“Più l’informazione ripetuta all’infinito è cretina, più avrà possibilità di successo condizionando irreversibilmente la mente e i comportamenti del pubblico”.

 

Rassegna Stampa

 

 

di Mattia Spanò

 

Ciò che chiamiamo informazione è un oggetto mentale complesso. L’obiectus è ciò che è “messo davanti” agli occhi o alla mente. Ha la stessa radice di ostacolo (obstaculum: stare davanti).

In una certa accezione, l’informazione mi impedisce di arrivare alla cosa che sta dietro, di percepirla, sperimentarla. Lo fa essenzialmente in due modi: invitandomi o respingendomi.

Ad esempio, la pubblicità mi dice che la Nutella è buona. Io mangio la Nutella e dico: la Nutella è buona.

Nessuno farebbe una pubblicità della Nutella dicendo: la Nutella fa schifo, altrimenti nessuno mangerebbe la Nutella. Ma se lo facesse, otterrebbe un risultato uguale e contrario.

Nel primo caso (buono), non si tratta di un giudizio personale ma di un giudizio mediato, di seconda mano. Ed anche nel secondo (cattivo). Si tratta di trigger, inneschi che scatenano reazioni che riflettono la positività o la negatività dell’informazione: potremmo chiamarla bomba emotiva.

Un certo numero di persone che troveranno la Nutella buona o cattiva contro il messaggio diffuso è messo in conto: si tratta dei reazionari, o disfunzionali. Se per voi piove, per loro splende il sole, e viceversa.

In soldoni, se affermo che la Nutella è buona, la maggioranza converrà che lo è. Se dicessi che è cattiva, più o meno lo stesso numero di persone troverà che è un prodotto pessimo. In un caso e nell’altro, l’informazione decreta il giudizio sulla cosa.

Un modo corretto di ottenere una risposta autentica sarebbe domandare a tutti: proveresti la Nutella? Non do alcuna informazione sulla Nutella. Non dico nemmeno che cos’è. Chiedo di provarla.

Accadrebbe allora una cosa interessante: la gente non assaggerà la Nutella. Non ne ha motivo. Chiederebbe: dicci di più. Dacci qualche informazione. Non dirci cos’è la Nutella – chi se ne frega – ma com’è.

Questa procedura ancestrale di creare un’intercapedine fra noi e le cose è correlata al rischio: se non ho informazione, ciò che ho davanti è ignoto, pericoloso, forse letale. È un’intercapedine che isola, maschera e coimbenta la realtà sottostante.

L’informazione è essenzialmente pubblicitaria, nel senso che mette in pubblico, espone agli occhi di tutti non un fatto, ma la sua versione truccata.

Gran parte della prestidigitazione risiede nel suo essere in piazza: se esponete un pollo crudo sull’altare di una chiesa, coloro che lo vedono lo percepiranno come “importante”, decidendo solo dopo se sia una cosa positiva o negativa, il che non modifica di una virgola la sua rilevanza, anzi qualunque direzione si imbocchi la aumenta.

Non solo: si mette il fatto in piazza per dire che non c’è trucco (invece c’è eccome: se fosse al suo posto, nessuno lo noterebbe: se invece lo ex-pongo, lo altero), non c’è inganno né pericoli. Trasparenza, abolizione del mistero, dell’incertezza. Vedi, annusi, tocchi, metti in bocca. Esperienza.

La ragione per la quale l’informazione è così costruita dimostra che in relazione ad un fatto qualunque, le persone sono in maggioranza profondamente indifferenti.

Non colgono a monte alcuna differenza apprezzabile fra l’affermazione “Nutella buona” e il suo contrario. Nemmeno dopo aver mangiato la Nutella ed essersi formate,  conformate (formate insieme) un giudizio. A valle, decretano ciò che è stato loro imposto a monte.

Si obietterà che esistono la “critica”, le “recensioni”. Balle. Se si mettono a confronto le opinioni di esperti circa una tesi informativa, si noterà che le voci dissonanti sono una percentuale irrisoria.

Si dirà: questo succede perché chi produce il contenuto è capace e lavora bene. Altra balla, peraltro secondo gli stessi promotori: non assisteremmo al progresso convulso, il “miglioramento”, le “nuove versioni”. L’euro 0, 1, 2, 3, 4, 5, 6, delle marmitte nelle automobili. Ogni versione è “ecologica” oggi, e “inquinante” domani, al punto da venire prima dismessa e finalmente proibita. Dagli stessi che avevano raccontato quanto fosse ecologica.

A questo punto l’informazione diventa formazione di massa. Non basta cioè dire “Nutella buona”: bisogna ripeterlo come una nenia tibetana, perché al di fuori di un’associazione semantica infinita il soggetto “Nutella” cessa di esistere nella mente, e dunque nei desideri, del consumatore. Egli non vuole scoprire, giudicare, valutare, ma solo inghiottire il buono che c’è nella Nutella.

Orientato o meno che io sia al giudizio positivo sul gusto della Nutella, una volta che l’ho mangiata e constatato che è buona, questo dovrebbe bastare a farmi mangiare Nutella sinché morte non ci separi. Significa che sono davvero convinto che sia ottima.

Nella realtà, solo una piccola parte della maggioranza si comporta così. Potremmo definirli “funzionali”: entusiasti, persone profondamente convinte che la Nutella sia un prodotto eccezionale. Numericamente, sono più o meno speculari ai disfunzionali, quelli che dicono che la Nutella fa schifo.

Al netto di detrattori ed entusiasti, circa l’80% delle persone ha bisogno che una cosa gli venga costantemente ricordata. La Nutella esiste, è buona, la trovi ovunque vicinissimo a te.

I destinatari della pubblicità non sono né i funzionali – consumeranno sempre quel prodotto – né i disfunzionali – che non lo consumeranno nemmeno morti. Sono tutti gli altri, la maggioranza schiacciante, che non ha né mai avrà un giudizio stabile al riguardo.

La maggior parte delle persone ha un costante bisogno di fornitura formativa. È l’idea alla base, per fare un esempio, della formazione professionale life long: un professionista ha bisogno di formazione costante, in genere per tutta la durata della sua carriera lavorativa.

Questo fenomeno ha implicazioni importanti. Prima fra tutte: il professionista, l’esperto (o il consumatore) non sono più tali. Non hanno più certezza di sé, il che equivale a dire che non sono sé, ma altri da sé.

Vivono un senso di costante inadeguatezza che genera stress. Non serve che sentano e decidano liberamente di aggiornarsi: in genere, la formazione continua è obbligatoria, altrimenti qualcuno prenderà il loro posto.

La professionalità, il “merito” – qualche drogato col cervello in crema si è pure inventato il termine “meritocrazia” – non sono che il biglietto d’ingresso in un ecosistema precario, in cui per sopravvivere altri ti devono in-formare.

Il consumatore cercherà sempre altro da consumare. Cose innovative, esclusive, “rare” (al punto che le possiedono solo in centinaia di milioni). Beninteso lo farà  consapevolmente, responsabilmente, sostenibilmente.

In questo punto scatta la trappola della deformazione. In Occidente i consumatori di informazione sono ormai dei ludopatici alcolizzati, ma “responsabilmente”, in modo perfino rispettoso dell’ambiente.

Le persone non si informano affatto, vengono informate (dalle notifiche push, ad esempio, o dalla profilazione di sè), meno che mai per formarsi un giudizio, che viene fornito sotto forma di formazione continua da altri. Lo fa per appartenere a una comunità informativa.

Le persone sanno già che la pioggia bagna e il fuoco brucia. Ciò che per loro è interessante sono la pioggia incandescente e il fuoco freddo. La deformazione, appunto. Intorno a questo principio nascono le comunità informative e si plasmano identità nuove.

In altre parole, più l’informazione ripetuta all’infinito è cretina, più avrà possibilità di successo condizionando irreversibilmente la mente e i comportamenti del pubblico.

Tre considerazioni finali. Non ce l’ho con pubblicitari, formatori e altre categorie qui ricordate, ma con l’uso statuale che viene fatto di questi saperi e funzioni: un conto è che un pubblicitario mi dica che la Nutella è buona o che un formatore mi insegni a usare il computer. Un altro che lo faccia uno Stato o una Federazione imponendolo per legge.

La seconda considerazione è di per sé contro-informare e contro-formare possono indurre in contro-deformazioni altrettanto gravi.

La terza, e spero che qualche lettore assiduo apprezzi, è che non ho fatto il minimo cenno né al Covid, né al vaccino, né a Putin o all’irreprensibile Draghi.

Ognuno sistemi i pezzi sulla scacchiera a piacere. Tenendo presente che il Bianco muove per primo, e se nel 54% dei casi vince la partita, ma nell’altro 46% no.

 


 

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