento di disturbo, l’America come garante, Israele come potenza contenuta, gli Stati del Golfo come finanziatori della stabilità. Un sistema disfunzionale, certo, ma riconoscibile e in qualche modo prevedibile. La guerra attuale sta smantellando quest’ordine senza che sia chiaro cosa vi sostituirà. Il rischio — reale e concreto — è che il Medio Oriente post-conflitto assomigli alla Libia su scala regionale: un teatro di instabilità cronica, dove i vuoti di potere vengono riempiti da milizie, fondamentalismi e conflitti per procura.

 

Le ragioni ufficiali e quelle reali

Come ogni guerra moderna, anche questa è stata presentata al grande pubblico con motivazioni apparentemente nobili: liberare gli iraniani da un regime teocratico, scongiurare il rischio nucleare, bloccare il programma missilistico, recidere i legami con i gruppi proxy come Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Obiettivi che trovano, almeno in parte, riscontro nel dibattito degli analisti, come mostra l’articolo di Nate Swanson su Foreign Affairs.

Ma guardando oltre la superficie, emerge un quadro strategico più freddo e cinico. La vera posta in gioco sembra essere il regime change funzionale a riposizionare Israele come attore egemonico unico della regione, con il ruolo di proxy privilegiato degli Stati Uniti. E sullo sfondo, il controllo delle rotte e delle risorse energetiche mediorientali in chiave anti-cinese: la Cina era, fino a ieri, il principale cliente del petrolio iraniano, e la sua esclusione dal sistema energetico regionale rappresenta un vantaggio strategico significativo per Washington. Come sintetizza il Washington Post: «Il cosiddetto Grande Satana [così l’Ayatollah Khomeini definiva gli USA, ndr] sembra più il Grande Decisore».

 

Il vecchio ordine è finito. Il nuovo non è ancora nato

Il 6 ottobre 2023 era un mondo diverso. Hamas governava Gaza. Hezbollah teneva in ostaggio il Libano. Assad sedeva a Damasco. Gli Houthi controllavano la costa yemenita. Dietro di loro, l’Iran finanziava e armava l’intera rete. Venticinque mesi dopo, questo ordine è crollato. Sinwar, la mente e l’artefice del “7 ottobre”, è morto. Khamenei è stato ucciso in un attacco aereo congiunto USA-Israele. Assad è in esilio a Mosca. Hezbollah continua a sparare, ma è decapitato. Gli Houthi resistono tra le montagne dello Yemen.

Quello che emerge al loro posto, tuttavia, è un sistema ancora informe. Accanto ad un Iran destabilizzato e con un futuro assolutamente incerto, almeno al momento in cui scrivo, Arabia Saudita e Turchia si stanno riposizionando — Riad con il suo peso economico, Ankara con la sua agilità geopolitica — ma nessuna delle due si fida dell’altra, e nessuna delle due si fida pienamente né degli USA né di Israele. Come sottolinea il Washington Post, «ciò che nessuno di loro può ancora vedere è la forma che assumerà la cosa che sta nascendo». La cosa che più preoccupapa è che la caduta dell’asse iraniano, inoltre, non garantisce affatto la fine del terrorismo. Anzi: seminando odio su scala regionale, questa guerra rischia di moltiplicare il numero di coloro disposti a combattere con qualsiasi mezzo. E le ragioni di questa resistenza ad oltranza sono presto dette.

 

Khamenei martire: il rischio che il regime si consolidi dall’interno

C’è un aspetto che Trump e Netanyahu sembrano aver deliberatamente ignorato, e che l’analisi di Arta Moeini su UnHerd mette in luce con lucidità: l’Ayatollah Ali Khamenei non era un capo di Stato. Era una guida religiosa per circa 200 milioni di sciiti nel mondo. La sua uccisione durante il Ramadan — mentre digiunava e supervisionava la resistenza — lo ha immediatamente trasformato in un martire nella tradizione sciita, evocando la morte dell’Imam Ali, fulcro della memoria collettiva di questa branca dell’Islam. Infatti, il califfo Imam Ali, cugino e genero del profeta dell’Islam Maometto, è considerato dallo sciismo il suo primo Imam. Anche lui, come Khamenei, è stato ucciso.

Nella teologia politica sciita, il martirio non è una sconfitta: è una trasfigurazione. Converte la perdita politica in vittoria morale, mobilita i fedeli, rafforza la coesione ideologica. Come scrive Moeini, «la morte di Khamenei potrebbe alla fine rafforzare il nucleo ideologico della Repubblica Islamica più di quanto abbia mai fatto il suo governo decennale». Una guerra condotta dall’alto, con aerei e missili di precisione, non intacca questa dinamica simbolica. Anzi la alimenta, confermando la narrativa del regime — quella di un Iran vittima giusta di potenze imperialiste — proprio nel momento in cui il regime ne aveva più bisogno. Le Guardie della Rivoluzione, già vero centro del potere iraniano, ne usciranno probabilmente rafforzate, non indebolite.

Gli Stati Uniti e Israele stanno cercando “truppe sul campo” per evitare di schierare le proprie forze. Tuttavia, a parere di Mohammad Mansour, nella sua analisi su Aljazeera, a nulla varrà il tentativo di Washington di «utilizzare i combattenti curdi come proxy usa e getta» a «a fungere da forza di terra contro il governo centrale iraniano». La «strategia non mira semplicemente al rovesciamento immediato del governo, ma allo “smantellamento dell’Iran” incitando movimenti separatisti come preludio al suo collasso». L’impresa è tuttavia piena di rischi e non fa memoria degli avvenimenti della storia, in quanto «per i curdi, agire come punta di diamante degli americani ha storicamente portato al disastro». 

 

La trappola che Trump si è costruita: nessuna exit strategy, nessun piano per il dopoguerra

A rendere ancora più precario il quadro è la totale assenza di una strategia per il dopoguerra da parte dell’amministrazione Trump. Come analizza Swanson su Foreign Affairs, il presidente ha costruito per sé una trappola: ha posto l’Iran di fronte a una scelta binaria — o un accordo totale che include la rinuncia al nucleare, al programma missilistico, all’utilizzo di alleati come proxy e la concessione della libertà interna oppure la guerra — senza prevedere vie d’uscita intermedie o che fossero minimamente accettabili. Sembravano fatte per essere rifiutate e quindi dare il destro agli USA per attaccare l’Iran. A molti, le trattative diplomatiche sono sembrate più una messa in scena per dar tempo a USA e Israele di completare il dispiegamento delle forze militari piuttosto che un vero tentativo diplomatico di evitare la guerra. A queste clausole capestro, che di fatto mettevano una pietra tombale sulle capacità iraniane di difendersi da Israele, l’Iran mai avrebbe ceduto e mai cederà alle proprie condizioni di sopravvivenza, nemmeno sotto pressione militare.

Peggio ancora: le motivazioni di Trump sono «varie e poco chiare», un mix di desiderio di gloria storica, volontà di differenziarsi da Obama, e la convinzione — alimentata dai successi in Venezuela — di poter replicare formule decisioniste e rapide nei risultati ovunque. Questa nebbia di obiettivi lo rende impreparato a gestire una ritorsione iraniana che potrebbe rivelarsi «inaspettatamente letale», e «un conflitto molto più lungo e potenzialmente dannoso per Washington.». L’Iran sa di non poter vincere contro gli Stati Uniti in campo aperto, ma ha tutti gli incentivi — e ancora alcuni strumenti — per infliggere il massimo danno possibile: colpire basi americane nella regione, attaccare le infrastrutture energetiche del Golfo, destabilizzare le rotte marittime nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz. Un’escalation che potrebbe trascinare tutti verso un conflitto senza via d’uscita, destabilizzando al contempo l’economia globale. Indici di quest’ultimo aspetto, a solo una settimana dall’inizio della guerra, sono il prezzo del petrolio (Brent), aumentato del 54% circa, ed il gas (TTF), aumentato del 100% circa.

prezzo BRENT (sin) e TTF Gas (destra) al 09.03.2026 ore 09.30

prezzo BRENT (sin) e TTF Gas (destra) al 09.03.2026 ore 09.30

Dopo la guerra, la diplomazia resta l’unica strada

Trump sembra convinto che, una volta silenziati i missili, basterà appellarsi agli iraniani perché «prendano il controllo» del loro governo. Ma come avverte Suzanne Maloney su Foreign Affairs, questa visione ignora la profondità delle radici religiose e istituzionali del regime. Anche se la teocrazia non verrà completamente ristabilita, i resti del sistema rivoluzionario iraniano rimarranno probabilmente intatti: ben armati, radicati nelle strutture dello Stato, pronti a sopravvivere come hanno già fatto nel 1979, nel 1989, e in ogni crisi successiva.

Questo non significa che il cambiamento sia impossibile. Ma significa che non arriverà da una campagna aerea. Maloney indica chiaramente che la diplomazia — seria, paziente, attenta agli interlocutori giusti — rimane l’unica via per influenzare il futuro politico dell’Iran senza precipitare la regione in un caos permanente. Washington, scrive, deve evitare accordi che consolidino il potere dell’élite attuale, ma deve anche riconoscere che senza un impegno diplomatico strutturato, chiunque prenderà il potere a Teheran sarà probabilmente più intransigente, più allineato con le Guardie Rivoluzionarie, e meno disposto al dialogo di quanto fosse Khamenei. Situazione quindi ad alto rischio e potenzialmente diretta verso un vicolo cieco,.

 

L’alleanza militare che rischia di spaccarsi sulla politica

A complicare ulteriormente il quadro c’è la natura stessa dell’operazione militare in corso. Come documenta Dana Stroul su Foreign Affairs, questa è la prima vera operazione militare congiunta tra USA e Israele dalla Seconda Guerra Mondiale: intelligence fusa, obiettivi divisi, rischi condivisi. Un’integrazione senza precedenti, costruita su decenni di cooperazione e accelerata dopo il 7 ottobre 2023.

Ma questa vicinanza operativa si scontra con una frattura politica sempre più profonda tra i due popoli. I sondaggi americani mostrano che il 60% dei cittadini disapprova la guerra e vuole che Trump ottenga l’approvazione del Congresso per proseguire. La simpatia degli americani per Israele è crollata dal 60% nel 2020 all’attuale 36%. Nella base MAGA stessa crescono voci critiche verso un’alleanza che sembra trascinare gli USA in un conflitto non voluto. Si vedano, a tal proposito, le aspre critiche del famoso giornalista Tucker Carlson ed altri componenti del MAGA. Se — come è tutt’altro che improbabile — l’amministrazione Trump uscirà ammaccata dalle prossime elezioni, con rischi di impeachment  per il presidente (accuse penali personali), il ritiro americano dal teatro iraniano diventerà quasi inevitabile e forse rapido. Lasciando, ancora una volta, un teatro di macerie senza un piano, senza una visione, senza nessuno disposto a pagare il conto di una guerra cominciata da altri.

È questo, in fondo, il giudizio più severo che si può formulare su questo conflitto: non è solo una guerra sbagliata. È una guerra privata nei suoi moventi e collettiva nelle sue conseguenze. Una guerra che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente per decenni — ma non nel senso della pace, della libertà o della stabilità. Nel senso del caos.

 

 

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