“Remi Brague dice che l’Europa non crede più in nulla. Il giudizio è attendibile e pone la domanda: perché dovremmo credere nell’Europa, se essa non crede più in nulla? Brague non dice Unione Europea, dice Europa. Se l’Unione Europea non crede più in nulla è perché l’Europa non crede più in nulla. Se è così, bisogna riprendere il discorso dall’Europa più che dall’Unione Europea, che ne seguirà di conseguenza.”

Dalla relazione tenuta da Stefano Fontana al Convegno “Un Manifesto per l’Europa”.

Stefano Fontana

Stefano Fontana

 

di Stefano Fontana

 

La collaborazione in Europa tra individui, società e istituzioni per il bene comune richiede di esaminare almeno i due concetti di bene comune e di sussidiarietà. In questo breve intervento mi riprometto di mettere a confronto questi due principi della Dottrina sociale della Chiesa con la loro realizzazione nell’architettura e nella prassi dell’Unione Europea. Distinguo, come è naturale, tra Europa, processo di unificazione europea e Unione Europea. È sbagliato far coincidere i tre elementi. I due principi del bene comune e della sussidiarietà, così come sono chiariti dalla Dottrina sociale della Chiesa, appartengono all’Europa per natura e per storia, si tratta di vedere se sono stati recepiti correttamente nel processo di unificazione europea e nell’Unione Europea. Se così non fosse se ne potrebbe dedurre che il processo di unificazione abbia eroso elementi importanti di “europeità”, favorendo un europeismo senza europeità, ossia l’europeismo come ideologia.

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Per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune ha alcune caratteristiche essenziali. La prima è quella della moralità: non è un concetto quantitativo ma qualitativo, la vita buona di tutti gli europei e di ogni europeo in quanto uomini. Il senso morale dell’espressione è attestato dalla presenza della parola “bene”. A meno di non intendere tale parola secondo significati impropri e riduttivi, essa richiama ad un ordine finalistico a cui corrispondere. Ne consegue che una visione utilitaristica, convenzionale, relativista del bene non è in grado di fondare il bene comune. Questo è il primo punto, ed è, come si vede, veramente fondamentale.

Per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune è quindi un concetto anche finalistico: ecco il secondo punto. È il fine a costituire il bene: senza un fine naturale da raggiungere il bene comune diventa o la somma dei desideri individuali (l’interesse generale) o il bene del potere politico (il bene pubblico). Per sapere cosa sia il bene devo sapere cosa sia l’uomo e quale sia il suo fine, ma è proprio questa la principale debolezza culturale del processo di unificazione dell’Europa che, come scrisse Remi Brague, “è divenuta incapace di dire perché è bene che ci siano degli uomini” e quindi “siamo diventati incapaci di credere nel valore dell’uomo”.

In terzo luogo per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune è analogico e organico. Non c’è un unico bene comune (il benessere collettivo), ma esso si articola nel bene della persone, delle famiglie, delle imprese, delle nazioni e così via … il bene comune è articolato, composito, sinfonico: le giuste relazioni naturali delle parti tra di loro e verso il tutto. Ciò richiede che ogni livello sociale abbia e persegua il proprio bene comune da intendersi come risposta alla propria finalità naturale nell’esercizio delle attività e funzioni a ciò consone. L’individuo vive dentro società naturali (come per esempio la famiglia) ed elettive (come per esempio un corpo sociale intermedio) le quali partecipano alla costruzione del bene comune in senso organico e non nel senso di una pluralità di individui posti di fronte ad un individuo più forte di tutti che è il Potere Pubblico. Oggi i cittadini sono posti davanti allo Stato e davanti all’Unione Europea secondo il medesimo schema: da individuo a Individuo.

Per questo non c’è nella Dottrina sociale della Chiesa il concetto di sovranità, perché ogni realtà sociale agisce secondo i doveri che ha verso l’ordine finalistico che le è proprio, tutte hanno un superiore da riconoscere. Il bene è l’ordine delle cose in quanto aventi un fine naturale da raggiungere. O c’è una natura finalistica delle cose – della persona, della famiglia, dell’impresa, dei municipi, delle aggregazioni sociali, delle nazioni e così via – il cui raggiungimento corrisponde al bene comune, oppure il bene comune è convenzionale, debole, non fondato.

In quarto luogo il bene comune ha una struttura sussidiaria, con il che ci colleghiamo espressamente con l’altro principio che dobbiamo esaminare. Sussidiaria vuol dire solidale secondo l’ordine naturale e finalistico delle articolazioni sociali. Perché la società di ordine superiore deve aiutare quella di ordine inferiore a fare da sé? Perché questa possa conseguire il suo fine naturale e solo per questo. L’aiuto sussidiario è una forma di vera solidarietà. È sbagliato pensare alla solidarietà come qualcosa di diverso a di aggiunto alla sussidiarietà, essa coincide con la sussidiarietà.

L’ultimo elemento del bene comune secondo la Dottrina sociale della Chiesa è la verticalità. Il bene comune non è possibile senza il fondamento ultimo del bene ossia il Bene-in-sé. Se c’è un ordine naturale finalistico che fonda il bene comune, ci deve essere anche un Fine ultimo, senza del quale anche i fini intermedi perdono di significato. Considerato in senso solo umano, il bene comune manca della assolutezza di cui invece ha bisogno e che non sa darsi da solo, come anche pensatori laici come Habermas o Böckenförde hanno evidenziato. Il bene comune è un concetto etico, ma l’etica non si fonda su se stessa perché l’uomo non si fonda su se stesso. Il bene comune richiede un fondamento ultimo trascendente e questo spiega la nota insistenza di Giovanni Paolo II a volere il riferimento a Dio nella Costituzione Europea e il provocatorio invito di Benedetto XVI a vivere come se Dio fosse: etsi Deus daretur. “Per credere nell’Europa abbiamo bisogno di credere non solo nell’Europa” (Brague).

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Facciamo ora una breve verifica sulla presenza di questi elementi del bene comune e della sussidiarietà nella architettura e nella prassi dell’Unione Europea.

È difficile sostenere che l’Unione Europea assuma il bene comune in senso morale, ossia non in modo funzionale o convenzionale. Forse questo concetto era presente nei Padri fondatori cattolici ma non nel Manifesto di Ventotene, di tipo illuminista. Oggi l’’ideologia dell’Unione Europea sembra fondarsi unicamente sul principio di autodeterminazione: libertà sganciata dalla verità che non sia una verità convenzionalmente stabilita e quindi funzionale alla liberta; diritti sganciati dai doveri che non siano quelli convenzionalmente definiti e quindi funzionali ai diritti.

Date queste premesse è difficile pensare che quello oggi presente nell’Unione Europea sia un bene comune inteso in senso finalistico. Possiamo dire che l’Unione Europea sia un compromesso tra sovranismi, ossia tra diversi fini arbitrari. Oggi si usa molto la parola sovranismo per indicare una resistenza ai processi di integrazione sovrastatale in nome della sovranità statale. Non è però l’unica forma di sovranismo. C’è anche il sovranismo delle varie sfere sociali ognuna delle quali si considera sovrana nel suo ordine, c’è il sovranismo degli Stati che si considerano tali nel loro ordine, c’è il sovranismo delle istituzioni europee che spesso impongono se stesse e la propria ideologia ai livelli socialmente sotto-ordinati.

Quello dell’Unione Europea non è nemmeno un bene comune analogico e organico. L’Unione non è una “comunità di comunità” e non ha la struttura articolata e organica dei vecchi imperi. Dal centro promanano molte dinamiche che si alle realtà delle famiglie o delle nazioni uniformandole.

Il bene comune nell’Unione Europea non ha nemmeno una natura sussidiaria, nonostante il Trattato di Maastricht contempli formalmente questa nozione che però esso intende a) come attribuzione dall’alto di funzioni decentrate, b) come strumento funzionale per rendere più efficiente il sistema tramite la cosiddetta vicinanza al cittadino. La sussidiarietà implica che sia chi aiuta il corpo sociale inferiore, sia chi pretende di avere spazi di autonomia dal corpo sociale superiore lo faccia in ossequio ad una finalità naturale da raggiungere e non per funzionalità pratica o per rispondere a dei desideri. Attualmente nessun documento fondativo dell’Unione Europea e nessuna prassi delle sue istituzioni fanno riferimento ad un ordine naturale finalistico. In moltissimi campi l’Unione Europea è al lavoro per contraddire gli elementi di ordine naturale finalistico, a cominciare dalla vita e dalla famiglia fino alle comunità locali e alle nazioni.

Ancor meno degli aspetti finora visti, il concetto di bene comune dell’Unione Europea rispetta il suo carattere verticale. Tuttalpiù l’Unione Europea può: a) considerare le religioni come fatto privato da bandire dalla pubblica piazza; b) considerare indifferentemente tutte le religioni come aventi un diritto pubblico. Nell’uno o nell’altro caso la ragione politica dell’Unione Europea ha dogmaticamente scelto l’indifferenza verso le religioni nel senso di non misurarsi con la “verità” o meno delle religioni. Per la Dottrina sociale della Chiesa invece, il bene comune richiede non solo e non tanto una generica apertura gnostica al trascendente quanto un serio confronto con la verità delle religioni e quindi con la religio vera.

La collaborazione per il bene comune in Europa di individui, società e istituzioni è oggi molto difficile in quanto l’Unione Europea ha impostato se stessa su principi che pongono difficoltà molto serie a questa collaborazione. L’Unione Europea è il primo finanziatore dell’aborto nel mondo, spinge perché gli Stati membri adottino legislazioni a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso, la giurisprudenza europea stabilisce precedenti per le legislazioni nazionali nel sovvertimento del diritto naturale, le nazioni vengono considerate in senso prevalentemente folkloristico e la difesa delle identità culturali vituperata come nazionalismo, si va verso un globalismo europeo fatto indebitamente coincidere con la solidarietà tra i popoli europei… ecco alcuni esempi della difficoltà della suddetta collaborazione.

Circa i possibili sviluppi futuri vorrei segnalare qui tre semplici spunti:

Remi Brague dice che l’Europa non crede più in nulla. Il giudizio è attendibile e pone la domanda: perché dovremmo credere nell’Europa, se essa non crede più in nulla? Brague non dice Unione Europea, dice Europa. Se l’Unione Europea non crede più in nulla è perché l’Europa non crede più in nulla. Se è così, bisogna riprendere il discorso dall’Europa più che dall’Unione Europea, che ne seguirà di conseguenza.
L’Unione Europea in fondo ha accolto lo schema hobbesiano dello Stato moderno come Summum artificium e Grande Individuo. Per questo un eventuale sviluppo negli Stati Uniti d’Europa è da vedere con preoccupazione perché si collocherebbe in quello stesso schema.
Certamente un Parlamento che non può proporre leggi è una assurdità democratica e tutti notano un grande deficit di democrazia nell’Unione Europea, ma la soluzione non arriverà solo da “più democrazia” se si rimane dentro la concezione di democrazia propria del Manifesto di Ventotene e non in quella indicata dalla Dottrina sociale della Chiesa.
In conclusione, non c’è bisogno di “più Europa”, c’è bisogno di credere in qualcosa di più che l’Europa.

 

Fonte: vanthuanobservatory


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