“Jena Paul Sartre, sempre liberal, diceva il vero quando affermava che le relazioni tra persone degenerano nel masochismo o nel sadismo. Permetto a me stesso di essere utilizzato da altri o utilizzo altri per i miei fini. Questo è il risultato di una comprensione dell’uomo non compiuta nell’amore e per l’amore, senz’anima e vuota di grazia.”

Così Paul Krause in questo suo articolo pubblicato su The Wanderer e che propongo alla riflessione dei lettori di questo blog. 

             Riccardo Zenobi

 

liberalismo statua della libertà

 

Appena il liberalismo diviene sempre più realizzato rispetto ad ogni altro periodo storico, la virtù è una qualità che viene scacciata sempre più vigorosamente dall’uomo e dalla società. Invece di portare alla fine della storia, il liberalismo ha prodotto la fine della virtù. Infatti, chiunque promuova la virtù è visto come un protofascista, se non con un mero intento autoritario nella distruzione della “libertà” e della “tolleranza”. Molte persone sono state ingannate circa la natura e il fine del liberalismo. Ci hanno detto che il liberalismo riguarda la tolleranza, la libertà di parola, economia aperta, e governo limitato (almeno nella sua forma “classica”). Non troverete nulla del genere negli scritti dei teorici liberali, classici o moderni. Nemmeno John Locke, forse il più mitologizzato dei profeti del liberalismo, promuoveva l’idea mitologizzata del liberalismo. Il vero nucleo del liberalismo è la nozione di “libertà dal danno”. Hobbes lo afferma. Locke lo afferma. Spinoza lo afferma. Mill lo afferma. Rawls lo afferma. Libertà dal danno è il grande tornasole tra i liberali del passato e i liberals del presente.

Hobbes affermava anche che non c’era alcuna legge morale. Bene e male, affermava nel Leviatano, sono solo termini che creiamo per denotare sensazioni fisiche. Qualsiasi cosa che nuoccia al corpo è chiamata “male”. Qualsiasi cosa che piaccia al corpo è chiamata “bene”. Ma c’è una contraddizione intrinseca nella teoria morale di Hobbes. Se non c’è legge morale, perché la libertà dal danno è una tale priorità assoluta? Perché la vita di piaceri, invece di dolore, va cercata? Il piacere è buono e il dolore cattivo in un senso morale e metafisico? Che dire del masochista che trova piacevole ciò che molte persone considerano doloroso?

Nonostante questa contraddizione nella teoria morale di Hobbes, e nonostante la prospettiva liberale sulla “buona vita”, Hobbes si schiera con la vita di piacere invece del dolore. Il piacere, comunque, non è la stessa cosa dell’agiatezza. L’agiatezza è il godimento del tempo. Il piacere, come spiega Hobbes, è interamente riguardante il corpo e le sue sensazioni. E il piacere certamente non è analogo alla virtù in nessun modo.

Hobbes non è stato il primo a suggerire una vita di piacere come il più alto obiettivo dell’umanità. I suoi mentori, che ha studiato e da cui ha attinto – gli Epicurei – erano anch’essi materialisti radicali che preferivano una vita di piaceri sensuali e gratificazioni corporee rispetto l’etica delle virtù dei platonici e degli stoici. Godimento del mondo, degli altri, tutto diretto a sé stessi, era il più alto bene a cui gli uomini potessero aspirare e, più importante ancora, ottenere.

Il piacere è qualcosa che non si ha. Dunque è la ricerca di ciò che il corpo non possiede. È ciò che riguarda il corpo e solo il corpo. Tempo perso nella non ricerca del piacere è piacere perso. Tempo perso non utilizzando i beni per il piacere è un bene non pienamente realizzato.

Così vediamo come il piacere diventa una perpetua ricerca. Non si può mai avere abbastanza piacere. Soddisfa nel momento ma scompare con il momento stesso. Quando il piacere scompare, si deve cercare altro piacere. In breve, il piacere assicura che l’uomo non è mai contento con ciò che ha e lo fa diventare un perpetuo consumatore; un consumatore di piacere che consuma sempre fino all’istante della morte.

La virtù, al contrario, riguarda il conoscere sé stessi. La virtù riguarda la relazione con gli altri esseri umani e con il mondo. Riguarda come vivere, agire, e relazionarsi nel mondo che abitiamo. Inoltre, non è qualcosa con la quale siamo nati. Come scrive Aristotele nell’etica nicomachea, la virtù è qualcosa che impariamo e coltiviamo tramite gli abiti. La virtù richiede conoscenza, tempo e sforzo. Richiede lavoro. Così, la virtù è la filosofia dell’antipiacere. La virtù sacrifica la ricerca del piacere per la contentezza dell’anima.

Le persone che danno loro stesse alle disordinate passioni del loro corpo, come affermano Epitteto e sant’Agostino, divengono schiavi delle loro passioni. Non controlli le tue passioni; le tue passioni controllano te. Poiché la virtù richiede strenuo sforzo da parte dell’individuo, tempo ed energia che potrebbe essere spesa nel piacere, all’uomo del piacere non importa della virtù ma solo dello sfrigolio senza fine della sua illecita lussuria in un recipiente che titilla il suo corpo.

Poiché il liberalismo vede l’offesa al corpo come male, e la virtù stressa il corpo, la virtù è inevitabilmente vista come qualcosa di dannoso. Il liberalismo quindi distrugge la virtù e la possibilità della virtù. L’uomo liberale percorre gli abissi della bassezza invece di salire strenuamente sulla scala ascendente.

Inoltre, poiché il liberalismo è autocentrato, tutto diventa un oggetto di feticismo per la propria ricerca di piacere. L’uomo è più che un corpo. L’uomo ha un’anima. Quell’anima è permeata di una dignità che non deve essere abusata o oggettificata. Comunque, poiché il liberalismo nega anche la natura trascendente dell’uomo, non può cimentarsi con l’abuso. L’abuso è visto solo come danno corporeo fatto ad un altro. Non può comprendere la possibilità che l’abuso include il danno all’anima.

Qui incontriamo un’altra contraddizione al cuore della visione del mondo liberale. L’uomo è solo una massa di materia in movimento. Non ha soggettività (e i liberals si dichiarano “razionali”). Poiché l’uomo è solo materia, e la materia può essere usata per accrescere altra materia, la visione liberale dell’uomo porta necessariamente allo sradicamento e impoverimento. Gli altri umani non sono persone da essere conosciute e amate, sono meri oggetti per il nostro uso strumentale. Le persone diventano oggetti per la nostra utilità.

Jena Paul Sartre, sempre liberal, diceva il vero quando affermava che le relazioni tra persone degenerano nel masochismo o nel sadismo. Permetto a me stesso di essere utilizzato da altri o utilizzo altri per i miei fini. Questo è il risultato di una comprensione dell’uomo non compiuta nell’amore e per l’amore, senz’anima e vuota di grazia.

Questo ci fa ritornare al problema della virtù come cultura appresa. La virtù è difficile. E necessariamente. Una società che è impregnata con gli ideali del piacere senza limiti non prende tempo per imparare e coltivare la virtù. Così in una singola generazione la virtù svanisce dalla società. I virtuosi muoiono. Devono essere rimpiazzati dalla prossima generazione.

Ma quando i virtuosi muoiono e non ci sono altri virtuosi che li rimpiazzano, tutte le posizioni nella società occupate da persone di virtù e richiedenti persone di virtù sono date a creature lussuriose con intenti malvagi. Per ultimo, una generazione al potere che non è virtuosa non instillerà il valore della virtù alla prossima generazione. L’intera società, così, diventa un gigantesco pozzo nero di filistei cercatori di piacere.

I marci e velenosi frutti del liberalismo hanno infettato ogni aspetto della nostra società. La virtù è schivata, è vilipesa, è ridicolizzata. Come appare un mondo privo di virtù? Non guardate più in là di Hollywood o Jeffrey Epstein. L’ironia è che, il vero abuso che il nostro mondo moderno denigra sono le realizzazioni di ciò che desidera. Non ci vorrà molto prima che il grido cessi e i crimini di Hollywood ed Epstein diventino normativi in un mondo sempre più liberal.

 

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