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di Mattia Spanò

 

“I soldi delle tasse vanno in pericolose spese militari, in aiuto alle Ong e cooperative collegate ai migranti, in stupide campagne per il terzo bagno nelle scuole che cadono a pezzi. La sicurezza è una chimera, le pensioni non vengono adeguate all’inflazione, gli invalidi sono alla fame, le bollette aumentano, la benzina è sopra i 2 € in autostrade malandate e carissime, la sicurezza nei luoghi di lavoro è una menzogna cui solo i sindacati concertativi fanno finta di credere, e potremmo continuare. Un Paese allo sbando, dove la gente ha sfiducia nel voto. Non avendo torto per nulla. Il problema è che quelli che votano sono intruppati dall’esistente”.

Queste parole di Marco Rizzo, co-fondatore con Francesco Toscano di Democrazia Sovrana e Popolare, sono pubblicate su un suo canale social. Dopo una sintesi della situazione del paese, Rizzo scrive una frase per me fulminante: “Quelli che votano sono intruppati dall’esistente”.

La “politica percepita” in Italia negli ultimi decenni ha girato su tre perni. La prima pietra miliare è l’idea, che ha preso corpo con Tangentopoli, che la politica sia una cosa sporca e corrotta.

La seconda si è incardinata mediante un’offerta politica umiliante sia negli uomini, sia nei programmi – puntualmente traditi, e non poteva essere altrimenti. Gli italiani si sono lentamente convinti che votare non serva a nulla. In seguito, si sono assuefatti a questa convinzione.

Il terzo asse è l’esistenza di soggetti globali – l’Unione Europea, la NATO, l’ONU – di fronte ai quali l’Italia scompare. Meglio: l’Italia non ha altra scelta che servire questi soggetti, anche con grande sacrificio (estremo?) degli italiani perché al di fuori di questi contesti essa cesserebbe di esistere.

Qualcosa di simile si è poi incistato nella psiche del singolo cittadino: cosa posso fare io da solo per cambiare le cose? Sono tanto piccolo, e i problemi del mondo tanto grandi. Anche questo ritornello l’abbiamo ascoltato e ripetuto allo sfinimento.

Il capolavoro è compiuto. Sia come singoli che come comunità storica, non siamo nulla. Nessuno si sognerebbe di dire lo stesso di Andorra, di San Marino, del Lussemburgo, del Gibuti o di Taiwan. A quanto pare si può dire dell’Italia e pretendere che a cantare la canzoncina siano gli italiani in coro, fino a pochi decenni fa cittadini della quarta potenza al mondo.

Il moloch culturale dell’irrilevanza inutile viene invece capovolto per altri fini. Piccolo è bello, ognuno deve (deve) fare la propria parte quando si tratta di fare da cavie a farmaci sperimentali, salvare il pianeta a cavallo di monopattini elettrici, risparmiare acqua evitando di tirare lo sciacquone, preferire la dadolata di blatte in emulsione di sabbia su un letto di cotica di grillo croccante alla bistecca di manzo. Naturalmente a dieci, o cento volte il costo di una bistecca.

In questi casi ognuno di noi può fare molto, anzi moltissimo. Basta fare quello che ti viene ingiunto, senza esprimere pensieri contrari che disturbano il manovratore.

Siamo “intruppati dall’esistente”. Rizzo coglie il punto: viviamo una sorta di paradosso, quello del “naturalismo politico”. Politiche di melma, governi di melma anti-italiani, anti-lavoratori, anti-famiglie, anti-buono giusto vero e bello, vengono presentati all’opinione pubblica come fatti “naturali”. Il problema è che quello che esiste è esito di politiche scellerate, dementi e vili, contrabbandate come naturali.

Naturali come l’alluvione in Romagna, l’inflazione, cinque operai macellati da un treno, un governo di destra che opera come uno di sinistra. Alla faccia dell’alternanza sale della democrazia. Quando qualcosa va storto, lo si deve subire in silenzio come un temporale estivo.

Non c’è alternativa alla vaccinazione universale – chiedo venia: le vaccinazioni universali – non c’è alternativa al sostegno militare al regime nazista di Kiev in quella che più passano i giorni più mi pare la guerra più stupida degli ultimi mille anni.

Non c’è alternativa alla transizione green, al green pass, al Digital Market Act europeo che consegna le chiavi della verità ad un manipolo di oligarchi non eletti da nessuno. Come non c’è alternativa alla pioggia, al caldo, al giorno e alla notte.

L’alternativa c’è. Si chiama politica. Ci hanno martellato in testa che la politica sia una cosa ignobile, per gente corrotta e incapace. Se vuoi sapere cosa ti serve davvero, cerca quello di cui il padrone del mondo parla male. La politica è lotta contro la natura. Contro le cose così come sono.

Nella vita ci si ammala e si muore. È la politica che decide se garantire la sanità pubblica gratuita ai suoi cittadini, sostiene la ricerca, fornisce educazione di base a tutti e permette a chi lo desidera di studiare ed eccellere, curando le malattie, assistendo i più deboli, ritardando per quanto possibile la morte.

Nella vita capita di dover risolvere conflitti. È la politica che decide se un processo può durare vent’anni. È la politica che fa o disfa leggi eque o inique.

È la politica che fissa per legge gli usi e i costumi che temperano una società. Che decide se sia lecito sposare bambine di sei anni, o se i bambini siano merci in vendita. Si può farneticare sino all’esaurimento sul mondo malato che stiamo consegnando ai giovani, ai nostri figli. Non possono farlo, non hanno il diritto di farlo coloro che hanno ridotto l’infanzia a merce anche sessuale.

È la politica che decide se pagare il gas 20 centesimi al metro cubo in Russia o sette volte tanto negli USA. È la politica che mi obbliga a produrre energia solare – cioè a sostenere il costo di produzione industriale – e quando avrò una mini-centrale elettrica sul tetto di casa mi farà comunque pagare l’energia.

È la politica che decide quando e dove costruire una strada, un ponte e una ferrovia. È la politica a vigilare sul fatto che il ponte non crolli, che la linea ferroviaria sia sicura per coloro che ci lavorano e ci viaggiano. È sempre la politica che decide dove e come scavare canali di scolo e d’irrigazione e li mantiene in buone condizioni, evitando morti e disastri.

È la politica che decide se devo accettare che mio figlio, che fra qualche giorno comincia la scuola, dovrà subire l’onta alla ragione costituita nella propaganda gender spacciata per educazione all’inclusione. L’ora di religione è opzionale, l’educazione sessuale invece pare di no: anche qui, si va verso l’obbligo. Magari con esame di ammissione al grado successivo: giacere con un transessuale, giusto per vedere l’effetto che fa.

È la politica che risolve i conflitti e stabilisce alleanze nell’interesse della comunità che la esprime e alla quale risponde.

Anche parcheggiare i contadini pagandoli per non coltivare la terra per 25 anni – corruzione altissima, purissima, levissima: i famigerati Pac – massacrare gli allevatori con le multe delle quote latte, inventare epidemie come la mucca pazza e l’aviaria e sterminare d’imperio vacche e polli è politica.

La politica è cultura, è civiltà, è comunità, o il suo contrario quando la perdiamo di vista. È compromesso, non necessariamente al ribasso. È sintesi. La politica è lotta contro l’ineluttabilità della natura, contro la barbarie. La politica è governo della complessità, ma parte dal riconoscimento che la realtà è complessa.

Altro che vacciniamoci tutti, Putin boia, nutrirsi di larve per salvare il pianeta, sacrificare intere popolazioni per le fisse di qualche vecchio plutocrate rimbecillito con la sindrome del giardinaggio. Gente che pensa di ridurre il mondo all’aiuola fiorita di un cimitero.

La barbarie è un signore con la cravatta e il vestito buono che propone di scegliere fra la pace e il condizionatore d’aria, o un altro che paragona l’Europa ad un giardino, mentre il resto del mondo sarebbe la giungla. La barbarie è una ragazzina a capo di un partito che parla come il conte Mascetti: parla a se stessa , capendosi da sola.

Da quasi trent’anni seguo con attenzione le nuove formazioni politiche. Da Berlusconi – che ha impersonato il primo partito anti-politico – a Grillo, alle infinite metamorfosi sottrattive del PCI, oggi PD. Tutte realtà politiche più o meno di massa che si proponevano di rivoltare il mondo come un calzino, all’atto pratico esasperando il declino. Volete sapere cosa c’è di nuovo? Che di novità si crepa.

Democrazia Sovrana e Popolare al contrario propone qualcosa di vecchio, razionale, banale: tornare a fare politica. Il che me li rende simpatici.

Da Marco Rizzo mi dividono la storia personale – lui comunista, io cattolico – l’esperienza, forse anche interessi e cultura personali (forse). È un carico di conflitto potenziale accettabile in un mondo complesso.

A Marco Rizzo mi unisce l’urgenza di tornare alla politica, e fuggire come la peste l’arruolamento nell’esistente, contro l’omicidio dello spirito critico che si cerca di imporre. Come tutti gli arruolamenti, preludono sempre alla carneficina. Come tutti gli omicidi spirituali, preludono sempre alla carneficina.

Posso prevedere tre contestazioni. Nell’ordine: sto facendo propaganda politica e campagna elettorale (Rizzo è candidato presidente della Provincia di Trento, Daniele Giovanardi alle suppletive del Senato a Monza e Brianza), Democrazia Sovrana e Popolare è un partito di improvvisati talmente piccolo che non vale nemmeno la pena votarlo – in sostanza, sono dei falliti – e da ultimo se anche prendessero una fetta di potere farebbero esattamente come gli altri.

Sto facendo campagna elettorale? Sto invitando ad incontrare gli esponenti, i candidati, i delegati di DSP e verificare di persona se fanno politica, e che politica fanno. Se hanno un’idea di cosa sia l’Italia e chi siano gli italiani da proporre nella mucillagine del vaniloquio che ci appesta.

DSP non piace? Benissimo. Si cerchino o si costruiscano alternative che però partano dallo stesso punto: tornare a fare politica.

Sostenere formazioni residuali è utile? Quello del voto utile è un altro sottoprodotto dell’ impostura: la teoria – americana, guarda un po’ – dei due partiti, delle due opzioni, serve solo a chi pensa di corromperli entrambi. È un fatto pratico: riduco il numero dei parlamentari e le formazioni, ho meno gente da pagare.

Il pluralismo politico è garanzia di espressione più autentica della volontà del popolo. A parte questo, sono stanco di dover scegliere fra un calcio in bocca e uno nel posteriore perché uno fa meno male dell’altro.

C’è un corollario fondamentale a questo ragionamento. DSP è un partito di falliti e vecchi arnesi della politica? Può darsi. Ma sono i falliti che cambiano le cose. Sono i falliti che rimettono il treno sui binari. Quello che hanno avuto successo e hanno prosperato in un mondo fallito, non hanno alcun interesse a farlo. Né hanno interesse nella democrazia, nella sovranità e meno che mai nel popolo.

Da ultimo: una volta al potere o in parlamento farebbero come gli altri. Questo ha a che fare con due fattori: la palla di vetro – che non possiedo, come non la possiede chi avanza l’obiezione – e la mancata partecipazione politica degli italiani, ormai consegnati a fare politica dal divano di casa, succhiandosi talk-show e altri teatrini, con politici costretti a dire e fare sesquipedali cretinate per aumentare l’hype e finire sui giornali. Alzare le venerabili chiappe e andare a confrontarsi e compromettersi di persona con questa gente non sarà la conclusione auspicata da tutti, ma è un buon inizio.

Come diceva un vecchio prete brianzolo che ho avuto la fortuna di conoscere: iniziare a giudicare è l’inizio della liberazione. Occorre farlo di persona, mi permetto di aggiungere.

 



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