Sulla polemica dei manifesti anti aborto comparsi alcuni giorni fa a Bari, per cui sono intervenuti alcune associazioni e alcuni politici chiedendone la rimozione, interviene il prof. Filippo Maria Boscia, ginecologo, Professore di Fisiopatologia della riproduzione umana presso l’Università di Bari, presidente dell’Associazione medici cattolici italiani. Di seguito il testo che è stato pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno di ieri.

 

ProVita e famiglia, cartellone contro l'aborto apparso a Bari nel mese di febbraio 2021.
ProVita e famiglia, cartellone contro l’aborto apparso a Bari nel mese di febbraio 2021.

 

 

di Filippo Maria Boscia

 

Intervengo da ginecologo sulla polemica riportata nella Gazzetta del 7 febbraio 2021. E’ inutile nascondersi dietro il fatidico dito: l’aborto lascia sempre tracce indelebili che appartengono alla storia. L’aborto genera nella donna consistenti sofferenze e incredibili devastazioni psicologiche. Si parla di “sindrome post-abortiva” che rientrerebbe nel grande capitolo delle sindromi post-traumatiche da stress. Le conseguenze sono state riportate in numerosi studi pubblicati da l’Elliot Institute for Social Sciences Research di Springfield.

La psicoterapeuta C. Baccaglino ha equiparato l’interruzione di gravidanza ad una mina che, dopo essere stata innescata, è gettata nell’oceano: “Questa mina – afferma – può rimanere inattiva per svariati anni oppure esplodere dopo brevissimo tempo, può ovviamente anche non esplodere. Però una “piccola” mina può affondare anche una grossa nave! Uscendo dall’esemplificazione, la “mina” cioè l’aborto, vaga nel “mare” che è l‘inconscio, l’ostacolo su cui può detonare è la percezione dell’interruzione stessa. Infatti, la donna può rimuovere, può anche negare, mediante meccanismi di difesa, quanto è accaduto, però può anche recuperare la percezione cosciente dell’interruzione avvenuta, evidenziando il bisogno di elaborazione del lutto”.

Troppo spesso si dice: col tempo tutto si dimentica. Ma non è così. La ferita non si rimargina, anzi si ravviva periodicamente: immagini conflittuali aprono ad una continua oscillazione tra realtà e fantasia. Per questo un gran numero di donne si chiede insistentemente e disperatamente “dov’è il mio bambino?”
Molti casi di sterilità successivi ad un aborto sono vissuti come una sorta di punizione divina! La donna è spesso sola! La solitudine è la sua unica compagna, e anche se fisicamente non è sola , lei si sente fragile. Di fronte alla dichiarazione della donna di aspettare un figlio, molti compagni spesso restano perplessi, a volte rifuggono le responsabilità e non di rado reagiscono con violenza.


Occorre chiedersi a gran voce: “l’aborto è una questione materna? o piuttosto anche paterna, cioè della coppia? oppure sociale?” Un figlio lo si fa in due!
Allora, perché a decidere se eliminarlo o meno deve essere solo la donna? Se c’è un diritto alla maternità, ve ne è anche uno alla paternità. In assoluto però, secondo la legge, il padre non può esprimersi.
Da ginecologo e da andrologo, ho però rilevato che l’aborto colpisce psicologicamente anche l’uomo, con reazioni negative comparabili a quelle della donna, anche se gli uomini sono più propensi a negare il loro dolore e meno inclini ad esteriorizzare i loro sentimenti. Gli uomini di solito soffrono in silenzio dopo un aborto. Per questo motivo le loro richieste di aiuto spesso passano inosservate e non sono riconosciute nemmeno da coloro che li circondano.


Ci si chiede: cosa fanno i consultori in proposito? Ma di questi aspetti in Italia non se ne parla e non se ne vuole parlare. C’è una vera e profonda censura! Un silenzio assordante! Nessuno ricorda che la responsabilità dell’aborto è anche di quanti hanno trascurato la messa a punto di valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente se numerose e con particolari difficoltà economiche e/o educative.

La donna è sola a “risolvere” il suo problema. Sottolineo che la solitudine materiale e morale è una grave forma di violazione della dignità umana della donna, ma anche del figlio che ha in grembo; la solitudine è il segno tangibile del fallimento di quella solidarietà che è a fondamento della convivenza civile. E’ necessario che la società si impegni una volta per tutte a mettere in atto strumenti normativi a tutela della vita del nascituro e della dignità di ogni essere umano, appoggiando tutte quelle iniziative che consentano di aiutare la donna e la coppia ad accettare e a crescere il proprio bambino, prevedendo anche aiuti di tipo economico, assistenziale e giuridico.

Diventare dei buoni genitori non è semplice. Da qui la necessità di fornire un valido supporto alle madri e padri potenziali, che spesso economicamente non si sentono pronti ad affrontare compiti di accoglienza e sostegno del nato e non sempre si sentono adeguati al loro compito. La questione dell’aborto è una questione sociale, è una questione laica e non religiosa come molti ritengono!

La legge 194/78 menziona ripetutamente la possibilità per le donne di abortire, ma non accenna al “diritto all’informazione”: nessuno può permettersi di oscurare la verità biologica. L’aborto annienta la vita in divenire e può provocare molti eventi avversi. Il punto cruciale in questa delicata situazione è che abbiamo costi spropositati, e non solo economici, per l’esecuzione materiale dell’aborto, ma non disponiamo di adeguate risorse per la sua prevenzione!

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