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Don Luigi Giussani
Don Luigi Giussani

 

Siamo rimasti incuriositi dall’intervista a don Pierluigi Banna da parte di Fernando De Haro, apparsa nelle scorse settimane sul blog paginas digitales (https://paginasdigital.es/in-giussani-non-ce-contrapposizione-tra-soggetto-e-autorita/). Visto che sembra proporre una propria personale interpretazione dei testi di don Giussani sull’esperienza, abbiamo cercato di chiarirci le idee chiedendo un parere a Giovanni Maddalena, prof. Ordinario di filosofia teoretica presso l’Università del Molise. La risposta è lunga e dettagliata ma abbiamo deciso di pubblicarla integralmente perché precisa e, a nostro avviso, rilevante per il dibattito sul futuro di CL.

La Redazione

 

Nell’estate ci sono stati diversi interventi sul futuro del movimento di Comunione e Liberazione, molti dei quali suscitati dal libro di Marco Ascione e del Corriere che si occupa della vicenda di CL e la politica. In realtà, le questioni di CL si inscrivono nella più generale vicenda dei movimenti novecenteschi dopo la morte dei fondatori. E chiunque conosca un po’ queste realtà sa che la vicenda politica è, ed è sempre stata, un riflesso – rilevante ma non primario – di posizioni filosofiche, teologiche, educative.

In questo senso è interessante l’intervista di De Haro a don Pierluigi Banna, che prova a dare la propria interpretazione della struttura dell’esperienza secondo don Giussani. È interessante innanzi tutto che si diano versioni diverse e che si possa discutere, finalmente, dopo quasi venti anni, di che cosa significhino le parole di don Giussani e delle conseguenze educative che esse comportano. Certo, il mezzo giornalistico non è forse il più adeguato, ma tanto vale per cominciare. È sempre bene confrontarsi anche teoricamente in un dialogo franco e aperto.

Banna vuole interpretare Giussani in modo da difendere integralmente l’impostazione educativa di CL avvenuta dopo la morte del fondatore. Ovviamente è un’interpretazione legittima, ma che viene fatta in modo incompleto rispetto ai testi e con qualche visione teologica che sbilancia forzatamente l’impostazione dello stesso Giussani. Inoltre, pur discostandosi di poco all’inizio, finisce con il creare un gap educativo profondo alla fine. Ma lo vedremo. Divido questa risposta in 3 punti e una conclusione, dove forse emergono i problemi più interessanti.

  1. La prima questione riguarda l’interpretazione del termine “esperienza”, uno di quelli centrali dell’impostazione educativa giussaniana. La struttura dell’esperienza è un testo di don Giussani del 1963, ripubblicato interamente ne Il Rischio educativo (Rizzoli 2005). Qui Giussani risponde alla preoccupazione dell’allora card. Montini di educare a un soggettivismo che fa dipendere la fede da un sentimento o da una convinzione individuale, secondo l’esperienzialismo condannato nel modernismo. Per rispondere Giussani spiega la struttura dell’esperienza cristiana a cui egli educa, che è oggettiva perché è fatta sì dal provare qualcosa (fattore I), ma è assicurata nell’oggettività dal fatto che non si dà esperienza senza significato (fattore II) e senza una verifica personale e persuasiva realizzata con criteri universali trascendentali (fattore III). Il fattore II è molto chiaramente definito come “grazia della fede” e coincide evidentemente con la proposta di significato che viene da Dio fatto uomo e dalla Sua continuazione nel Corpo della Chiesa. Tale proposta non può che venire dall’esterno perché la ricerca umana di significato, cioè di nessi fra le cose, non arriva mai a questo significato totalizzante, “che trascende la forza di penetrazione dell’umana coscienza” (p. 130). Nel resto del testo, don Giussani spiega bene come tale proposta di grazia sia veicolata dalla tradizione della Chiesa. Nell’intervista (e curiosamente non nell’articolo scientifico citato come riferimento) Banna cambia leggermente ma fatalmente questo secondo punto, come si può constatare alle pagine 130-131 del testo. Invece che essere una percezione di valore e significato ricevuta per grazia, nell’intervista si sostiene che questa percezione è ciò che chiamiamo ‘cuore’, ossia il complesso di esigenze ed evidenze trascendentali che ci compongono. Per semplificare senza tradire troppo: Giussani dice che la percezione del significato dell’esperienza è una grazia che viene da fuori di noi ed è veicolata dalla tradizione della Chiesa. L’interpretazione di Banna invita a pensare che la percezione del significato ultimo venga da noi stessi e non sia veicolata dalla tradizione della Chiesa. Nell’operazione giornalistica si cambia qualche parola ma si muta così il significato profondo, rendendo di fatto la tradizione della Chiesa estranea alla natura dell’esperienza. Quando si tratterà così di giudicare qualcosa, si potrà benissimo opporre la propria esperienza soggettiva a quanto la Chiesa dice. Si noti che Giussani sa bene che poi occorre una verifica personale fatta con il proprio cuore, ma essa, che è il terzo fattore, non si opera se non alla luce della proposta ricevuta. È l’intervento, l’avvenimento di Cristo, che sveglia, fa vibrare e salva il cuore. Per don Giussani era semplicemente inconcepibile che l’esito della verifica potesse smentire ciò che la Chiesa dice nella sua dottrina e nei suoi interventi magisteriali. Tant’è che, anche parlando non a livello di proposta cristiana ma di senso religioso, ricorda, nell’omonimo testo, che i criteri ultimi del cuore sono “dati” e “universali”, coincidendo così con i cosiddetti “trascendentali” dell’impostazione cattolica della fede.
  2. Un secondo fattore equivoco dell’intervista è la considerazione del peccato originale. Nell’intervista Banna ricorda che il peccato originale è stato redento da Cristo e quindi che l’essere umano è in grado di giudicare compiutamente del bene e del male, del vero e del falso, e sospetta di protestantesimo chiunque abbia una concezione diversa, rendendolo consentaneo all’idea di Lutero che vuole il male sempre vincente nella natura non redenta. In realtà la posizione di Giussani è più sfumata: certo, il peccato originale è stato redento e il cuore funziona in quanto sede di criteri ultimi di giudizio, tuttavia il cuore – come ricordavano S. Tommaso e il Concilio Vaticano I e il Concilio Vaticano II (Dei Verbum, 6) – non è in grado di restare nel riconoscimento del bene, del vero e del giusto a lungo senza la grazia che riceve nei sacramenti. L’annoso problema dello spazio alternativo di grazia e libertà è risolto da don Giussani sempre riconducendo la decisività della libertà umana a una sola mossa: la domanda o la preghiera (per esempio nel celebre discorso del 30 maggio 1998 davanti a Giovanni Paolo II). Il cuore dell’uomo è capace di giudicare bene se illuminato dalla grazia, che può sempre essere domandata, in ogni condizione. Giussani non è né protestante (l’uomo è sempre cattivo) né pelagiano (l’uomo è sempre buono) o gnostico (l’uomo è capace di essere buono tramite lo sviluppo di percorsi cognitivi o sentimentali). Giussani è sempre e profondamente innestato nel pensiero cattolico.
  3. Passando a temi più generali, Banna fa discendere la posizione educativa di Giussani da considerazioni sociologiche sull’epoca di fondazione, gli anni ’50 del secolo scorso, per poi proporne altre, attuali, che leggono la società come progressivo sviluppo del secolarismo e persino del nichilismo. I cambiamenti sociologici giustificherebbero un cambiamento del carisma e delle preoccupazioni pedagogiche. E per rafforzare questa tesi, sospetta chi ha una diversa lettura di volere il ritorno a un formalismo dottrinale di carattere tradizionalista (e curiosamente pare indicare in costoro i medesimi che hanno una posizione luterana sul peccato originale!). Certamente Giussani era particolarmente attento agli sviluppi della società ma nulla del suo discorso dipende da tali considerazioni: per Giussani non c’era nessun contesto in cui non fosse possibile annunciare il cristianesimo così come la Chiesa Cattolica lo stabilisce, anche nella sua dottrina, che è in realtà frutto proprio dell’esperienza di fede dei due millenni della Chiesa e non una deduzione logica. Ciò ovviamente non voleva dire essere conservatore, ma dire l’antico dentro il nuovo, in maniera comprensibile e innovativa (Si può vivere così!?, p. 134). Giussani non era il tradizionalista conservatore che volevano i giornali dell’epoca né il progressista vattimiano che vede il cristianesimo come insieme di sprazzi di luce nell’inevitabile perdita di senso che il tempo comporta e contro cui non si può né vuole fare nulla. Anche su questo punto era semplicemente cattolico. Pensava che il cattolicesimo potesse essere innovativo e interessante per l’uomo di oggi, come per l’uomo di ogni tempo, perché esso è un avvenimento ed è vero. Alla dinamica e allo sviluppo di questa certezza dedicava i suoi sforzi maggiori e migliori.

Conclusione. Al di là dei punti specifici in cui il pensiero di don Giussani viene alterato, che potrebbero essere anche individuati meglio e in maggior numero, e su cui ci si potrà confrontare e persino scontrare tra studiosi e appassionati, penso che la vera questione sia di carattere antropologico. Qual è il tipo di cristiano che viene fuori dalle considerazioni di Banna e da quelle più legate invece al pensiero effettivo di don Giussani? Il cristianesimo di Giussani si rivolgeva a persone normalissime, non particolarmente votate alla religione o a pensieri esistenzialisti, che incontrando un’amicizia estremamente significativa si convertivano proponendo poi a chiunque non se stessi ma questa amicizia, con l’ingenua baldanza di chi ha scoperto il “segreto” del mondo. Da qui tanto l’interesse per valorizzare e giudicare tutto alla luce dell’incontro fatto quanto la passione per opere culturali e caritative, nella certezza che tutti possono fare lo stesso incontro e capirne le ragioni universali proposte per grazia dalla storia della Chiesa. CL visto in questo modo era un movimento di appartenenza, di giudizio critico e non di analisi intellettuale, di presenza sociale fattiva e non di meditazione personale inattiva.

Ciò che viene invece suggerito dall’intervista a Banna è un movimento di interpretazione esistenziale, fatto per persone che approfondiscono insieme in momenti di parola un modo o un percorso che possono poi sempre svolgere da soli, in un mondo che non si può giudicare perché non avrebbe chances di capire, senza compiere quel medesimo percorso. È un cristianesimo che, post-modernamente, sente come violenza ogni certezza di verità e, ancor di più, ogni verità realizzata in luoghi e gesti comunitari che risultano sempre potenzialmente oppressivi.

La vera domanda è: questi due modi di sentire e vivere il pensiero di don Giussani possono stare insieme? Io penso che il movimento di appartenenza possa accogliere senza problemi chi abbia una sensibilità più acuta per l’analisi sociologica o per un percorso interiore più attento alle sfumature antropologiche e psicologiche. Che accada il contrario, invece, è più difficile perché i secondi sentono sempre violenti i primi nella loro certezza così radicalmente universale, comunitaria e popolare. Oltre al rispetto reciproco e alla disponibilità di tutti, sarà su questo genere di questioni, e non su quelle politiche descritte nel recente libro di Marco Ascione, che si giocherà il futuro di questo movimento.

 

Giovanni Maddalena

 



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