Cardinali, foto Romano Siciliani - Vatican Media
Cardinali, foto Romano Siciliani – Vatican Media

 

 

di Lucia Comelli

 

In qualità di cattolica ho sempre desiderato professare la stessa fede degli apostoli e dei discepoli di Gesù: considero la mia appartenenza alla Chiesa come l’unica strada percorribile per incontrare Cristo e perseverare, con il sostegno della comunione fraterna e della grazia sacramentale, nella sua sequela.

Mi viene spontaneo illustrare quello che la Chiesa rappresenti per me con il quadro Primi passi di Van Gogh: camminare, cioè vivere, è rischioso, ma la madre sorreggendo la sua bimba (immagine della mia anima sghemba, eppur desiderosa di Dio) la indirizza verso il Padre, che con le braccia spalancate l’attende, in un percorso che, tra incertezze, timori e possibili cadute, si concluderà con un abbraccio. Faccio questa premessa perché mi sembra che spesso la prassi ecclesiale di oggi è come se avesse rinunciato a questo compito di guida ad un destino trascendente: anzi mi chiedo se per tanta parte della gerarchia la dottrina, cioè la verità della fede, sia ancora importante.

Vincent Van Gogh Poster Primi Passi Stampa D'Arte 70x50 cm

Vincent Van Gogh Poster Primi Passi Stampa D’Arte 70×50 cm

Molte le occasioni per dubitarne, soprattutto negli ultimi anni[1]. Dopo il Centenario di Lutero, con le parole di grande apprezzamento verso di lui espresse da Papa Francesco e l’entrata trionfale di una statua commemorativa in Vaticano, mi sono chiesta se il protestantesimo fosse ancora considerato un’eresia, anzi: se l’eresia stessa fosse da considerarsi come una colpa gravissima o semplicemente come un elemento importante di un processo dialettico che, hegelianamente, vive di contrasti e nuove sintesi. Dopo aver letto l’enciclica Amoris Laetitia mi sono altresì domandata se l’adulterio fosse ancora considerato una grave mancanza o, addirittura, se per la Chiesa esistessero ancora situazioni oggettive di peccato mortale – come da sempre aveva insegnato e come ha ribadito in tempi recenti S. Giovanni Paolo II nell’Enciclica Veritatis Splendor. Se lo sono chiesti anche quattro eminenti cardinali[2] rivolgendo, secondo una prassi secolare, una supplica al pontefice affinché chiarisse i loro Dubia, in particolare sull’accesso all’Eucaristia delle persone divorziate e risposate. Il Papa, com’è noto, non ha risposto alla domanda, tanto che le diverse conferenze episcopali si sono divise sul da farsi: risposta affermativa in Germania, negativa in Polonia, dove evidentemente l’insegnamento di San Giovanni Paolo II ha lasciato un segno profondo. Ma cosa significa il silenzio del pontefice: non è più suo il compito di pronunciarsi sulle questioni di dottrina e di morale, che – come di fatto accaduto – vanno delegate alle varie conferenze episcopali? Quello che certo è che la comunità cristiana si è ulteriormente divisa e oggi la Chiesa cattolica tedesca, sulle orme di quella protestante, appare prossima ad uno scisma.

I principi non negoziabili, cioè gli assoluti in campo morale, sono ancora validi? La legge morale naturale è ancora un riferimento normativo per le coscienze? Ancor prima: la Chiesa riconosce ancora l’esistenza di una natura umana e di un finalismo nell’universo? E del resto, come potrebbe esserne realmente consapevole, avendo accantonato lo studio della filosofia classica e quello della filosofia medioevale – ampiamente scomparsi nei seminari e in altre istituzioni culturali – in quanto considerati un retaggio del passato? Me lo sono chiesto visti i pronunciamenti in senso contrario alla dottrina cattolica di tanti insigni prelati e le aperture di Avvenire (quotidiano portavoce della CEI) in tema di unioni civili, testamento biologico, omosessualità … Il tutto, naturalmente, in nome della misericordia: come se essa non riguardasse più la vocazione soprannaturale dell’uomo, ma unicamente le condizioni in cui si svolge materialmente la sua esistenza. Come se il peccato non intristisse l’esistenza. Come se la possibilità di perdersi per sempre, cioè di dannarsi, non esistesse più. Come se la liberazione dell’uomo non fosse anche e anzitutto liberazione dal male e non passasse più, quindi – ad imitazione di Cristo – anche attraverso un faticoso percorso di ascesi.

Addolorata per il decadimento morale e intellettuale di una Chiesa sempre più conforme al mondo, mi sono imbattuta per consiglio dell’amico Marco in un volumetto del dott. Stefano Fontana, dal titolo Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede[3]. Studiato e discusso tra amici, il testo ci ha mostrato chiaramente come l’assunzione da parte della teologia postconciliare di categorie filosofiche incompatibili con la fede rappresenti una causa fondamentale della presente crisi ecclesiale. Se la fede è anche conoscenza (e non solo sentimento o esperienza) non può, infatti, accordarsi con ogni tipo di filosofia[4], ma solo con un pensiero che riconosca l’ordine esistente nell’essere: esistono infatti filosofie ideologiche che distorcono e, nel tempo, dissolvono i contenuti della fede, come indica l’espressione ateismo cattolico usata nel testo. Quindi la teologia cattolica, per rimanere tale, deve – come insegna da sempre la Chiesa – far proprio il realismo metafisico, inteso come la filosofia naturale e spontanea dell’essere umano[5]. Non è un caso, ma l’esito di un incontro provvidenziale – secondo Benedetto XVI[6] – che i Padri della Chiesa, per dare sistematicità alle verità di fede, si siano serviti di principi e categorie (sostanza, natura …) della metafisica classica, espressione di una ragione capace di contemplare con stupore l’ordine e la bellezza del reale. Purtroppo, oggi nei seminari ci si concentra sullo studio della filosofia moderna e contemporanea (una filosofia dell’immanenza, nel cui ambito domina il pensiero di Heidegger, quindi un paradigma esistenzialista/storicista).

Stefano Fontana libro Ateismo cattolico?

L’abbandono del realismo nella teologia è avvenuto in modo massiccio con Karl Rahner, di gran lunga il più influente teologo contemporaneo. Gesuita, formatosi nella facoltà di teologia di Lovanio[7], egli ha voluto conciliare il criticismo moderno, quindi Kant, Hegel, Heidegger, con la fede cattolica. Ma la filosofia moderna, influenzata ampiamente dalla teologia luterana, contiene elementi incompatibili con essa[8]: il pensiero moderno, infatti, da Cartesio in poi, è viziato dal pensare l’essere dentro la coscienza e, quindi, dentro l’esperienza, la storia ecc…. Questo principio contrasta fin dall’origine col realismo metafisico, per il quale l’essere precede la coscienza e la trascende. Ed è proprio la categoria moderna del trascendentale che Rahner ha innestato nella teologia cattolica: la coscienza umana, ripiegata com’è su se stessa, non può conoscere oggettivamente la realtà, ma solo interpretarla alla luce di un a priori che la condiziona ampiamente, ad esempio – per Heidegger – il contesto storico in cui essa opera. Dio stesso non è un ente, ma l’orizzonte trascendentale, cioè l’a priori che rende possibile la conoscenza di ogni tema e di ogni cosa. Egli, quindi, non trasmette all’uomo dei precetti o delle informazioni su di sé, ma si comunica negli eventi storici: permettendo che sia l’esistenza stessa a favorire una crescita dell’autocoscienza dell’umanità e della Chiesa, che quindi deve uscire da se stessa per sintonizzarsi con quanto lo Spirito sta facendo nelle vicende dell’umanità. Non è di conseguenza la Chiesa che deve convertire il mondo: una insostenibile pretesa che gli nega autonomia e maturità, ma è essa stessa che deve convertirsi al mondo[9]. In questa visione, radicalmente immanentista e storicista, la Rivelazione non è conclusa, ma dinamica e creativa: le prescrizioni morali e gli stessi dogmi sono quindi destinati ad evolvere nel tempo.

 

Prendiamo il tema dei divorziati risposati: per chi aderisce ad una concezione metafisica, il peccato è la morte dell’anima, che può rivivere solo attraverso la confessione. Per il cardinale e teologo Walter Kasper, che si serve di un codice esistenzialista, il peccato è solo un inconveniente esistenziale, una fragilità sempre reversibile che va affrontata attraverso il discernimento della situazione. Del resto, nella complessità dell’esistenza, non è neppure dato di sapere se noi stessi ci troviamo in una situazione oggettiva di peccato [alla luce delle scienze umane – che sostituiscono la metafisica – l’essere umano risulta infatti troppo complicato e condizionato da molteplici fattori per dare valutazioni definitive]. La categoria dei divorziati risposati, ad esempio – come ha detto il prelato nel 2014 pronunciandosi a favore di un loro accesso all’Eucaristia – non esiste: esiste solo questo o quell’altro divorziato risposato. Ogni caso è unico: bisogna simpateticamente penetrare nella storia di ogni persona e fare discernimento per decidere se essa è nella condizione di comunicarsi o meno… (Ma con queste premesse chi può poi decidere, se non la persona interessata?) La Veritatis Splendor pur attribuendo a Dio il giudizio sull’imputabilità di una persona, come quella di un divorziato risposato, riconosceva l’esistenza di situazioni oggettive di peccato. L’Humanae Vitae coglieva un ordine oggettivo, moralmente prescrittivo, nella complementarità esistente tra uomo e donna. Ma in un contesto di pensiero esistenzialista, la realtà non ha strutture ontologiche e non rivela un ordine finalistico al quale attingere per avere delle norme di valore universale[10].

 

Del resto, se il mondo è il luogo in cui l’umanità cammina e dove matura la consapevolezza dell’autocomunicazione di Dio, ogni situazione esistenziale è già in rapporto in qualche modo con la grazia di Dio, e quindi ha del positivo che può essere sviluppato […] anche una relazione fuori dal matrimonio, oppure una relazione omosessuale. Per questo la pastorale – cioè la comprensione della situazione esistenziale dell’altro […], l’accoglienza del suo mondo – viene prima della dottrina: la Chiesa non deve mai dire di no […] e partire dalle cose buone che ci sono ovunque, senza giudicare e condannare, per farle crescere[11].

La ‘svolta antropologica’ della Chiesa moderna, promossa da Rahner, significa questo: l’essere umano non conosce Dio direttamente (lo stesso racconto evangelico viene ampiamente ‘demitizzato’)[12], ma solo tramite il mondo, quindi, attraverso il ‘prossimo’. Perciò, la Chiesa oggi parla molto più del mondo che di Dio, anche perché, in quest’ottica, non ha alcun titolo prioritario per annunciare la salvezza, ma deve piuttosto accompagnare ogni persona alla ricerca di una verità (quale?) che nessuno può dire di possedere. La storia della salvezza c’era anche prima di Abramo e continua anche nelle altre religioni[13] o nell’ateismo: per questo i cattolici devono collaborare con tutti, per questo sono nate le cattedre dei non credenti e nei convegni cattolici vengono invitati filosofi atei come Cacciari. Per lo stesso motivo, suppongo, tra gli inviati speciali del Sinodo, ci saranno Luca Casarini, leader dei no – global, e gli attivisti della causa gay, Martin, De Kesel e Inogés Sanz[14].

Da Rahner trae origine anche la cosiddetta questionabilità: Dio non è mai risposta, ma è sempre domanda; le conoscenze che noi elaboriamo sono sempre provvisorie e destinate ad essere superate; la Chiesa apre processi, percorsi, senza mai chiuderli; mette in questione, non conferma. Questa la ragione per cui non c’è stata, né ci sarà – in questo contesto ecclesiale – una risposta ai Dubia. Per lo stesso motivo, il metodo, cioè la prassi, prevale oggi largamente sulle verità di fede, come si rende evidente nei continui appelli del magistero: all’accoglienza, alla partecipazione, al coinvolgimento, all’integrazione, al dialogo, alla condivisione e all’incontro, senza che questi atteggiamenti siano riempiti di qualche contenuto che, secondo la teologia della Conversione pastorale, dovrebbero emergere dagli atteggiamenti stessi[15]. Si pensi all’attuale Sinodo sulla Sinodalità: tema peraltro distante in modo siderale, a mio parere, dai problemi e dalle stesse istanze religiose della gente comune, cioè da quel mondo con cui la Chiesa amerebbe accompagnarsi. Buona parte dell’attuale gerarchia manifesta insofferenza per la dottrina (la vita per i seminaristi, i sacerdoti, gli ordini religiosi sacerdoti fedeli alla tradizione, tacciati di rigidità dai superiori, si è fatta difficile) e il desiderio di certezze di tanti fedeli. Tuttavia, le tradizionali verità di fede e i principi morali non vengono cambiati attraverso documenti ufficiali, che rimangono (come Amoris Laetitia) ambigui e suscettibili di interpretazioni diverse, ma adducendo eccezioni alla norma per motivi pastorali: cioè la dottrina viene cambiata attraverso una prassi che la contraddice.

Purtroppo, una teologia che si è trasformata in antropologia non aiuta l’essere umano ad incontrare realmente Dio, l’unico che può risanarlo! Per questo motivo spero che il mio articolo, rinviando al testo di Fontana, possa fornire a chi mi legge qualche elemento di chiarezza sull’ingarbugliata situazione presente, rinsaldando la fede di sempre, che è l’unica che salva!

Per concludere: non so se il tempo in cui viviamo abbia a che fare con L’ultima prova della Chiesa di cui parla il Catechismo[16]. Quello che so è che le sue sorti, come quelle di ognuno di noi, rimangono – malgrado tutte le apparenze contrarie – saldamente nelle mani di Dio. Per questo, mi tengo aggrappata a Cristo, pregandolo di farmi intravvedere, giorno per giorno, il tratto di cammino che vuole che compia e di concedermi la forza di percorrerlo! Amen

 

Note: 

[1] Anche la recente nomina di Sua Ecc.za Mons. Víctor Manuel Fernández a Prefetto del Dicastero per la dottrina della fede ha provocato sgomento in molti ambienti cattolici, non solo per le affermazioni eterodosse del neoprefetto nel campo della teologia morale, ma anche la presunta copertura offerta a sacerdoti implicati in scandali sessuali.

[2] Si tratta dei cardinali Raymond Burke, Carlo Cafarra, Walter Brandmüller e Joachim Meisner.

[3] Stefano Fontana, Ateismo cattolico? Quando le idee sono fuorvianti per la fede, Fede & Cultura, Verona, 2022. Giornalista e saggista, il prof. Fontana è l’attuale presidente dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân.

[4] In ambito cattolico – in cui fede e ragione dovrebbero armonizzarsi – la fede necessita della filosofia in quanto disciplina capace di conferire un senso unitario all’intero sapere e all’esistenza. Ivi, retrocopertina del testo. Dal libro sono in gran parte tratte le considerazioni successive: ringrazio l’amico, prof. Marco Nardone, che ha guidato il nostro piccolo gruppo nell’approfondimento dei relativi contenuti.

[5] Esiste un quadro epistemico naturale e realistico senza il quale l’annuncio cristiano sarebbe confinato nell’ambito del puro sentimento soggettivo. Esso comprende i principi del senso comune naturale, al quale si rivolge la Rivelazione, e cioè: la certezza della conoscenza della realtà, della trascendenza dell’essere rispetto al pensiero, della precedenza del conoscere rispetto al come conosciamo, la conoscenza dell’oggetto prima del soggetto, della conoscenza per esperienza del principio di non contraddizione, di causalità, della nostra libertà come causalità incausata, del finalismo della natura e della necessità di un Fondamento. Senza questo quadro una filosofia risulta atea, cioè impossibilitata a pensare Dio (Ivi, Introduzione).

[6] Si veda ad esempio il celebre discorso di Ratisbona (https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html).

[7] Karl Rahner (1904-1984) è stato tra i protagonisti del Concilio Vaticano II. Nel 1965 ha fondato con altri la rivista Concilium (che, sul proprio sito – https://www.queriniana.it/concilium – presenta se stessa come la rivista teologica più letta e più citata nel mondo, la rivista per eccellenza del rinnovamento teologico) e, da allora, è stato il punto di riferimento fondamentale di ogni teologia progressista successiva. Tra i suoi discepoli ci sono molti cardinali e vescovi; il suo pensiero è diventato la nuova scolastica in molte università pontificie e cattoliche e nei seminari. Il suo sistema ispira le linee pastorali e le convinzioni teologiche oggi dominanti nella Chiesa. Il suo pensiero è diventato una vera e propria forma mentis delle comunità cristiane: ormai siamo, quasi tutti, rahneriani inconsapevoli (cfr. Fontana, op. cit., pp. 69-70).

[8] Il protestantesimo, in tutte le sue forme, ha sì una teologia teista, ma una filosofia atea perché – negando la collaborazione tra fede e ragione in ordine alla salvezza – considera Dio inattingibile dal punto di vista conoscitivo. La fede del cattolico è ragionevole, mentre quella del protestante è fideista.

[9] Ivi, pp. 76-77.

[10] Esemplificazione tratta da una conferenza del Prof. Fontana, La Chiesa di K. Ranner, (2018), facilmente reperibile online.

[11] Fontana, op.cit., pp. 79-80.

[12] Padre Arturo Sosa, posto da papa Francesco a capo dei Gesuiti, intervistato il 18 febbraio del 2017 a proposito del richiamo del card. Müller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, alle parole di Gesù sulla sacralità del matrimonio, che – nessun potere in Cielo e in Terra, né un angelo, né il Papa, né un concilio, né una legge dei vescovi, ha la facoltà di modificare – ha osservato: Intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù… a quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito… [il solito tema dell’a priori che inficerebbe una conoscenza oggettiva del messaggio di Cristo: ciò che chiamiamo deposito della fede sarebbe in quest’ottica soltanto un’interpretazione storicamente situata e in evoluzione della parola di Dio]. Cfr. https://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-personalita/672-gesuiti-padre-sosa-parole-di-gesu-da-contestualizzare.html

[13] Nella Dichiarazione di Abu Dhabi, firmata nel 2019 dal Grande Imam e Papa Francesco, si legge che: “Dio ha voluto la pluralità delle religioni allo stesso modo di come ha voluto gli uomini di pelle bianca o nera”. Affermazione questa che contrasta con la tradizione della Chiesa e con la precedente Dichiarazione Dominus Iesus (2000) circa l’universalità salvifica di Cristo e della Chiesa, un documento emesso dalla Congregazione per la Dottrina della fede a firma del Prefetto, J. Ratzinger.

[14] Si veda: Nico Spuntoni, No global, contestatori e pro-LGBT: al Sinodo sfilano volti poco sinodali, www.lanuovabq.it, 8.07.2023.

[15] Cfr. Fontana, op. cit., pp. 93-94.

[16] “Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità […] La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima Pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male […]”. (Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 675, 677 – https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p1s2c2a7_it.htm)

 


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