di Mattia Spanò
Dal secondo dopoguerra i bambini occidentali sono andati a letto con una favola della buonanotte speciale. Sempre quella, sempre uguale. Una volta cresciuti ascoltavano la favola in tutti gli ambiti: scuola, università, lavoro, associazioni aggregative e culturali, intorno al focolare televisivo e, per chi la frequenta, in chiesa. Sempre quella, sempre uguale.
La favola è magnifica: il benessere e il progresso portano pace e diritti umani, la pace e i diritti portano altro benessere e più diritti per tutti, e così via. Un tripudio circolare di balle aerostatiche. Poiché non esiste intelligenza umana o spirito libero e critico che possa sottrarsi al mito fondante del suo tempo, la favola ha funzionato alla grande. Il problema allora diventa la materia del mito.
Come ogni favola che si rispetti anche questa ha il suo lieto fine: qualsiasi cosa succeda – in tutte le favole succedono cose brutte – ne usciremo vivi e più forti. Il nostro “stile di vita”, i “nostri valori” e la “scienza” ci rendono invincibili. Il bambino si addormentava beato ciucciandosi il dito. Arrivato a settant’anni, dorme qualche ora in meno ma ancora si ciuccia il dito.
Consideriamo i tre grandi conflitti in corso: quello bellico, quello economico-ambientale e quello sessuale. Quello bellico al momento vede tre minacce disposte a tenaglia: due attive (Medioriente e Ucraina) e una terza “dormiente” (Taiwan e controllo del Pacifico). Le prime due sono le prove generali della terza: lo scontro con la Cina.
L’Ucraina è perduta, come paese e come spina nel fianco della Russia. Dal punto di vista militare la pia illusione è stata combattere sul Dnipro una guerra per procura come accaduto in Libia e soprattutto in Siria. La Libia è caduta ma è inservibile, la Siria è distrutta ma non capitola grazie al supporto russo. È cambiato lo spessore dell’avversario: la Russia ha compiuto un capolavoro tattico di pazienza, oltre a godere di una supremazia negli armamenti umiliante. La percezione della Russia tutta “vodka e mignotte” in voga negli ultimi trent’anni ha offuscato il giudizio, diciamo.
Alcuni analisti vedono alla base del problema un paradosso dovuto alla creazione di un nuovo settore speculativo, il plesso militar-industriale: in ambito NATO – Dmitry Orlov scrive che la NATO è il gruppo d’acquisto delle armi americane – il 70% del budget viene destinato a stipendi e prebende varie che hanno smodatamente arricchito i funzionari, e soltanto il 30% alla ricerca e sviluppo nella produzione bellica.
In Russia e Cina accade il contrario: l’80% è destinato a produzione e ricerca, soltanto il 20% agli stipendi. È vero che gli USA rimangono il primo paese al mondo per spesa militare, ma bisogna capire come vengono allocate queste risorse: se finiscono nelle ville a Malibù dei generali del Pentagono o in quelle in Versilia di Zelensky, invece che in una supremazia militare effettiva.
Quella di Israele è una situazione ancora più complessa. Il paese è dilaniato da faide interne fra ebrei ortodossi che il governo Netanyahu intende arruolare, il 20% di arabi israeliani (cittadini di serie B, come gli ebrei sefarditi), la frenesia razziatoria e razzista dei coloni in Cisgiordania politicamente garantita da figure come Smotrich e Ben Gvir, e un’opposizione popolare che nei mesi precedenti il 7 ottobre stava per rovesciare l’esecutivo. Non si tratta di conflitti generati dall’antisemitismo – per la cronaca: anche i palestinesi sono semiti – o dall’ideologia ProPal. Sono conflitti endogeni scatenati fra ebrei, ebrei israeliani ed ebrei israeliani sionisti.
A questo si aggiungano i 10.000 soldati israeliani caduti a Gaza – il numero più alto di ogni guerra combattuta da Israele – la fronda di certe fazioni dell’esercito alimentata da episodi come il dibattito surreale sul diritto dei soldati a stuprare i prigionieri, il fatto che dopo dieci mesi di massacri l’85% delle strutture offensive di Hamas sia ancora intatto ed operativo, l’altissima capacità militare di Hezbollah, il fatto che difendersi dalle minacce e dagli attacchi iraniani e libanesi comporti una spesa bellica sette volte superiore al costo di ogni attacco subìto.
Senza contare che la semplice minaccia di reazioni crea uno scombussolamento economico enorme, con S&P che ha dato una prima sforbiciata all’outlook sul paese. Per contrappasso Israele rischia di ridursi come Gaza: un paese-compound accerchiato che tira a campare di sussidi esterni in particolare americani, esposto ai cattivi umori dei suoi vicini, sotto schiaffo delle opinioni pubbliche interne come Egitto e perfino l’alleato Giordania (il 60% dei giordani sono di origine palestinese), che possono bloccarne gli approvvigionamenti con uno sforzo tutto sommato limitato, come dimostrato dalla fazione Houthi in Yemen. E parliamo di fastidi ancora leggeri.
Il mortifero guazzabuglio bellico si riflette specularmente nel guazzabuglio economico ugualmente cadaverico. L’Occidente “giardino fiorito” ha appaltato la produzione a paesi in via di sviluppo come Cina, India e Vietnam, che nel frattempo, ohibò, si sono sviluppati, magari non socialmente ma economicamente sì, eccome.
Gran parte della nostra economia si regge sui servizi “ad alto valore aggiunto” ed intellettualmente gratificanti (niente come l’intellettualità incanta chi ne è privo) perché non hanno bisogno di manodopera e poche materie prime, ma che in definitiva non producono un bottone. Il prossimo passo è consegnare chiavi in mano questi servizi all’intelligenza digitale (più che artificiale), riducendo ulteriormente la necessità di manodopera.
Il problema è che la potenza di calcolo necessaria alle magnifiche sorti e digitali richiede quantità abnormi di acqua ed energia di cui non disponiamo o che dobbiamo sottrarre ad altri bisogni vitali, o che non possiamo produrre. Per eterogenesi dei cervelli, a suon di sanzioni suicide si realizza la scarsità delle risorse tanto sbandierata.
Non basta. La transizione cosiddetta “verde” impone l’uso di fonti d’approvvigionamento intermittenti come il solare e l’eolico, a fronte di una domanda esplosiva che riguarda appunto lo sviluppo delle infrastrutture digitali e dell’automotive. Le “sfide” da risolvere – per usare la parolina magica che arrazza i cervelli più corti – sono incalcolabili.
Le stesse autostrade digitali, compreso lo sviluppo dell’identità dematerializzata e annessi portafogli di credito sociale e sanitario (senza dimenticare le più banali funzioni di pubblica amministrazione) sono in realtà fragili, esponendo funzioni essenziali e miliardi di dati a furti e attacchi informatici, blackout nei servizi e bug vari che rendono servizi elementari intermittenti quanto il sole e il vento.
Il terzo grande conflitto a pacchetto, per così dire, è quello sessuale. Che ha a che fare nell’ordine con lo scardinamento della famiglia naturale, l’inverno demografico, la promozione di ideologie ontologicamente sterili come l’omosessualismo e il transgenderismo, il conseguente commercio dei corpi di donne e bambini, ma più profondamente con il rifiuto dell’esistenza di un ordine naturale e morale orientati alla sopravvivenza della società e con la liquefazione dello stato di diritto, della persona e della collettività.
Se non è più possibile riconoscere socialmente una persona in quanto uomo o donna, per la proprietà transitiva non si vede perché riconoscerla come titolare del diritto alla vita o alla proprietà privata, fino a cose più quotidiane come il rispetto della dignità umana in senso generale e diritti legati al lavoro.
Le strade sono sempre a doppio senso: come un uomo si percepisce donna a piacer suo, così l’amministratore di una società privata potrà percepire il lavoratore come inutile, o ritenere superfluo pagargli lo stipendio nonché provvedere alla sicurezza sui posti di lavoro. Lo Stato, avvalendosi del monopolio della violenza e della giustizia, può svuotarti il conto corrente o impedirti di guadagnarti la pagnotta per un “bene superiore” di qualsiasi tipo: un’emergenza sanitaria qua, un’aiuto al baluardo democratico vessato da un tiranno là, un crollo della borsa che vaporizza i vostri “investimenti” e i patrimoni di agenzie pubbliche a destra, un sacrificio e una cessione di sovranità indispensabili all’idea di Ueropa a sinistra. Non c’è limite, né ideale né fisico.
Nonostante alchimie finanziarie, marketing culturale (mangia insetti, l’era dell’ebollizione globale, l’agricoltura inquina eccetera) e l’ossessione per l’ordoliberismo monetarista puntellino la baracca nelle menti di popoli rassegnati e distratti da polemiche sul patriarcato femminicida, i balneari e il ritorno del fascismo e di Trump, tutto ciò non funziona. Non perché la gente non accetti supinamente queste cose: al contrario, proprio perché le accetta in blocco e senza fiatare.
Quando ai padroni del vapore servirà un’azione o una reazione compatta e convinta per far fronte alla débâcle, che sia la guerra, l’ennesima bolla finanziaria, una vera epidemia – guardate i nuotatori olimpici che nuotano senza fare un plissè nelle deiezioni della Senna – una carestia di proporzioni bibliche (rischiamo anche questa) che ci costringerà come accaduto in Nigeria a comprare riso di plastica dai cinesi pagandolo coi soldi del Monopoli, queste azioni e reazioni non ci saranno. Popoli addomesticati all’inutilità della ragione e del buonsenso agiscono con furia contro i domatori, ma più probabilmente si bloccano come leprotti abbagliati dai fari della macchina.
I padroni del mondo che sognano di farlo e disfarlo a piacere, questo fatto elementare non lo considerano. Fanno l’unica cosa che sanno fare: insistono nelle loro idiozie.
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IL MIO TERZO ROMANZO, rimasto ancora inedito, titolato ” TMS ROMANZO, le confessioni di Vittorio”, tratta appunto di questo terzo aspetto, la guerra dentro il costume sessuale avvenuta dagli anni 50 in poi. Esamina una sua tragica conseguenza: la SESSUALITA’ DISFUNZIONALE MASCHILE. E le ideologie a monte, anche dentro la scuola e la chiesa. La libertà finta, la visione predatrice maschile, gli alienanti rifiuti femministi. Il gender. MA IL MAINSTREAM non mi da spazio alcuno. Sebbene sappia scrivere ed abbia molte cose vere da comunicare. Ma non omologate alla vulgata finta progressista. Cerco consigli. Potrebbe contattarmi ? Grazie e saluti. Luigi Grossi.
Ahimè la favola del benessere legato al progresso non hanno smesso di propinarla ancor oggi, come ci fecero ben intendere i vari “andrà tutto bene” disseminati un po’ ovunque nella “terra dei cachi”. Al massimo se qualcosina va storto sarà colpa dei complottisti, populisti, sovranisti che magari guardiamo con sospetto al bancone del bar perché bevono un Moscow-mule, ergo saranno quasi certamente anche filo putiniani.
Ho il sospetto che padroni e padroncini del mondo in qualche modo si nasca. E che una volta conquistata col loro fare la poltrona desiderata, l’effetto sia talmente inebriante che non puoi più farne a meno…e proprio per questo insistono nelle loro idiozie…continuano a fare l’unica cosa che sanno fare