Caduta degli angeli ribelli, Pieter Bruegel il Vecchio
Caduta degli angeli ribelli, Pieter Bruegel il Vecchio

 

 

di Miguel Samperi Cuartero

 

È sempre più pervasiva ed estesa la pratica di festeggiare la solennità liturgica di tutti i santi nel modo peggiore possibile: dimenticando che si tratti della festa dei santi, ovvero della vita, della bellezza, della gioia celeste, della luminosità del Paradiso e della visione beatifica di Dio, e sostituendola con il suo contrario, ovvero il culto della morte, delle tenebre, della bruttezza, della tristezza e della menzogna.

Prendendo spunto dalla tradizione celtica di Halloween sono sempre più gli italiani che impegnano la loro fantasia, il loro tempo e i loro soldi a intrattenersi in rituali, ritualini, modi e mode, travestimenti e feste che nulla hanno a che vedere con la solennità religiosa dei santi. A spingere i più piccoli ad occuparsi di queste amenità sono gli stessi genitori e maestri, forse per noia, per riempire una mancanza affettiva o spirituale, oppure ancora per seguire il flusso delle abitudini e delle mode alle quali nulla hanno da opporre.

Nulla di male, dicono. La pensano invece diversamente i molti sacerdoti ed esorcisti che hanno invece ben presente, per esperienza, cosa significhi “halloween” per il nostro nemico e i suoi adepti. Basti leggere qualcosa dei loro scritti o le esperienze di chi da quei tunnel – oscuri e fetidi – è riuscito ad uscire (leggasi la storia di “Michela” intitolata “Fuggita da Satana”).

Sembrerebbe che l’”innocua festicciola” dei dolci, delle zucche e gli scherzetti provochi un enorme godimento al signor Diavolo e ai suoi seguaci e che il signor Diavolo consideri molto positivamente il capovolgimento (essendo un professionista nell’arte del capovolgere) della festa cristiana di “ognissanti”. Difatti pare che lavori e guadagni bene anche a “capodanno” e in altre festività religiose appositamente capovolte.

Mentre il signor Diavolo ottiene giovamento dalla partecipazione alla suddetta festicciola di tinte nere e arancio, i suoi adepti considerano l’evento una lode al loro padrone (non padre, ma padrone) e godono anch’essi di trovarsi (almeno qualche volta l’anno) in buona compagnia.

Ma visto che alle lodi si suole contrapporre il dileggio, lo scherno, lo sberleffo o finanche l’insulto, consideriamo che sia un buon modo di contrastare il funebre e fetido corteo quello di farsi beffe del nemico.

Sappiamo (i maestri della vita spirituale lo hanno ripetuto migliaia di volte) che col signor Diavolo non si dialoga: è troppo intelligente e astuto. Ma ha più di qualche punto debole (e ciò gli è costato il Paradiso): se lo mangia l’orgoglio, lo strugge la superbia e lo corrode l’invidia. È permalosetto e se la prende facile. Quindi niente diatribe intellettuali col maestro del sillogismo (ché Eva fallì penosamente, e ancora ci costa caro) ma sì la fuga e qualche insulto ben assestato.

Certo i dotti discutono se sia giusto o meno insultare il demonio e citano la Lettera di Giuda in cui lo stesso Arcangelo Michele rifiuta di condannare il Diavolo per lasciare il giudizio a Dio (Gd 9).

Ma al di là delle dotte discussioni dottrinali è bene tenere a mente ciò che fece san Francesco quando il signor Diavolo apparve ripetutamente a frate Rufino per sconfortarlo e scoraggiarlo dicendogli che era ormai inserito nel numero dei dannati. Si legge nel cap. 29 dei Fioretti un curioso episodio così intitolato: “Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino, dicendogli che perdea il bene che facea, però ch’egli non era degli eletti di vita eterna. Di che santo Francesco per rivelazione di Dio il seppe, e fece riconoscere a frate Ruffino il suo errore ch’egli avea creduto“.

Il brano racconta che san Francesco consigliò a frate Rufino di rispondere al diavolo con un’espressione poco gentile ma estremamente tagliente: «Apri la bocca, mo’ vi ti caco».

Così Francesco a Rufino: “Quando il demonio ti dicesse più: Tu se’dannato, sì gli rispondi: Apri la bocca; mo’vi ti caco. E questo ti sia segnale, ch’egli è il demonio e non Cristo, chè dato tu gli arai tale risposta, immantanente fuggirà“. Così successe. Il demonio scappò sdegnato e infuriato andando a sbattere contro il monte Subasio e provocando una fragorosa caduta di massi e fuoco che durò per giorni.

Ricordare oggi questo episodio farebbe sicuramente andar di traverso qualche bicchiere di vino (o di sangue) al signor Diavolo fancendo traballare il suo piedistallo di sterco sul quale oggi viene elevato dai suoi servi. Vada pure all’inferno!

 


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