Gesù e La-chiamata-dei-discepoli.

 

 

di Giuseppe Russo

 

Introduzione

Tra le autodefinizioni più dense e teologicamente provocatorie del quarto Vangelo vi è certamente quella pronunciata da Gesù nel contesto dell’ultima cena:

«Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Si tratta di una formula che, nella sua apparente semplicità, concentra alcune delle principali coordinate della cristologia giovannea: la rivelazione del Padre, l’identità del Figlio, la mediazione salvifica di Cristo e il rapporto tra conoscenza e vita.

Particolarmente significativa è l’affermazione:

«Io sono la verità».

Gesù non dice: «Io conosco la verità». Non afferma neppure: «Io insegno la verità». E, soprattutto, non si presenta come uno tra i molti testimoni della verità. L’identificazione è personale e radicale: «Io sono la verità».

Qui si apre una questione filosofica e teologica di grande portata. Che cosa significa identificare una persona con la verità? E in che modo il termine greco ἀλήθεια (alētheia), utilizzato dal testo giovanneo, può aiutarci a comprendere la radicalità di questa affermazione?

La risposta non può consistere in una semplice etimologia. Sarebbe metodologicamente scorretto dedurre automaticamente il significato teologico di un termine dalla sua struttura originaria. E tuttavia l’etimologia, quando viene utilizzata con prudenza, può aprire un orizzonte interpretativo. Nel caso di ἀλήθεια, il rapporto con λήθη (lēthē), l’oblio, ha alimentato nella storia della filosofia l’interpretazione della verità come sottrazione al nascondimento, come disvelamento.

Senza sovrapporre indebitamente il pensiero greco, la lettura heideggeriana e il linguaggio del quarto Vangelo, è possibile cogliere una suggestiva convergenza: se la verità è ciò che viene sottratto al nascondimento, allora Cristo è la Verità perché in Lui Dio stesso esce dal nascondimento e si manifesta all’uomo.

In questa prospettiva, il «Io sono la verità» di Giovanni non costituisce semplicemente una definizione epistemologica. Esso rappresenta una delle più radicali affermazioni della Rivelazione cristiana:

la Verità ha un volto, la Rivelazione ha una carne, l’Assoluto si è reso incontrabile nella storia.

  1. L’ἀλήθεια: tra oblio, nascondimento e manifestazione

Il termine ἀλήθεια occupa un posto centrale nella storia del pensiero occidentale. La traduzione abituale con «verità», tuttavia, rischia talvolta di nascondere la complessità semantica e filosofica che la parola ha assunto nella tradizione greca.

L’etimologia viene comunemente collegata alla radice lēth-, presente in λήθη, l’oblio. L’alfa iniziale è stata interpretata come elemento privativo: a-lētheia, ciò che non è nascosto, ciò che viene sottratto all’oblio.

Da questa suggestione si è sviluppata, soprattutto nella filosofia contemporanea, la comprensione della verità come sottrazione al nascondimento. Ciò che è vero è ciò che viene alla luce, ciò che si manifesta, ciò che non resta semplicemente velato.

Sarebbe tuttavia improprio trasformare questa suggestione etimologica in una definizione univoca della verità greca. Il termine ἀλήθεια ha avuto usi e significati diversi e non può essere semplicemente ridotto alla formula «non-oblio». Ma proprio questa cautela permette di valorizzare meglio l’intuizione: la verità riguarda anche il manifestarsi di ciò che è.

Qui la questione filosofica diventa decisiva.

La tradizione metafisica classica ha pensato la verità nel rapporto tra realtà e intelletto. La formula veritas est adaequatio rei et intellectus esprime l’idea che una conoscenza sia vera quando l’intelletto si conforma alla realtà.

La verità, dunque, non è semplicemente una costruzione del soggetto.

Ma Heidegger riapre la questione mostrando che prima ancora della correttezza di una proposizione deve esserci una manifestazione del reale. L’ente deve potersi mostrare, deve poter uscire dal nascondimento.

È la prospettiva della Unverborgenheit, del disvelamento.

Sono prospettive differenti, e non vanno confuse. Ma il loro confronto consente di porre una domanda decisiva:

che cosa accade quando ciò che si manifesta non è semplicemente un ente, ma Dio stesso?

È qui che la filosofia incontra la Rivelazione.

  1. Heidegger e il disvelamento: la verità prima della proposizione

Martin Heidegger ha riportato al centro della riflessione filosofica il carattere originario della verità come Unverborgenheit, non-nascondimento o disvelamento.

La verità, in questa prospettiva, non coincide anzitutto con la correttezza logica dell’enunciato. Prima che una proposizione possa essere vera o falsa, qualcosa deve essersi manifestato. Il reale deve essersi aperto alla comprensione.

Questa impostazione non coincide con la tradizione metafisica tomista e sarebbe improprio sovrapporle. Tuttavia Heidegger offre uno strumento importante per comprendere una dimensione della verità che il linguaggio ordinario tende a lasciare in ombra: la verità non è soltanto ciò che diciamo correttamente della realtà; è anche il manifestarsi della realtà stessa.

Da qui nasce la domanda teologica.

Se ciò che viene disvelato fosse Dio, che cosa significherebbe?

Il cristianesimo offre una risposta radicale: Dio non viene semplicemente raggiunto dall’uomo; Dio si rivela all’uomo.

Non è l’uomo che, con le proprie forze, strappa Dio al suo mistero.

È Dio che prende l’iniziativa.

È Dio che viene incontro.

È Dio che si manifesta.

Il quarto Vangelo esprime questa convinzione attraverso il Prologo:

«In principio era il Logos, e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio» (Gv 1,1).

E subito dopo:

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

L’Incarnazione è quindi il luogo supremo della manifestazione. Non perché il mistero di Dio venga esaurito o ridotto alle dimensioni dell’intelligenza umana, ma perché Dio si rende realmente conoscibile nella storia.

Il Dio invisibile non cessa di essere trascendente.

Ma in Cristo diviene il Dio che può essere incontrato.

Per questo Giovanni può affermare:

«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18).

La Verità non consiste dunque semplicemente in un concetto corretto su Dio.

La Verità è il Figlio che rivela il Padre.

  1. San Tommaso d’Aquino: verità, essere e prima veritas

È a questo punto che san Tommaso d’Aquino diventa decisivo.

La prospettiva del disvelamento non può essere separata dalla domanda sul fondamento di ciò che viene disvelato. Se qualcosa si manifesta, bisogna domandarsi anche che cosa è ciò che si manifesta.

Nel De veritate, Tommaso definisce la verità attraverso il rapporto tra la cosa e l’intelletto:

veritas est adaequatio rei et intellectus.

L’intelletto è vero quando conosce la realtà secondo ciò che essa è. La verità presuppone quindi l’essere e, insieme, la sua intelligibilità.

La verità non crea la realtà: la riconosce.

Ma Tommaso compie un passo ulteriore. La verità delle cose create non è autosufficiente. Le creature sono intelligibili perché il loro essere non è senza origine: esse procedono dall’intelletto divino.

La verità dell’ente creato rinvia dunque alla Verità prima.

Per Tommaso Dio non è semplicemente un essere vero tra gli altri. Dio è ipsa veritas, la Verità stessa.

La creatura possiede la verità per partecipazione; Dio è la Verità per essenza.

Qui la metafisica tomista permette di comprendere con particolare profondità il Prologo di Giovanni:

«Tutto è stato fatto per mezzo di lui» (Gv 1,3).

Il Logos è il principio attraverso il quale tutto è stato fatto. Il mondo non è quindi un dato privo di ragione: la sua intelligibilità è radicata nel Logos.

Il reale è intelligibile perché non è estraneo al Logos.

Questo costituisce il ponte tra metafisica e cristologia.

Tommaso non sta facendo un commento esegetico a Giovanni 14,6 e non sarebbe corretto attribuirgli questa intenzione. La sua metafisica, tuttavia, offre categorie che permettono di comprendere la profondità ontologica dell’affermazione giovannea.

Se il Logos «era Dio» e se il Logos si è fatto carne, allora la Prima Verità è entrata nella storia.

Quando Gesù dice:

«Io sono la verità»

non afferma semplicemente di possedere una conoscenza perfetta.

Egli identifica se stesso con la Verità.

La metafisica può parlare della prima veritas.

Il Vangelo può mostrare il volto di quella Verità.

  1. Dalla verità come concetto alla Verità come Persona

La radicalità di Giovanni 14,6 sta precisamente nel passaggio dalla verità come predicato alla Verità come identità personale.

Gesù non si limita a dire ciò che è vero.

Egli è la Verità.

Questo non significa che il cristianesimo trasformi la verità in qualcosa di soggettivo. Al contrario. La Verità è personale senza essere soggettivistica; è storica senza essere relativistica; è incarnata senza cessare di essere universale.

Il cristianesimo non afferma:

«Ognuno possiede la propria verità».

Afferma qualcosa di molto più radicale:

la Verità si è manifestata.

E si è manifestata in una Persona.

Gesù Cristo.

Per questo l’affermazione di Giovanni 14,9 completa quella di Giovanni 14,6:

«Chi ha visto me ha visto il Padre».

In Cristo non viene semplicemente comunicata una verità proveniente da Dio.

In Cristo si rende presente Colui che è la Rivelazione stessa di Dio.

Il Logos eterno assume una forma storica.

L’invisibile diventa visibile.

L’eterno entra nel tempo.

L’Assoluto assume un volto.

La verità non è più soltanto l’oggetto di una ricerca.

Diventa il soggetto che viene incontro all’uomo.

Questa è una delle intuizioni più profonde della fede cristiana: l’uomo cerca la verità, ma scopre che, prima ancora, la Verità ha cercato lui.

  1. Ratzinger e Balthasar: la Verità come incontro e come forma

È qui che la riflessione di Joseph Ratzinger acquista particolare rilievo.

La fede cristiana non consiste anzitutto nel possesso di un sistema concettuale. Il suo centro è l’incontro con il Logos che si comunica all’uomo.

Dio non comunica semplicemente qualcosa.

Comunica se stesso.

Per questo la verità cristiana non può essere separata dall’amore.

Una verità trasformata in possesso può diventare strumento di dominio. Ma anche una libertà separata dalla verità rischia di ridursi all’arbitrio.

La verità cristiana è invece relazione.

Non è qualcosa che l’uomo può semplicemente possedere e amministrare.

È qualcosa davanti a cui l’uomo è chiamato a lasciarsi trasformare.

Ratzinger insiste inoltre sul carattere drammatico della domanda sulla verità nella scena di Pilato: se la verità non è riconoscibile, anche la giustizia rischia di essere consegnata alla forza, al consenso o all’interesse.

La domanda sulla verità diventa così inevitabilmente anche una domanda sul potere.

Hans Urs von Balthasar permette di aggiungere un’altra dimensione.

La Rivelazione non è soltanto comunicazione di contenuti: possiede una forma.

Dio si manifesta nella forma concreta del Figlio.

La gloria invisibile diventa visibile nella vita di Cristo, nei suoi gesti, nelle sue parole, nella sua umanità, nella sua passione e nella sua morte.

La verità cristiana non è quindi priva di forma.

La Verità prende forma.

E questa forma raggiunge il suo vertice nella Croce.

Il Crocifisso non è semplicemente colui che insegna la verità.

È colui nel quale la verità di Dio si manifesta come amore che si dona.

  1. La Verità che rivela Dio e l’uomo

La Rivelazione di Cristo non riguarda soltanto Dio.

Riguarda anche l’uomo.

Cristo rivela Dio e, nello stesso tempo, rivela l’uomo a se stesso.

Questa dimensione è particolarmente importante in un’epoca nella quale l’uomo dispone di una quantità immensa di informazioni ma non necessariamente possiede una risposta alla domanda più semplice e più difficile: chi sono?

La crisi della verità diventa allora una crisi antropologica.

Se non esiste una verità sull’uomo, l’uomo rischia di diventare autoreferenziale. Tenta di definirsi da sé, di costruirsi da sé, di stabilire autonomamente ciò che è bene e ciò che è male.

Ma l’uomo non si comprende semplicemente inventandosi.

Si comprende quando scopre la propria origine e il proprio fine.

Ed è Cristo a rendere intelligibile questa vocazione.

In Lui l’uomo scopre la propria grandezza e la propria fragilità.

Scopre di essere creatura, persona, essere libero e vulnerabile, peccatore e insieme amato.

Scopre di non essere Dio, ma di essere chiamato alla comunione con Dio.

Per questo Cristo non è soltanto la verità su Dio.

È anche la verità dell’uomo.

  1. «La verità vi farà liberi»

A questa dimensione antropologica è strettamente legato il rapporto tra verità e libertà.

Gesù afferma:

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32).

Il Vangelo propone una prospettiva diversa da quella secondo cui la libertà consisterebbe nell’assenza di ogni riferimento alla verità.

La libertà non consiste nel poter essere qualsiasi cosa.

Consiste nel poter diventare ciò che si è veramente chiamati a essere.

Per questo la verità non è il limite della libertà.

È la sua condizione.

Una libertà che pretende di emanciparsi da ogni verità rischia di trasformarsi in arbitrio. E l’arbitrio, invece di liberare, può diventare una nuova forma di schiavitù.

La libertà cristiana è invece adesione consapevole al vero e al bene.

Se Cristo è la Verità, allora incontrarlo non significa ricevere semplicemente una nuova informazione.

Significa essere liberati dalla menzogna, dall’autoinganno e dall’autoreferenzialità.

La Verità libera perché restituisce l’uomo alla realtà di ciò che è.

  1. Pilato: «Che cos’è la verità?»

L’intero percorso trova il suo punto culminante nella Passione.

Gesù dichiara davanti a Pilato:

«Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Gv 18,37).

Pilato risponde:

«Che cos’è la verità?» (Gv 18,38).

È una delle domande più celebri della storia del pensiero occidentale.

Ma nel quarto Vangelo essa acquista una profondità ancora maggiore.

Pilato domanda che cosa sia la verità mentre la Verità è davanti a lui.

Qui Giovanni costruisce una delle più grandi ironie teologiche del Vangelo.

Pilato cerca una definizione.

Cristo è la risposta.

Pilato cerca un concetto.

Cristo è una Persona.

Pilato domanda quid est veritas?

Il Vangelo non riferisce una risposta verbale di Gesù a quella domanda. Ma il lettore conosce già la risposta: nel medesimo Vangelo Gesù ha detto:

«Io sono la verità».

La risposta, dunque, non viene formulata.

Viene mostrata.

Ed è precisamente questo il paradosso della scena.

Pilato pensa di avere davanti un uomo da giudicare.

Il lettore sa di avere davanti colui nel quale la Verità si è manifestata.

Pilato possiede il potere.

Gesù sembra non possederne alcuno.

Pilato può condannare.

Gesù sarà condannato.

E tuttavia è Gesù a testimoniare la verità.

Colui che sembra essere giudicato diventa, nella logica profonda del Vangelo, colui davanti al quale viene giudicata la verità del giudice.

Pilato crede di giudicare Gesù.

Ma in realtà è Pilato a trovarsi davanti alla Verità.

  1. «Ecco l’uomo»: la Verità e il volto dell’uomo

Poco dopo, Pilato presenta Gesù alla folla:

«Ecco l’uomo!» (Gv 19,5).

Ecce homo.

La frase assume, nel contesto del quarto Vangelo, una forza che va oltre la semplice presentazione di un prigioniero.

La domanda sulla verità diventa domanda sull’uomo.

Chi è veramente l’uomo?

Il Vangelo risponde ancora una volta mostrando Cristo.

Colui che Pilato presenta come «l’uomo» è il Logos incarnato.

In Lui si rivela Dio.

Ma in Lui si rivela anche l’uomo.

Questa è una delle profondità dell’Incarnazione: Dio non rivela soltanto chi è Lui; nel Figlio rivela anche chi è l’uomo davanti a Dio.

La verità dell’uomo non è quindi l’autosufficienza.

È la relazione.

L’uomo è veramente se stesso quando riconosce la propria origine nel Padre e il proprio compimento nel rapporto con Lui.

Per questo Ecce homo può essere letto, nel movimento teologico del Vangelo, come il rovesciamento della domanda di Pilato.

Pilato chiede:

«Che cos’è la verità?»

E subito dopo presenta:

«Ecco l’uomo».

Il lettore sa che davanti a lui vi è insieme la Verità e l’uomo vero.

  1. La Croce: quando la Verità non si impone ma si dona

La scena davanti a Pilato contiene anche un confronto radicale tra verità e potere.

Il potere può giudicare.

Può condannare.

Può imporre.

La verità, invece, non ha bisogno di imporsi con la forza.

Cristo non difende la verità attraverso il dominio.

La manifesta.

Per questo la Croce diventa il luogo supremo della Rivelazione.

La Verità sembra sconfitta.

Il Logos tace.

Il Figlio viene consegnato.

E tuttavia proprio nella Croce si manifesta ciò che Dio è.

La verità di Dio non è semplicemente un’informazione sull’essenza divina.

È l’amore del Padre che si dona nel Figlio.

La Verità non domina. La Verità si dona.

Qui convergono le prospettive di Ratzinger e Balthasar.

La verità cristiana non può essere separata dall’amore e dalla forma concreta nella quale l’amore si manifesta.

Il Crocifisso è la forma storica nella quale la verità di Dio diventa visibile.

Il Logos non vince imponendosi.

Vince donandosi.

E proprio per questo la Croce non è la negazione della Verità.

È il suo disvelamento supremo.

Conclusione

La Verità ha un volto

Il «Io sono la verità» di Gesù costituisce una delle più grandi sfide lanciate dal cristianesimo alla filosofia e alla cultura.

In un’epoca nella quale la verità viene spesso ridotta all’opinione, al consenso o alla prospettiva soggettiva, il Vangelo afferma qualcosa di radicalmente diverso:

la Verità esiste, ma non è una cosa da possedere.

È una Persona.

Heidegger ha riportato al centro della riflessione filosofica il carattere di disvelamento dell’ἀλήθεια.

Tommaso ha custodito il legame tra verità, essere e intelligibilità, riconducendo la verità ultima alla prima veritas, Dio stesso.

Ratzinger ha mostrato come la verità cristiana non sia anzitutto possesso di un concetto, ma incontro con il Logos.

Balthasar ha mostrato che la Rivelazione possiede una forma concreta: la Verità si rende visibile nella forma del Figlio.

Il Vangelo di Giovanni raccoglie e trascende tutto questo.

Perché non dice semplicemente che la verità si disvela.

Dice che la Verità si è incarnata.

Non dice soltanto che Dio è conoscibile.

Dice che Dio si è fatto conoscere nel Figlio.

Non dice soltanto che l’uomo deve cercare la verità.

Dice che la Verità ha cercato l’uomo.

L’ἀλήθεια può allora essere assunta, con le necessarie cautele filologiche, come una suggestiva chiave interpretativa: ciò che viene alla luce, ciò che si manifesta, ciò che non rimane nascosto.

Ma nel cristianesimo il disvelamento raggiunge una profondità inaudita.

Non è semplicemente l’essere che si manifesta.

È Dio che si manifesta.

Il Logos si fa carne.

Il Padre si lascia conoscere nel Figlio.

L’uomo, incontrando Cristo, scopre finalmente anche la propria verità.

E così la domanda di Pilato riceve una risposta che non è una definizione.

Pilato chiede:

«Che cos’è la verità?»

Il Vangelo gli mostra un uomo.

Un uomo ferito, condannato, apparentemente sconfitto.

E proprio quell’uomo è il Logos incarnato.

La Verità ha un volto.

La Rivelazione ha una carne.

L’Assoluto è entrato nella storia.

La Verità non è soltanto ciò che l’uomo cerca.

È Colui che viene incontro all’uomo.

E quel volto è Gesù Cristo.


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