di Sabino Paciolla
In occasione della Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo 2026, Anthony Fisher OP, Arcivescovo di Sydney, ha pubblicato una lettera pastorale rivolta ai sacerdoti, ai religiosi e a tutto il popolo di Dio. Il testo, intitolato Adorare il Signore Eucaristico, ruota attorno a un invito profondo e concreto: riscoprire il valore dell’inginocchiarsi come gesto di fede, adorazione e comunione con Cristo.
L’Eucaristia: fonte e culmine della vita cristiana
Fisher apre la sua lettera richiamando la definizione del Concilio Vaticano II: l’Eucaristia è «fonte e culmine della vita cristiana». Sotto i semplici segni del pane e del vino, il Signore Gesù dona tutto ciò che è — corpo, anima, umanità e divinità — interamente offerto per noi. Questo dono non è astratto: Dio condivide con noi il Suo amore, la Sua vita e la Sua verità, e lo fa attraverso la materia stessa, attraverso i corpi, perché siamo esseri corporei e non solo spiriti.
È proprio questa dimensione incarnata a rendere la liturgia un’esperienza coinvolgente. «La vita liturgica coinvolge l’intera persona attraverso tutti i sensi. Vediamo il sacro nella bellezza delle azioni liturgiche, nell’arte e nell’architettura sacra, nel “contemplare” l’Agnello di Dio durante la Messa o nell’Adorazione Eucaristica. Ascoltiamo il sacro nella Parola di Dio proclamata e predicata, nelle preghiere liturgiche, nei salmi e nei canti sacri. Tocchiamo il sacro nell’acqua che ci viene spruzzata addosso, nel sacramento posto sulle nostre mani e sulla nostra lingua…». Per il sacro ci predisponiamo con tutto il nostro corpo quando stiamo in piedi, ci sediamo, ci inchiniamo, procediamo in processione e ci inginocchiamo.
E tra le posture fisiche della preghiera, una emerge con particolare forza simbolica e teologica, l’inginocchiarsi.
Il gesto dell’inginocchiarsi
L’intera sezione centrale della lettera è dedicata all’inginocchiarsi. L’Arcivescovo risponde a chi considera questo gesto degradante o incompatibile con la dignità dei figli di Dio, riportando la ricchezza biblica del gesto. Mosè si prostrò davanti al roveto ardente, Salomone si inginocchiò alla consacrazione del Tempio, i Magi adorarono il Re bambino. E il Salmista esorta: «Entriamo, prostriamoci e inchiniamoci; inginocchiamoci davanti al Dio che ci ha creati» (Sal 95,6).
Nel Nuovo Testamento, inginocchiarsi davanti a Gesù non è mai umiliazione: è supplica, gratitudine, stupore, adorazione. Il lebbroso guarito che torna a ringraziare Cristo usa un termine — εὐχαριστῶν — da cui deriva la parola stessa “Eucaristia”. San Paolo, nella Lettera ai Filippesi, conclude: «Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2,10).
Gesù stesso ha dato l’esempio: si è inginocchiato per lavare i piedi ai discepoli, e poi nell’orto del Getsemani, nell’angoscia della notte, ha pregato in ginocchio chiedendo ai suoi di vegliare con lui. Fisher invita i fedeli, quando si trovano davanti al Santissimo Sacramento, a fare altrettanto: «Potremmo inginocchiarci almeno per una parte del tempo, come espressione evangelica di ringraziamento e fiducia, adorazione e stupore, penitenza e bisogno, pura compagnia con Gesù».
Dalla contemplazione alla missione
Un elemento particolarmente bello della lettera è il legame che Fisher traccia tra il gesto dell’inginocchiarsi e la missione. Dio non lascia i suoi in ginocchio per sempre: li rialza e li manda. Isaia, prostrato davanti al trono divino, risponde alla chiamata: «Eccomi, manda me». Pietro, caduto in ginocchio dopo la pesca miracolosa, viene inviato a diventare pescatore di uomini. I discepoli di Emmaus riconoscono il Risorto nella frazione del pane e subito dopo si alzano e corrono ad annunciarlo. «Ci inginocchiamo per riconoscerLo — scrive Fisher — e poi ci alziamo per farlo conoscere».
Un appello concreto
La lettera si chiude con una serie di inviti pratici. L’Arcivescovo chiede ai sacerdoti di ripristinare gli inginocchiatoi nelle chiese dove mancano, di offrire almeno un’ora santa settimanale in ogni parrocchia, di aprire le chiese per più ore ogni giorno e di insegnare ai fedeli le posture liturgiche appropriate. Ai laici chiede di prepararsi con cura alla Messa, di coltivare l’adorazione eucaristica e di riflettere su come tradurre nella vita quotidiana ciò che si riceve sull’altare.
Sullo sfondo di tutto, l’attesa del Congresso Eucaristico Internazionale che si terrà a Sydney nel 2028 — un orizzonte che rende questa lettera non solo un invito spirituale, ma un vero programma pastorale per i prossimi anni.
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