“Ispirata alla governance delle Chiese ortodosse e protestanti, questa “rivoluzione”, se si realizzasse, sarebbe un completo cambiamento di cultura nel mondo cattolico, abituato a seguire le decisioni della gerarchia. La cosa preoccupa molto Roma, vista l’attuale esperienza di un sinodo locale della Chiesa tedesca, che sta facendo a gara con l’audacia riformista su questioni delicate: il matrimonio dei sacerdoti, l’accettazione degli omosessuali, il posto delle donne. Il Vaticano osserva, ma sembra aver perso il controllo su questa iniziativa.”

Un articolo scritto da Jean-Marie Guénois, rilanciato da Rorate Caeli, da cui lo traduco. 

 

Foto: papa Francesco
Foto: papa Francesco

 

Mai prima d’ora Papa Francesco ha affrontato una tale avversità. Nell’anno 2022, il decimo del suo pontificato, tutto sembra cospirare contro di lui. Roma, sempre pronta a bruciare ciò che adora, è in subbuglio. Alcuni intravedono una fase matura del pontificato. Altri vedono una “fine del regno”, secondo un’espressione diffusa nella Città Eterna. Molti stanno già pensando a ciò che verrà dopo. Ma Francesco, 85 anni e molto combattivo, è ben lontano dall’aver detto la sua ultima parola. È in vista un grande giubileo cristiano mondiale per il 2025. Soprattutto, sta preparando la sua grande riforma: quella della “sinodalità” per il 2024.

Spera di convertire la Chiesa piramidale, centralizzata e clericalizzata in una comunità più democratica e decentrata, dove il potere sarà condiviso maggiormente con i laici. Ci riuscirà? Questa ambizione suscita sostegno e ammirazione tra alcuni e un forte scetticismo tra coloro che conoscono bene gli arcani di un’istituzione bimillenaria costruita sulla centralizzazione. Questo pontificato riformatore, fiammeggiante e divisivo è al suo apice o è in declino?

Tutti i pontificati sperimentano questa stessa curva ascendente e discendente. Ciò che conta per la Chiesa è la portata di un pontificato. Da questo punto di vista, i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con i loro pregi e difetti, sono ancora molto vivi.


Alta tensione in Vaticano


Non hanno forse lasciato un’impronta duratura su generazioni di fedeli e di chierici? È e sarà lo stesso per Francesco. Nell’ambiente ecclesiastico, nessuno osa giudicare prematuramente il corso delle cose. “Le fasi di crisi non sono necessariamente le peggiori”, osserva un giovane cardinale, uomo di Dio, che lavora in Vaticano; “aprono a realtà della Chiesa che attualmente non possiamo vedere. Il Signore non abbandona la sua Chiesa”.

La speranza c’è, soprattutto tra i cristiani, ma la parola “crisi” è ancora ammessa. Per alcuni, la crisi c’è stata fin dall’elezione di Francesco. Per altri è più recente, anche tra i sostenitori del Papa. Tutti concordano sul clima di forte tensione che regna nella Santa Sede e la cui intensità non accenna a diminuire, in contrasto con l’immagine di bonomia trasmessa nel mondo e che ha cambiato l’immagine della Chiesa.

Con Francesco ci sono ovviamente forti antagonismi, legati alla sua forte personalità, ritenuta “divisiva”. Il suo carattere “spigoloso”, il suo stile “autoritario” sono la quotidianità di un Vaticano in cui si sentono queste qualifiche. Ci sono anche “capricci” papali e molti dicono di essere “terrorizzati”.

Ci sono anche, più oggettivamente, una serie di dossier difficili che a volte gettano una luce dura sul pontificato. Un osservatore italiano di lungo corso, che ha visto e sentito molto nella Città del Vaticano, li riassume in una parola: “confusione”. Una confusione “di tipo latino-americano” che le “menti europee” fanno sempre più fatica a cogliere. In questi vortici domina la prima questione, quella della salute del Papa.

 

Un ginocchio lo immobilizza

 

“Non dovrebbe durare”, gli assicurano i medici, anche se non ne sono certi. L’idea di un intervento chirurgico è stata presa in considerazione, ma appare troppo rischiosa. Incapace di sopportare il dolore – il Papa ha fatto le sue prime confidenze in merito alla fine di gennaio – Francesco ha infine accettato di sottoporsi a infiltrazioni il 3 maggio. Soffre di gonalgia, un’infiammazione acuta dei legamenti del ginocchio destro, conseguenza diretta del suo problema strutturale di sciatica all’anca, che corregge a ogni passo. Ha detto di essere “umiliato” da questa immobilizzazione. Per molto tempo si è persino rifiutato di apparire in pubblico con una stampella e, peggio ancora, su una sedia a rotelle. Ma un passo è diventato un calvario. All’udienza generale del 4 maggio, si è fatto di nuovo aiutare dai suoi assistenti con il braccio, riuscendo a malapena a muovere la gamba destra. Il 5 maggio, infine, si è arreso e si è lasciato portare in sedia a rotelle davanti alle telecamere, cosa che faceva anche prima, ma fuori dalla visuale delle telecamere. Per quanto riguarda le conseguenze dell’operazione all’intestino a cui si è sottoposto il 16 luglio 2021, non se ne sa nulla.

In Vaticano circolano le voci più allarmanti su questo argomento, perché si è trattato di un intervento molto pesante, molto più difficile del previsto. È impossibile vederci chiaro, per la mancanza di informazioni attendibili. Il Papa ha oggettivamente assunto tutti i suoi impegni dalla fine della convalescenza nell’estate del 2021. Tra cui tre viaggi internazionali, Ungheria e Slovacchia, poi Cipro e Grecia, l’isola di Malta, infine, all’inizio di aprile. Ma i grandi viaggi internazionali previsti, in particolare il Sud Sudan a luglio, il Canada a settembre, sono da confermare. Quanto al Libano, è stato appena “cancellato” ufficialmente, ma il Vaticano non lo aveva mai confermato a causa dell’instabilità politica. Quindi al momento non si può dedurre nulla.

In un libro di dialogo, I poveri al Papa, il Papa al mondo, pubblicato [in Francia] da Seuil il 1° aprile, Francesco ha confidato: “Fino a tre anni fa mangiavo di tutto. Ora, purtroppo, ho una grave complicazione intestinale, una diverticolite acuta, e devo mangiare riso bollito, patate bollite, pesce o pollo alla griglia. Semplice, semplice, semplice…”.

 

La Russia si è arrabbiata con lui

 

Semplice, ma le cose si complicano sotto altri aspetti. A cominciare dal formidabile dossier russo e ucraino, dove il capo della Chiesa cattolica punta su di lui un equivoco mondiale mitigando il ruolo della Russia e incolpando la NATO per il suo “abbaiare” in Ucraina che avrebbe “irritato la Russia”. Come Papa, invoca la pace attraverso il negoziato. Critica la guerra, ma senza denunciare l’aggressore. Da pacifista convinto, Francesco attacca la corsa agli armamenti e l’uso delle armi, ma si rifiuta di pronunciarsi sulla legittimità della difesa armata ucraina. In ogni caso, non vuole avallare la fornitura di armi. Soprattutto se provenienti dagli Stati Uniti… Una posizione insostenibile per la quale Francesco paga un prezzo elevato.

Sa anche che, se rimanesse in silenzio, verrebbe rimproverato per il suo silenzio. Tuttavia, il 3 maggio è riuscito a far arrabbiare la Russia, con la quale non voleva tagliare i ponti. Quel giorno, in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera, Francesco ha chiesto di incontrare Putin a Mosca per dirgli di fermare la guerra. La stessa richiesta era stata avanzata senza successo attraverso i canali diplomatici vaticani a metà marzo. Questa volta il Papa ha voluto portare il mondo come testimone. Ciò ha esasperato la Russia. Il governo russo ha replicato bruscamente: “Questo tipo di domande dovrebbe passare attraverso i canali diplomatici”. Ancora più dura è stata la replica del Patriarcato ortodosso di Mosca, che Francesco aveva coinvolto pubblicamente in questa intervista dopo il loro scambio in videoconferenza del 16 marzo: “È deplorevole”, ha spiegato il Patriarcato di Mosca, “che il Papa abbia scelto un tono così inappropriato per mettere una conversazione riservata nell’arena pubblica”.

 

Il Papa e il Vaticano sono ora isolati sulla scena diplomatica

 

Questo indica un declino dell’influenza della Chiesa cattolica. Un esperto latinoamericano con sede a Roma commenta: “Questo Papa immagina di poter risolvere, con la sua sola presenza durante i viaggi, i problemi geopolitici”. Una presenza passeggera, anche se carismatica, consola un giorno ma non risolve mai nulla. C’è la pretesa del Vaticano di credersi capace di risolvere i conflitti del mondo.

Si dice che Francesco non abbia necessariamente consultato il suo staff diplomatico, ben istruito sulle questioni russe e ucraine, prima di prendere una tale posizione geopolitica sul principale quotidiano italiano. La famosa curia romana, un tempo temuta, viene regolarmente scavalcata da Francesco. Anche in questo caso, Francesco ha voluto scuotere un ordine consolidato lanciando, già nel 2013, una vasta “riforma della curia”. La sua riforma entrerà in vigore il prossimo 5 giugno, giorno di Pentecoste. A conti fatti, e prima ancora di essere attuata, la riforma sta provocando “molte resistenze interne”, dice un alto funzionario, con “una sorta di botta di zelo”. Questa piccola storia dice tutto: molti sono rimasti turbati il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, nel vedere il testo ufficiale di questa riforma della Curia pubblicato in Vaticano senza alcun preavviso o conferenza stampa. Si trattava di un testo atteso da anni, la nuova “costituzione apostolica” intitolata Praedicate evangelium, cioè “Annunciate il Vangelo”. Era la quinta volta in due millenni che la Chiesa cattolica riformava in questo modo il suo governo centrale.

Invece di un documento finito, è stato pubblicato un testo pieno di errori e di errori sostanziali, con grande disappunto dei giuristi vaticani. Anche il dipartimento di comunicazione vaticano è stato colto di sorpresa. Il giorno prima, infatti, Francesco aveva deciso di pubblicarlo di sua iniziativa, il 19 marzo – giorno di San Giuseppe, per il quale nutre una grande devozione – senza tener conto del suo stato di completamento.

Un comportamento “tipico”, dice un funzionario vaticano, in cui il Papa gestisce direttamente molte cose “senza sempre accettare consigli, essendo i suoi uffici a dover eseguire”.

 

Soffia un “vento di uguaglianza”

 

Un simile intoppo è un dettaglio di fronte alla portata della riforma. Essa comporta cambiamenti significativi. Il più importante è quello di porre tutti i ministeri della Curia romana sullo stesso piano. La Congregazione per la Dottrina della Fede, che era il ministero più alto per dignità e importanza, viene relegata in una posizione posteriore a quella del dicastero dell’Evangelizzazione e subito prima di un nuovo dicastero dedicato alla carità e all’azione umanitaria. Questo significa un’abolizione delle gerarchie all’interno dei ministeri vaticani. Tutti sono considerati uguali. Questo è il nuovo spirito voluto dal Papa: prima di parlare di dottrina, la Chiesa deve essere “pastorale” e aiutare le persone – come un pastore si prende cura del suo gregge, e non come un maestro di virtù che corregge i suoi studenti.

Un altro punto chiave, imposto dal Papa, ma attualmente molto discusso da importanti cardinali, è il fatto che un laico, uomo o donna, può ora guidare un ministero vaticano. In precedenza questa carica era riservata a vescovi e cardinali per ragioni teologiche fondamentali legate alla costituzione stessa della Chiesa cattolica. Un altro cambiamento importante è che l’ex primo ministro, primo servitore del Papa ma anche capo della Curia romana, manterrà il suo titolo di “Segretario di Stato”, ma diventerà un semplice Segretario generale del governo il cui unico potere sarà quello di coordinare i ministeri. Non sarà più al di sopra di essi.

In questa riforma, il potere del Papa viene così chiaramente rafforzato. Alla fine, è lui a decidere quasi tutto. La Curia romana così com’era, un’amministrazione centrale del potere, sembra essere stata decapitata. L’ultimo punto chiave di questa riforma, che istituisce, di passaggio, un rigoroso controllo economico, è il decentramento. Il Vaticano rimane il Vaticano, ma è al servizio delle conferenze episcopali, le strutture nazionali della Chiesa nel mondo, e non le sovrasta più. Tranne che per questioni di “dottrina, disciplina o comunione della Chiesa”, le conferenze episcopali potranno decidere su questioni locali senza fare riferimento a Roma. Questo è ciò che il Papa chiama nella sua nuova costituzione “un sano decentramento”. Egli riassume la sua riforma in una parola: “spirito sinodale”.

 

Effervescenza sinodale

 

Il “sinodo” è davvero la grande riforma di Francesco. La parola significa “assemblea”. Fa parte della più antica tradizione cristiana in cui tutte le decisioni venivano prese collettivamente sotto la guida del leader della comunità. Le Chiese ortodosse hanno mantenuto questa tradizione. Un patriarca – questo è il titolo del loro capo della Chiesa – per quanto potente possa essere, non può decidere nulla senza il voto del suo santo sinodo composto dai vescovi. Questo spirito collettivo, democratico, che coinvolge i fedeli, uomini e donne, Francesco vuole infonderlo a tutti i livelli di governo della Chiesa cattolica, parrocchia, diocesi, conferenza episcopale, Santa Sede. A tal fine, ha lanciato un sinodo speciale sulla “sinodalità” nel 2021 in tutta la Chiesa cattolica. Nel 2022 si svolgerà in tutte le diocesi. Una sessione finale e decisiva si terrà a Roma nell’ottobre 2023. Si voterà sulle proposte che Francesco intende attuare all’alba del 2024.

Ispirata alla governance delle Chiese ortodosse e protestanti, questa “rivoluzione”, se si realizzasse, sarebbe un completo cambiamento di cultura nel mondo cattolico, abituato a seguire le decisioni della gerarchia. La cosa preoccupa molto Roma, vista l’attuale esperienza di un sinodo locale della Chiesa tedesca, che sta facendo a gara con l’audacia riformista su questioni delicate: il matrimonio dei sacerdoti, l’accettazione degli omosessuali, il posto delle donne. Il Vaticano osserva, ma sembra aver perso il controllo su questa iniziativa.

Papa Francesco ha messo in guardia la Chiesa tedesca dall’andare fuori rotta, ma curiosamente ha nominato un prelato che sostiene gli orientamenti del sinodo tedesco alla posizione chiave di “relatore” del prossimo sinodo romano sulla “sinodalità”. Si tratta dell’arcivescovo di Lussemburgo, Jean-Claude Hollerich, un gesuita molto vicino a Francesco che sarà creato cardinale nel 2019. Si è più volte espresso a favore di un cambiamento nel discorso della Chiesa sull’omosessualità “le posizioni della Chiesa sulla peccaminosità delle relazioni omosessuali sono sbagliate”, ritiene, ritenendo che il prossimo sinodo dovrà rivedere anche il modo di parlare delle questioni etiche. Lo scorso gennaio ha confidato a La Croix che “i sacerdoti omosessuali” dovrebbero poter “parlare con i loro vescovi senza che questi li condannino”. Ha anche chiesto: “Per quanto riguarda il celibato nella vita sacerdotale, chiediamoci francamente se un sacerdote deve necessariamente essere celibe?”. Queste parole gli sono valse le proteste pubbliche di un altro porporato schietto, il cardinale australiano George Pell. A metà marzo, egli ha chiesto alla Congregazione per la Dottrina della Fede di intervenire ufficialmente contro le affermazioni del cardinale Hollerich e contro le analoghe posizioni assunte dal presidente della Conferenza episcopale tedesca, Georg Bätzing, che guida il famoso sinodo tedesco, diventato in realtà una sorta di laboratorio della Chiesa.

 

Contro l’arretramento

 

Le visioni della Chiesa si oppongono e si combattono apertamente sotto questo pontificato.

Il Papa non si è posto come arbitro. È dalla parte della riforma, come ha confidato lo scorso settembre ai gesuiti slovacchi che incontrava a Bratislava. Ha raccontato la sua “sofferenza” nel vedere “l’ideologia dell’arretramento” nella Chiesa, soprattutto “in alcuni Paesi” perché “la libertà fa paura”, ha detto. È stata la lotta contro questa “ideologia dell’arretramento” a motivare anche la sua decisione di porre un freno normativo allo sviluppo delle parrocchie secondo il rito tridentino, un fenomeno francese e americano, nel luglio 2021. Questo non è andato giù al mondo tradizionalista. Tuttavia, egli sarà intransigente. “Continuerò così”, ha detto ai gesuiti, esprimendosi contro i giovani sacerdoti che, “appena ordinati”, chiedono al vescovo il permesso di “celebrare in latino”. Bisogna farli “atterrare a terra”, ha detto.

La linea è dura. Un gruppo francese di una trentina di madri di sacerdoti, di età compresa tra i 60 e i 70 anni, ha appena camminato da Parigi a Roma per chiedere un ammorbidimento di questa riforma. Solo una di loro ha potuto salutare il Papa il 4 maggio, durante l’udienza generale settimanale, insieme a un centinaio di altre persone. Un minuto per madri di quell’età che hanno camminato con tutto il cuore per otto settimane, percorrendo 1.500 chilometri, è ancora poco per un Papa che predica “misericordia”.

 

“Sono ancora vivo”

 

Un’altra illustrazione francese di questa volontà papale di contrastare “l’ideologia dell’andare indietro” è la nomina del nuovo arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich. Egli è in linea con Francesco su molte questioni, tra cui l’immigrazione, e rompe di fatto con l’eredità del cardinale Lustiger. La prima decisione del vescovo Ulrich sarà senza dubbio quella di lanciare un sinodo a Parigi, come ha fatto a Lille e Chambéry, le sue due precedenti diocesi. La scelta del Papa è stata uno shock per la maggior parte dei 500 sacerdoti di Parigi, soprattutto per i giovani. Ma questi sacerdoti non sarebbero qui senza l’azione profetica del cardinale Lustiger, che proveniva da un ambiente ebraico e che ha preso il posto del cardinale Marty in una diocesi in declino dal 1981 al 2005. Senza Lustiger e la sua eredità, la fiorente Chiesa di Parigi – che pure ha i suoi grandi difetti – potrebbe essere paragonabile oggi alla Chiesa crepuscolare di Bruxelles, che ha optato per il progressismo, in particolare sotto la guida del cardinale Godfried Danneels. Deceduto nel 2019 e molto attivo nel conclave del 2013, quest’ultimo è stato uno degli uomini chiave nell’elezione di Papa Francesco. Lo ha messo al suo fianco durante la sua prima apparizione pubblica sul balcone della Basilica di San Pietro la sera del 13 marzo 2013.

Due visioni della Chiesa, dunque. Certamente complementari, ma al momento piuttosto contrapposte, con al centro la questione del sacerdozio. A Roma, molti si chiedono se questa Chiesa cattolica sinodale e meno piramidale sarà in grado di rimediare al calo delle vocazioni sacerdotali. Esse si mantengono stabili solo in Africa e in alcuni Paesi asiatici, ma in Italia sono calate del 28% negli ultimi dieci anni… È un allarme rosso nel regno del cattolicesimo e ora anche in Vaticano.

 

Un Vaticano che non se la passa bene, anzi.

 

Ci sono tutti questi dossier e poi c’è un’altra vicenda che avvelena l’atmosfera. Un caso di troppo. È il processo in corso presso il tribunale vaticano al cardinale Angelo Becciu, ex numero 3 del Vaticano, destituito dal papa nel settembre 2020 per un investimento immobiliare a Londra. Le sedute dimostrano che questo alto funzionario aveva agito, per questo investimento imprudente, sotto gli ordini… del Papa. Il verdetto è ancora lontano dall’essere pronunciato, ma in questo piccolo mondo del Vaticano la “confusione” è davvero al suo apice. In questa atmosfera velenosa di “fine regno” alcuni cardinali si stanno preparando per il futuro o meglio… per il prossimo conclave. Lo stesso Papa Francesco lo ha riconosciuto davanti ai suoi amici gesuiti slovacchi. Le sue parole, registrate e pubblicate dalla principale rivista dei gesuiti, La Civiltà Cattolica, sono certe: “Sono ancora vivo”, ha detto loro, “nonostante coloro che vorrebbero vedermi morto. So che ci sono stati incontri tra prelati che pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Stavano preparando il conclave. Abbiate pazienza! Grazie a Dio, sto bene”.

 

Ci sono già dei “papabili”

 

Questo Papa è spaventosamente informato, perché sa come scoprire le cose. Anche questo crea un clima di sospetto irrespirabile in Vaticano. In effetti, si sono svolti diversi incontri di questo tipo. Come è normale che sia. Nel 1998, quando fu riconosciuto il morbo di Parkinson di Giovanni Paolo II, si verificò lo stesso scenario. Tuttavia, questi incontri denunciati da Francesco non coinvolgono solo i “conservatori”.

Mark Massa, un gesuita americano, ha tenuto un incontro a Chicago il 25 e 26 marzo con importanti cardinali e prelati di tutto il mondo, che doveva essere molto discreto, persino segreto. L’idea era quella di capire l'”opposizione a Francesco”. Il cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, che era presente, ha dichiarato al National Catholic Reporter: “Questa ‘opposizione al Papa’ sta cercando di costruire muri, di tornare indietro, di guardare alla vecchia liturgia o alle cose di prima del Vaticano II”.

Padre Massa sostiene la “sinodalità”. È “la cosa più importante”, “eliminerà il processo di ricorso a Roma”, e chiarisce: “Vogliamo dimostrare che l’opposizione a Papa Francesco è in gran parte un’opposizione al Concilio Vaticano II”. Osservazioni caricaturali in cui nessuno a Roma può riconoscersi. La Chiesa è più sfumata di questa visione in bianco e nero. Questa iniziativa americana sottolinea la posta in gioco del sinodo sulla sinodalità, che si preannuncia come l’ultima e più grande battaglia di Papa Francesco, anche se è immobilizzato.

Quanto alle liste di papabili, cominciano a circolare a Roma. È un’abitudine. Non hanno mai contribuito all’elezione di un Papa. Due nomi stanno venendo fuori: Il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, appartenente alla comunità di Sant’Egidio e molto vicino a Francesco. E, a sorpresa, il cardinale di Budapest, Péter Erdo, piuttosto conservatore.

Si tratta di pure speculazioni. Una cosa però è certa: con la prossima classe di cardinali che Francesco nominerà in autunno o nella prossima primavera, questo Papa avrà scelto i due terzi dei cardinali del prossimo conclave. Questa è la maggioranza necessaria per eleggere un successore. “Francesco sta seguendo tutto, fin nei minimi dettagli”, avverte uno dei collaboratori.


[Fonte: Le Figaro]

 


 

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