Eutanasia

 

 

di Mattia Spanò

 

È certo che la guerra fra Israele e Palestina sia la prossima “emergenza”: relativamente circoscritta (al momento), con forte probabilità di cancellazione del “nemico”, ma richiederà comunque sforzi “unitari” per sconfiggerlo, “senza se e senza ma”, chiamando a raccolta l’Occidente sotto la bandiera dei “nostri valori”.

Persa malamente la guerra contro la Russia, l’Occidente deve rifarsi. L’esibizione costante della supremazia è condizione essenziale alla manutenzione e mantenimento della stessa.

Il problema è che il gioco è stato scoperto – ripetuto uguale a sè stesso troppe volte, come la “guerra al terrorismo” rispolverata in queste ore. La coazione a ripetersi è un sintomo senile. L’arteriosclerosi mentale e spirituale galoppa. A furia di pensare che la gente sia tutta e solo idiota, hanno finito per crederci.

Ce ne accorgiamo difficilmente perché siamo immersi fino ai capelli in questa narrazione, ma il resto del mondo è sfiancato dalle nostre menzogne. Dove non arriva la ragione, arriva la disperazione.

Alcune spigolature. Il ministro della Difesa israeliano dichiara che a Gaza “non ci sarà cibo, elettricità, carburante”. È qualcosa di molto diverso da un atto di guerra che risponde ad un altro atto di guerra.

Si chiama morte per fame e sete – senza elettricità, i sistemi di pompaggio dell’acqua non funzionano. La popolazione, già confinata in un enorme recinto, morirà indistintamente per le armi o per la privazione di tutto.

Qualcosa del genere, per quanto meno estremo, lo abbiamo visto e vissuto con l’obbligo vaccinale. La gente non vaccinata non poteva lavorare, ad un certo punto poteva fare solo determinati acquisti, non poteva muoversi da dove si trovava. Il mondo, grazie ai lockdown e alle città da 15 minuti, si avvia a diventare una prigione a cielo aperto.

Come i carcerati, non possederemo nulla. E al primo refolo di rivolta – le persone hanno introiettato il comandamento laico “la violenza non è mai la soluzione”, tranne quando a usarla è lo Stato – saremo chiamati “terroristi” e schiacciati. Il linguaggio bellico, gli epiteti come “terrorista” e “criminale” spesi contro i no-vax non sono stati semplici espedienti giornalistici, ma dogmi culturali da inculcare nelle persone. Gaza è storicamente e naturalmente la possibile evoluzione del futuro che stanno preparando. Guarda caso è il luogo più controllato al mondo, dove le persone vivono accalcate come in un gigantesco campo di concentramento.

Il problema sono i nostri valori. Più correttamente, i nostri “malori”. Difendiamo i nostri malori, ad esempio sostenendo il regime nazista di Kiev. Difendiamo i nostri malori reiterando un siero che non protegge dalla malattia, e provoca ulteriori patologie e morte improvvisa.

Difendiamo il malore estremo della morte, che è diventata un malore nella misura in cui morendo azzeriamo la nostra impronta ecologica e salviamo il pianeta. Basta non parlarne, tacere. Silenzio, si muore per salvaguardare la vita sulla terra.

Difendiamo il malore della guerra contro chi vive e pensa in modo diverso. Ammesso e non concesso che il nostro si possa chiamare pensiero e “stile di vita”. Ecco: lo “stile di vita” è un’altra formula grimaldello per scassinare il nostro rimpianto per una vita priva di senso. Può essere stile anche ricoprirsi la giacca di guano – date un’occhiata al tunnel dell’orrore che sono diventate le sfilate di moda – ma questo non ha nulla a che vedere con il senso.

Siccome non si può parlare esplicitamente di uccidere altrimenti il popolino mangia la foglia – la vita è un diritto, non è più un bene indisponibile: pertanto, in casi eccezionali come lo stato di emergenza o di guerra, può essere sospeso – si implementa la morte per procura. La si causa, la si provoca, e quando arriva la si tace o si fingono sorpresa e costernazione: chissà come mai, cosa sarà stato a causare l’infarto in una bambina sana di sette anni.

Anni fa, coi casi di Terry Schiavo ed Eluana Englaro, la nostra morale rarefatta ebbe un assaggio del gusto pilatesco dell’uccidere l’altro senza assumersene la responsabilità.

Poi è venuta l’ora del “suicidio assistito”, o nei casi citati dell’eutanasia “non richiesta” che ha rimosso il tema dell’esecutore materiale della morte. L’assistenza risolve il dilemma. Non ti sto uccidendo: assisto al tuo suicidio senza muovere un dito. Sono io, vivo e in buona salute, che stabilisco se la tua vita sia “degna”.

Ricordate gli argomenti circa il fatto che lo stato vegetativo permanente “non è vita”? Tutti i conversari speciosi sulla “qualità della vita”, la “vita degna di essere vissuta”?

Domando: che differenza c’è fra una Terry Schiavo inchiodata in un letto senza poter comunicare, e uomini e donne confinati in casa senza poter comunicare messaggi diversi da quelli forniti dal potere, senza potersi organizzare civilmente e politicamente, senza poter provvedere a se stessi per i bisogni primari più elementari, tenuti a bagno nell’inettitudine più crassa? Gente che sa usare un’app (i nuovi skills, li chiamano) ma non sa più coltivare una carota o cucirsi un bottone?

Se il concetto sembra troppo estremista, lo riformulo: cosa vieta al potere di stabilire che una vita immiserita sotto tutti i profili, confinata in spazi chiusi, è una vita indegna di essere vissuta?

Segnalo che il problema va oltre oltre l’essere pro o contro Israele o la Palestina. Israele è stato uno dei paesi al mondo che ha più esacerbato l’ordalia vaccinale. Il sistema vigente in Israele – basti vedere le proteste immani contro la riforma della giustizia voluta da Netanyahu – non ama gli israeliani più di quanto ami i palestinesi.

Trovatemi un governo, nell’Occidente democratico e rispettoso dei diritti, che abbia dimostrato di rispondere alla volontà del popolo. Arroganza, odio, repressione feroce e vilipendio spietato di tutte le istanze provenienti dal basso sono la cifra del potere globale. È così ovunque.

Sul piano simbolico, Gaza prefigura con allucinata chiarezza ciò che può accadere ovunque. Non importa chi ci vive. Importano solo gli obblighi che pochi vogliono imporre ai molti, e la repressione della ribellione. Si vuole la morte, ma con le mani pulite.

 



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