Matrimonio egualitario, rivoluzione antropologica, omofobia, dinamiche totalitarie, crisi dei concetti tradizionali di famiglia e genitorialità. Sono solo alcune delle parole e delle espressioni che sono entrate prepotentemente nel dizionario del dibattito pubblico, ultimamente anche in Italia in seguito alle vicende legate all’introduzione delle Unioni Civili. John Waters è un giornalista irlandese noto per la sua ferma opposizione al referendum che nel 2015 ha fatto si che l’Irlanda divenisse il primo paese al mondo ad inserire nella Costituzione, per via referendaria, la parità tra matrimonio eterosessuale e quello omosessuale.

Riprendo questa interessante intervista a al giornalista John Waters curata da Carlo Mascio per Matchman che, benché del 2016, risulta sempre molto attuale.

John Waters, scrittore e giornalista irlandese

John Waters, scrittore e giornalista irlandese

 

 

Mr. Waters, nel 2015 l’Irlanda è diventato il primo paese al mondo ad inserire nella Costituzione, per via referendaria, la parità tra matrimonio eterosessuale e quello omosessuale. Sappiamo che Lei si è battuto fortemente per impedire che questo potesse accadere. Ci può spiegare il motivo di fondo che l’ha spinta a scendere in campo?

I motivi erano tanti. Il più importante era l’idea che, equiparando costituzionalmente una coppia gay con quella tra un uomo e una donna, cioè padre e madre, l’emendamento serviva a dissolvere il significato di un concetto fondamentale come quello di “naturale”, com’è in effetti la capacità procreativa della coppia maschio/femmina. Sostenendo l’ «uguaglianza» per le relazioni omosessuali, la Costituzione irlandese non può più estendere la sua protezione alle relazioni genitori-figli basate sulla biologia, in quanto ciò può essere considerato discriminatorio nei confronti delle relazioni che, per loro natura, escludono la possibilità di genitorialità biologica per entrambi i partner. La modifica equivale quindi ad una negazione della natura e del microcosmo fondamentale della famiglia umana che risale agli inizi della specie. Ed è davvero così radicale. Ho anche deciso di combattere l’emendamento quando ho osservato la natura essenzialmente fascista della lobby gay in azione, rendendomi conto che in realtà questo movimento aveva raggiunto una comprensione profonda delle tecniche manipolative che, di fatto, hanno consentito di bypassare la democrazia.

Proprio per le sue posizioni contro il matrimonio gay lei è stato etichettato come “omofobo” e “bigotto” probabilmente anche da chi fino a poco tempo prima lavorava con lei. Raccontando brevemente la sua esperienza, ci può dire il perché di questa reazione violenta?

L’accusa di omofobia è stata mossa contro di me prima di tutto da una drag queen in televisione, senza alcuna prova. In seguito lei ha ritirato l’accusa e poi l’ha riproposta, anche se nulla di nuovo fosse effettivamente accaduto. In gran parte, tutto questo è dovuto al fatto che sono cattolico, e, grazie a questa circostanza, ho potuto sperimentare il paradosso di essere accusato di bigottismo da persone che, nel fare ciò, esercitavano e mostravano il proprio bigottismo. In realtà, anche se io sono un cattolico, la mia obiezione alla ridefinizione del matrimonio non è derivata principalmente dalla dottrina cattolica, bensì è il risultato della mia esperienza come sostenitore dei diritti dei padri e dei figli. Ma niente di tutto questo è stato preso in considerazione, dato che l’intero establishment dei media in Irlanda si era trasformato in un vero linciaggio, andando continuamente alla ricerca di persone da accusare di bigottismo, sia che l’accusa fosse fondata sia che essa non lo fosse. La reazione dei miei cosiddetti colleghi giornalisti sarebbe stata scioccante per me se non fossi stato a conoscenza già da tempo della grottesca corruzione ideologica che infetta praticamente tutto il giornalismo moderno, situazione che peggiora sempre di più  a causa della concorrenza del web. Ho constatato questo anche prima, anzi proprio dal momento in cui ho iniziato a scrivere di paternità, ormai quasi 20 anni fa. È una storia molto lunga, che spero di raccontare in modo più appropriato in un libro di prossima pubblicazione.

Nel corso della conferenza che ha tenuto a Roma lo scorso 4 marzo per la Fondazione Magna Carta, lei ha affermato: “Le lobby gay sono gestite da soggetti invisibili che progettano qualcosa di più radicale: no i diritti dei gay o diritti umani, bensì togliere i diritti ai padri e alle madri”. Perché questi “soggetti invisibili” hanno questo obiettivo? In sostanza, se a “guadagnarci” non sono le famiglie, i padri e le madri e nemmeno i gay, allora tutto questo va a vantaggio di chi?

In realtà, l’aspetto che ho voluto sottolineare è che le campagne sul matrimonio gay sono solo un elemento di un quadro molto più ampio, che è essenzialmente quello di cambiare la natura stessa e il significato dei concetti di “famiglia” e “genitorialità”. Ho spiegato le origini di questa ideologia, facendo riferimento alla Scuola di Francoforte, che ha cercato di reinventare il marxismo come arma culturale volta a regolamentare i rapporti umani, la famiglia e la genitorialità. In ogni caso, possiamo notare un elemento importante: le stesse categorie di attivisti sono coinvolte in una serie di questioni diverse ma tra loro strettamente collegate, questioni che sono vagamente classificate come “libertà”, quali aborto, matrimonio gay, maternità surrogata, ecc.  In un certo senso, il matrimonio gay altro non è se non l’ariete che viene utilizzato per demolire i modelli normativi e quanto viene dato per scontato. L’obiettivo a lungo termine è quello di trasferire il ruolo di “genitore di diritto” dai genitori reali allo Stato, al quale poi sarebbe consentito di “riallocare” i bambini ad altri adulti, più o meno a suo piacimento. Se tutto questo appare inverosimile, vorrei semplicemente chiedere alle persone di riflettere a partire da quando hanno iniziato a considerare il matrimonio gay come un evidente diritto “umano” e “civile”. Oppure,  inviterei a guardare il loro giornale “liberale” preferito ed eseguire un controllo, analizzando a partire da quale momento questo ha effettivamente cominciato a pubblicare articoli sul matrimonio gay. La maggior parte delle persone rimarranno molto sorprese dal risultato di tale indagine.

In Irlanda, il governo di centrosinistra guidato da Enda Kenny è uscito sconfitto dalle ultime elezioni politiche, tanto da non avere più la possibilità di formare una maggioranza con il suo alleato di governo, il partito laburista, anch’esso pesantemente ridimensionato.  Secondo lei, in quale misura la sconfitta è stata determinata dall’appoggio fornito dal premier irlandese all’introduzione del matrimonio gay?

Ad una prima lettura molto superficiale, si dovrebbe dire che non vi è alcuna connessione tra il risultato delle elezioni e il referendum. I due eventi, infatti, sono di natura ben diversa. Eppure, ci sono indizi a dir poco interessanti che vanno in questa direzione. Non solo il fatto che il partito laburista – che era il più forte sostenitore del matrimonio gay fra i due partiti di governo – è passato da 37 a soli 7 seggi in Parlamento, ma anche il fatto che tra le “vittime” ci sono alcuni dei protagonisti principali della questione. Non pretendo di affermare che il risultato sia una diretta espressione del dissenso o della disapprovazione. Certamente, il profilo degli elettori che si sono recati al voto questa volta probabilmente è stato molto differente rispetto al referendum: molti elettori più anziani che hanno votato questa volta non avrebbero votato affatto l’emendamento costituzionale dello scorso anno, e molti degli elettori che hanno votato per la prima volta con il referendum non avrebbe votato questa volta – per cui non ritengo che le persone scontente abbiano votato contro il governo solo a causa del matrimonio gay. La vedo più come la risposta di persone che sono state deluse su più campi – in particolare sul campo dell’economia e sulle altre questioni connesse –persone che hanno creduto veramente di essere rappresentate da questo governo, che si sono fidate di quello che hanno detto i nostri politici relativamente alla difesa dei nostri interessi in Europa e così via, ma che poi hanno constatato che il risultato effettivo era molto vicino al contrario delle loro aspettative. Ho la sensazione che, nel risultato delle elezioni, ci sia questo messaggio tra le righe: “ci hai promesso giustizia ed equità e tutto quello che ci ha dato è stato il matrimonio gay!”. Non è un messaggio palese, ma più sottile, un po’ nascosto, come si addice ad una situazione in cui il bullismo, la colpevolizzazione e la demonizzazione sono state le armi più visibili utilizzate da quelli che spingevano per il cambiamento. Pertanto, vedo il risultato come l’espressione di una reazione profonda contro questa censura e l’essere stato vittima di questo bullismo: una specie di ruggito di rabbia metafisica che viene fuori prevalentemente dalla pancia dell’elettorato.

Ormai la maggior parte dei paesi europei sta portando avanti la campagna per i diritti LGBT. Tuttavia, i paesi dell’Est Europa, che cercano di difendere la famiglia tradizionale, affermano qualcosa di interessante a tal proposito: “Noi sappiamo bene cosa significa subire una ideologia [riferendosi all’ideologia comunista], per questo non vogliamo subirne un’altra. Ecco perché vogliamo tutelare il matrimonio tra uomo e donna nella Costituzione”. Cosa ne pensa? Veramente i paesi dell’Est Europa sono maggiormente in grado di riconoscere quando è in azione una ideologia?

Questo è molto interessante. Mi è stata rivolta una domanda simile che sosteneva però il fatto che questi paesi hanno una mentalità principalmente “tradizionalista” in molti casi dovuta ad una ricca eredità cattolica, ma non ho trovato tanto convincente questa argomentazione. Nell’esperienza che ho vissuto, la Chiesa cattolica ha avuto paura di esprimersi con chiarezza su questo problema a causa della sua vulnerabilità relativa alla questione degli abusi sessuali sui bambini. Per questa ragione, i paesi che si basano su quello che viene chiamato “tradizionalismo” soccomberanno presto o tardi all’impeto del matrimonio gay, che è praticamente irresistibile a causa dell’abilità dei suoi fautori nell’utilizzo delle tecniche di propaganda, di indottrinamento sociale e di accesso alla mentalità di massa della società tecnologica moderna. Quello che penso è che il mondo non potrà vedere la follia di questa prospettiva fin quanto tutte le sue conseguenze non si siano manifestate nella realtà. Questo significa che, nel tempo, i paesi che hanno deciso di cambiare le loro Costituzioni e i sistemi giuridici al fine di estendere quello che è chiamato “matrimonio egualitario” alle coppie gay, saranno costrette ad ammettere che questo è stato un drastico errore. Mi interessa l’idea che le società con una più marcata esperienza di totalitarismo ideologico possono  avvertire i pericoli prima di altri. Ci può essere qualcosa di interessante in questo. Ma vorrei sottolineare che la cultura giovanile ora è profondamente contaminata da queste ideologie e questi paesi subiscono l’influenza di tali culture giovanili e culture pop allo stesso modo degli altri. Per questo resto della mia opinione, anche se non è impossibile il fatto che lì possa emergere un barlume di speranza.

Da più parti si sente dire che i matrimoni e le adozioni gay sono parte integrante di un preciso “progetto antropologico” messo in atto anche con “dinamiche totalitarie”.  Cosa ne pensa? E’ azzardato parlare di “dinamiche totalitarie”?

Non è esagerato. La natura del progetto è proprio questa. I suoi metodi, come ho spiegato nella mia relazione a Roma, sono profondamente totalitari, poiché si basano sulla propaganda, sulla demonizzazione, sulla colpevolizzazione dei potenziali dissidenti assunti a capro espiatorio, sulla storpiatura di concetti e parole di uso quotidiano, e così via. Tutte queste armi vengono indirizzate alla reinvenzione dell’ antropologia umana, sotto le mentite spoglie della “parità”. Infatti, basta analizzare la questione anche solo per un breve momento per rendersi conto che l’ “uguaglianza” proposta è pari ad una riduzione dei diritti e delle tutele che attualmente sono estese alle famiglie regolari e alle naturali relazioni tra genitori/figli. In tal modo, questi diritti vengono fusi con i nuovi diritti delle famiglie gay, ricevendo però una tutela molto inferiore rispetto a prima. Questo è un aspetto talmente ovvio che sembra strano che non sia stato compreso dalle varie società che fino ad ora hanno accolto il matrimonio gay, ma è evidente che si tratta – appunto – di un omaggio al potere totalitario del movimento in azione e del suo messaggio.

Oggi si sente parlare spesso di “crisi della paternità e della maternità” e, di conseguenza, “crisi della famiglia”. Secondo lei qual è la vera origine di questa crisi?

Le radici di questa crisi derivano essenzialmente dalla perdita del senso della trascendenza nel mondo moderno. Una famiglia è una forma di trinità, proprio come il Dio cristiano, che è Trinità. Queste due trinità sono profondamente legate tra loro nella dottrina cattolica, ma il mondo rigetta questa realtà ereditata perché si crede più “razionale” rispetto a quelli che sono venuti prima. L’uomo cerca un nuovo modo per dimostrare il suo potere. Pertanto “spodestare” Dio dal trono appare quindi una buona via per realizzare questo. Il padre a capo della famiglia è stato infatti la prima vittima di questo processo, proprio a causa della connotazione di Dio come Padre. Questo è stato un obiettivo chiave della Scuola di Francoforte e, successivamente, delle ideologie associate ai movimenti libertini degli anni sessanta. In realtà, ciò che sta accadendo è il rifiuto radicale dell’ autorità in tutte le sue forme. Pertanto, ci stiamo spostando verso tutto ciò che è opposto: verso tutto ciò che non è normale, non normativo, non evidente, non di senso comune.

Lei ha detto più volte che è necessario condurre una “guerra di buon senso per difendere la verità dell’uomo”. Alla luce di quanto detto fino ad ora, dal suo punto di vista, quali sono gli strumenti per condurre questa “guerra” e qual è la via da seguire per uscire da questa “crisi antropologica”?

Questa è una bella domanda. Nel referendum dello scorso anno in Irlanda, ho notato che anche persone che sembravano abbastanza ragionevoli erano tuttavia ben disposte a mettere in discussione, ad esempio, il fatto che un bambino abbia bisogno di un padre e di una madre. Questo è diventato un punto di discussione quotidiano per persone che mai nella loro vita avevano ragionato sull’idea che i padri e le madri potessero non essere indispensabili. Ciò può avvenire solo attraverso una sorta di ipnosi di massa, per cui le persone vengono effettivamente separate dai propri impulsi razionali e dalle proprie capacità per ragioni ben calcolate. Una serie di perversioni semantiche sono state introdotte per via endovenosa nelle nostre società proprio in questo modo, rendendo difficile per le persone recuperare il buon senso e la ragione. Tutto questo è aggravato dal fatto che, oggi, nelle nostre società altamente tecnicizzate, il pensiero è diventato sempre più astratto e scisso dall’esperienza e dalle cose reali. Abbiamo bisogno di educare noi stessi a questo genere di cose, altrimenti finiremo per smantellare tutto quello che ha permesso alla nostra specie di arrivare così lontano.

Il solo modo per combattere queste tendenze è rendere gradualmente le persone consapevoli dei processi e dei meccanismi attraverso i quali vengono fatte entrare in una sorta di “trance di irragionevolezza”. Per questo abbiamo bisogno di una leadership, e, affinché questa possa emergere, dobbiamo spodestare molti dei nostri leader esistenti, anche leader religiosi, dato che essi stessi sono caduti in preda alla propaganda. Una folla, un gregge, ha una propria psicologia, ed è proprio la consapevolezza di questa realtà a guidare sempre più le discussioni pubbliche e le loro conseguenze nel campo del diritto e della politica. La propaganda funziona su quella parte di ognuno di noi che anela ad appartenere alla mandria. Abbiamo bisogno di capire sempre più questa dinamica, guardare il suo funzionamento sulla nostra mente e sui nostri pensieri e, quindi, trovare il modo di invertire gli effetti su noi stessi e sugli altri.

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