Ucraina, Battaglione Azov - Photo: Azov Battalion in 2020 (Credit: SERGEI SUPINSKY/AFP via Getty Images)
Ucraina, Battaglione Azov – Photo: Azov Battalion in 2020 (Credit: SERGEI SUPINSKY/AFP via Getty Images)

 

 

di Michael Galster

 

Scontro finale tra democrazia e autocrazia. È in questi termini che viene presentata la guerra in Ucraina nella narrazione dei media e che essa viene sostenuta dalla classe politica in Occidente. Il Bene e il Male appaiano allocabili senza sfumature e senza ombre di dubbio da una parte o dall’altra: di là la Russia, il male assoluto, Putin, l’aggressore, il criminale, il carnefice, di qua la democrazia che soccorre e la vittima innocente Ucraina.

In realtà in Ucraina oggi sono vietati undici partiti, tra cui il principale partito d’opposizione. Già prima della guerra erano vietati altri partiti, tra cui il partito comunista, che negli anni dopo la fine dell’Unione sovietica era partito più votato del paese. Nel 2019 una legge toglie in modo definitivo alla lingua russa lo status di “lingua regionale”, limitandone drasticamente l’utilizzo nella sfera pubblica, non soltanto nei territori in cui la popolazione russofona costituisce una consistente minoranza, ma anche lì dove rappresenta la maggioranza della popolazione. L’ucraino diventa lingua veicolare nelle scuole e dopo la quarta elementare i figli dei russofoni d’Ucraina non possono più ricevere l’insegnamento nella propria lingua madre (qui). Tutto ciò in nome della democrazia e dell’Europa che sostiene l’Ucraina, avallandone da anni in modo aperto o tacito le mosse a sfavore della minoranza russofona. Immaginiamo che nei nostri paesi europeo-occidentali venissero adottati analoghi provvedimenti: la Spagna bandisce la lingua basca e quella catalana dalla sfera pubblica! L’Italia in Alto Adige restringe in modo analogo l’uso della lingua tedesca, oppure viceversa, la maggioranza sudtirolese tenta di eliminare la lingua italiana dall’uso negli uffici e nelle scuole secondarie. Non occorre chiamare in causa il male assoluto per spiegare come si arriva alla violenza e alle bombe. Ovunque al mondo, ove uno Stato agisce nel modo in cui dal 2014 agisce l’Ucraina, il conflitto è programmato e si compromette la convivenza pacifica tra i popoli.  In passato fu proprio un tale modo di agire a mettere in questione il diritto morale all’integrità territoriale della Serbia. In particolare, gli italiani sanno benissimo che è il rispetto (esemplare) dei numerosi accordi a livello nazionale e internazionale ad assicurare la pacifica convivenza tra le etnie in Altro Adige e – non da ultimo – la legittima appartenenza della stessa Provincia di Bolzano allo Stato italiano. Analogamente succede nel Belgio, in Spagna e altri paesi ove si è in presenza di entità territoriali plurinazionali. Soltanto nel caso dell’Ucraina e della minoranza di lingua russa sembra che per le classi dirigenti europeo-occidentali debba essere fatta un’eccezione. Nell’Unione Europea ci si è giustamente impegnati a contrastare ogni forma di nazionalismo volto a minacciare la pacifica convivenza tra i popoli e le diverse identità. Ma nel caso dell’Ucraina non sembra essere un problema se i valori e i programmi ultranazionalisti della storica Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) oggi paiono pienamente penetrati nella società ucraina contemporanea. Al contrario, i media occidentali si affrettano ad affermare che l’Ucraina di oggi non abbia nulla a che fare con il razzismo e fascismo dell’OUN dei tempi andati (tempi in cui era alleata di Hitler), mentre è noto che il suo famigerato leader Stephan Bandera da alcuni anni vi vien venerato come eroe nazionale e fondatore della patria e molte delle principali piazze e viali portano il suo nome. Certamente in Ucraini oggi non governano i neonazisti, come sostiene in modo semplicistico la propaganda russa. Tuttavia va costatato che il programma della storica OUN e degli odierni gruppi neonazisti (minoritari), cioè l’eliminazione culturale della componente russofona dalla vita pubblica, sta per essere attuato. Sono questi davvero i valori che difendiamo – anche con embarghi e la fornitura di armi?

Solitamente rispetto ai dubbi e alle domande qui sollevati, il sistema mediatico e la politica rispondono che si tratta di propaganda putiniana. In effetti, ampia parte dei fatti qui evocati coincide con ciò che viene sostenuto nella propaganda russa. Un motivo sufficiente per non interrogarsi sulla veridicità e le implicazioni di questi fatti, tanto meno negarli, sminuirli o nasconderli? Il malinteso qui è sul significato da attribuire a questi fatti. Se reali e verificabili, ciò che questi fatti ci dicono, non è infatti che l’intervento russo in Ucraina è giusto e in qualche modo sostenibile, poiché la Russia non è stata aggredita dall’Ucraina e questo è un fatto, tanto quanto che l’Ucraina abbia violato i diritti fondamentali della popolazione russofona sul territorio ucraino. Pertanto l’invasione militare dell’Ucraina da parte della Russia resta una grave violazione del diritto internazionale inaccettabile. Gli scomodi fatti d’Ucraina ci stanno dicendo piuttosto qualcosa di grave sulla nostra modalità di comunicazione, che impostando in termini morali e manichei ogni tipo di riflessione (bene/male, colpa/innocenza), ostacola potentemente le possibilità di accordo e quindi di uscita dal conflitto e, incapace di identificare contraddizioni, è costretta a negarle.

I grandi giornali italiani, i principali quotidiani, il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, i TG della televisione pubblica e privata purtroppo continuano a dividere il mondo in bianco e nero, a conformarsi alla narrazione “carnefici contro vittime innocenti”. Una narrazione giustificata dal fatto che siamo in guerra? Giustificazione data dalla priorità che i paesi della Nato restino uniti, che non ci debbano essere crepe nel fronte occidentale? È giusto che di conseguenza l’informazione venga “militarizzata”?

Osservando la storia degli ultimi 10 anni, si deve constare che la “militarizzazione” dell’informazione, ovvero la narrazione unilaterale dei fatti, non è cominciata con la guerra. Per quanto riguarda l’Ucraina, già da molti anni i media riportano solo una parte degli avvenimenti, “trattengono per sé” quelle informazioni ritenute non in sintonia con la propria narrazione, ovvero quella della superiorità civile e morale dell’occidente e – soprattutto – di coloro che pubblicamente si professano pro-occidentali. Così, ai tempi del Maidan un presidente regolarmente eletto è stato ridotto a “dittatore” e si è deliberatamente sottaciuto che tra la massa dei manifestanti effettivamente democratici e pacifici erano presenti in maniera determinante gruppi armati di molotov e armi da sparo. E così pure vengono mediaticamente trattenute tutte le informazioni in cui gli interessi della minoranza russa in Ucraina, così come della Russia stessa, potrebbero apparire legittime o lese. Come, per esempio, il fatto che la Russia, paese sterminato con le maggiori risorse naturali al mondo, all’inizio degli anni 2000 ha limitato le possibilità di sfruttamento delle ricchezze naturali al capitale internazionale, procurandosi l’ostilità di una parte non indifferente del mondo della finanza. Ne sono espressione le pretese di risarcimento per 80 miliardi di Dollari (!) per mancati profitti da parte di Yukos, società dell’oligarca russo Khodorkovskij con sede a Gibilterra, società con ampia partecipazione di investitori finanziari occidentali. 

Sarebbe certamente riduttivo legare l’ostilità occidentale alla Russia ai meri motivi economici, sebbene questi ultimi svolgano senz’altro un ruolo importante. Una interessante chiave di lettura la offre ad esempio lo stesso Corriere della Sera del 27 maggio 2022 in un articolo di Paolo Lepre con il titolo “La forza dei diritti”. Lepre scrive: “La scelta di schierarsi a fianco dell´Ucraina si sta caricando sempre di più del senso di una battaglia ideale, che nasce certamente della solidarietà con l’aggredito ma arriva a sostenere ragioni più astratte: il primato della democrazia, la difesa dei diritti, il concetto di autodeterminazione, la riaffermazione delle libertà individuali, la realizzazione senza vincoli delle scelte personali.”

Di nuovo, occorre tener presente: in Ucraina i partiti d’opposizione sono vietati – in parte prima della guerra, adesso tutti –, la libertà d’opinione è soppressa (lí dove non identica a quella “pro-occidentale”), il diritto delle minoranze all’uso della propria lingua in ambito pubblico è negato, il diritto all’autodeterminazione delle minoranze è combattuto a forza di bombe (in 8 anni 14.000 morti nelle province del Donbas, in ampia parte civili russofoni). Ci si chiede, come fa il caporedattore estero di un quotidiano italiano rinomato a sostenere che in Ucraina si stiano difendendo i nostri valori, che vi sia in atto lo scontro finale tra democrazia e autocrazia, se l’Ucraina attualmente di democratico ha così poco e di ultranazionalistico così tanto? Al confronto, per quanto riguarda il rispetto delle identità nazionali, linguistiche e religiose, in questo momento addirittura la Russia offre un esempio migliore di rispetto delle diversità: sono ufficialmente riconosciuti 47 gruppi etnici, 22 sono le repubbliche ed entità territoriali con status di autonomia. Nella stessa Repubblica autonoma di Crimea, nel 2014 annessa dalla Russia, si riconoscono tre lingue ufficiali: oltre al russo, quelle delle minoranze tartara e ucraina. Considerando questo quadro, il Corriere della Sera, così come gli altri media allineati, volendo restare coerente con i valori democratici occidentali proclamati, per paradosso, da anni si sarebbero dovuti schierare dalla parte della Russia piuttosto che da quella ucraina! Ovviamente, in Russia né i valori democratici godono di buona salute né la scelta di muovere guerra all’Ucraina trova giustificazione. Di fronte al cambio dell’equilibrio strategico attraverso l’espansione a est della Nato, all’odio ultranazionalista in Ucraina e il suo tacito avallo da parte dell’Occidente, la Russia ha scelto di comportarsi come si comportano le grandi potenze, rompendo pericolosamente un codice comportamentale riconosciuto almeno sul continente europeo.  

Al contempo, la classe politica occidentale ha svolto e continua a svolgere un ruolo attivo nell’acuirsi del conflitto. In buona parte essa agisce in buona fede, agisce in base al quadro delle informazioni di cui dispone, un quadro lacunoso e autoreferenziale. Nella classe culturalmente dominante in Occidente, non solo nei media cartacei e non ma anche nelle facoltà umanistiche universitarie, sembra essersi affermata la convinzione secondo la quale, per quanto riguarda il “diverso” nella visione culturale o antropologica, l’informazione non deve descrivere la realtà bensì cambiarla. Fino a quando la bolla non scoppi. Ora non resta che sperare che i valori democratici “occidentali”, così traditi dalla propria classe dirigente, un giorno riescano a riaffermarsi. Il presente articolo si propone di coltivare tale speranza.

 


 

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