Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica
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Puntata n. 8 – La coscienza della creaturalità (VIII)
L’esperienza interiore: la via antropologico-esistenziale
Nei periodi in cui la “filosofia oggettiva dell’essere” è negata, come nel nostro, la riflessione si porta quasi esclusivamente sull’esperienza interiore dell’uomo, perché questa è comunque inevitabile, e anche perché la società, senza criteri oggettivi di riferimento, tende a divenire “invivibile”, ed è più stringente la domanda sul perché della propria condizione di vita. Rimane comunque vero che questo tipo di approccio è sempre quello più decisivo per la vita della persona, in qualunque stato si trovino la filosofia e le scienze.
Siamo qui al terzo livello dell’esperienza descritto prima (cfr., Puntata n. 7), quello dell’“esperienza esistenziale”, ovvero della riflessione sulla propria esperienza. In due splendide catechesi dell’anno santo straordinario della redenzione san Giovanni Paolo II ha indicato una via per accostare il problema della presa di coscienza da parte dell’uomo della sua “domanda religiosa”.
«La via per giungere a tale presa di coscienza è, per l’uomo di oggi, come per quello di tutti i tempi, la riflessione sulla propria esperienza. Lo aveva intuito già la saggezza antica. Chi non ricorda la scritta che campeggiava bene in vista sul tempio di Apollo a Delfi? Essa diceva appunto: “Uomo, conosci te stesso”. Questo imperativo, espresso in modi e forme diverse anche in più antiche aree di civiltà, ha attraversato la storia e si ripropone con la medesima urgenza anche all’uomo contemporaneo.
Il Vangelo di Giovanni in taluni episodi salienti documenta assai bene come Gesù stesso, nel proporsi quale “Inviato del Padre”, abbia fatto leva su questa capacità che l’uomo possiede di capire il suo mistero riflettendo sulla propria esperienza» (Udienza generale del 12 ottobre 1983, n. 1. Cfr. anche l’udienza seguente del 19 ottobre).
I – La nozione di esperienza umana o esistenziale
Ed ecco una definizione di questa esperienza: «Ma come definirla questa esperienza umana profonda che indica all’uomo la strada dell’autentica comprensione di sé? Essa è il paragone continuo tra l’io e il suo destino» (ivi, n. 2).
L’esperienza esistenziale, definita come paragone tra l’io (il “soggetto”) e il destino (il “fine”), è tale non appena quando si “sentono”, si provano delle “emozioni”, non coincide con il “fare delle esperienze”, come si dice spesso, ma coinvolge l’intelligenza, richiedendo un “giudizio”, e il “giudizio” richiede un “criterio”, che è appunto “il fine” per cui si agisce. Ogni uomo impegna la sua umanità in ciò che fa, anche quando non lo ammette esplicitamente, o pare non averne coscienza, quando “agisce per uno scopo” (“fine”), che lui ritiene valido per la propria azione e lo scopo ultimo della vita è ciò che comunemente si chiama felicità. Ma come trovare la risposta vera alla domanda sul senso della vita? Di fronte a questo molte persone si arrendono a metà strada, si fermano ad una “mezza verità”, si accontentano di arrivare ad una specie di equilibrio instabile tra la forza della domanda interiore che li dirige verso Dio e la fatica di arrivare a farsene un’idea, di cercarlo, di non accontentarsi di una sua immagine contraffatta.
L’itinerario di ricerca compiuto da sant’Agostino prima della conversione è l’esempio storicamente più significativo e più dettagliatamente descritto di questa fatica.
San Giovanni Paolo II lo richiama sinteticamente nella parte II.2 della lettera apostolica Augustinum Hipponensem, scritta in occasione del XVI centenario della conversione di sant’Agostino.
La lettura delle Confessioni ce ne dà la splendida narrazione.
«“Dov’eri dunque allora e quanto lontano da me? Io vagavo lontano da te […] tu, invece, eri più dentro di me della mia parte più profonda e più alto della mia parte più alta”; “eri con me, e io non ero con te”. Ed insiste: “eri davanti a me, ma io mi ero allontanato da me, e non mi trovavo. Tantomeno ritrovavo te”. Chiunque non trova se stesso non trova Dio, perché Dio è nel profondo di ciascuno di noi. L’uomo dunque non si intende se non in ordine a Dio. Agostino ha illustrato con vena inesauribile questa grande verità, mentre studiava il rapporto dell’uomo con Dio e lo espresse nelle maniere più varie e più efficaci. Egli vede l’uomo come una tensione verso Dio. Sono celebri le sue parole: “Ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te”».
II – L’esperienza del “limite ontologico”: l’essere umano è “finito”
Cerchiamo adesso di caratterizzare le due esperienze esistenziali fondamentali che orientano l’uomo verso la scoperta della sua creaturalità.
- a) L’essere umano viene da…
Un ragazzo o una ragazza giovani, nel pieno delle loro energie e facoltà, che non hanno ancora maturato una consapevolezza adulta di ciò che è la vita, si sentono padroni assoluti di se stessi e del mondo intero e sono portati a pensare che quello che non hanno in mano oggi potranno averlo facilmente domani. L’esperienza della vita, prima o poi smentisce questo giudizio sulla condizione umana. L’essere umano è “finito”, “limitato”: non è lui a decidere tutto di se stesso, ma la maggior parte delle condizioni dell’esistenza deve accettarle come già date e stabilite. L’essere umano “viene da…”, riceve quello che è, sia a livello dell’origine del suo essere, sia al livello di molte delle circostanze accidentali che caratterizzano la sua condizione.
- b) L’essere umano è fatto per…
Inoltre l’essere umano non può vivere senza un “fine”, uno “scopo”: la vita è fatta per essere orientata verso uno scopo fondamentale (“fine ultimo”) e anche ogni singola azione particolare è fatta per uno scopo. Questa è un’esigenza della razionalità dell’uomo. Esistenzialmente percepiamo questo dato, in maniera ineludibile e drammatica, quando constatiamo delle caratteristiche della nostra persona che sembrano metterci in condizioni di non essere accettati dagli altri. C’è nell’essere umano, proprio per la sua finitezza, per il fatto di essere destinato “ad un Altro”, l’insopprimibile bisogno di essere voluto e amato, di essere importante per qualcuno, di essere utile; in ultima istanza di “avere il diritto di esistere”.
Tutto questo viene percepito specialmente quando le circostanze sembrano contraddirlo. La situazione di chi non si sente utile, non si sente voluto e amato, è umanamente invivibile perché mette nelle condizioni di sentirsi obbligati ad adeguarsi ad uno schema esterno a se stessi, non percepito come proprio. Non c’è niente di più disumano dell’autoimposizione di uno sforzo di adeguamento conformistico. L’enigma non si scioglie fino a che non si incontra “l’Altro” che è iscritto nella nostra natura, che non è esterno ed estraneo, ma è intimo, più intimo a me di me stesso (cfr., sant’Agostino).





















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