Mi scrive un sacerdote a proposito della lettera di Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO), sulla ripresa delle messe dopo l’interruzione per l’infezione del coronavirus.

 

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

 

di Un sacerdote

 

Caro Sabino ho appena letto la lettera di mons. Derio, vescovo di Pinerolo, che ha voluto rimandare l’apertura delle Sante Messe al 25 maggio, così motivando:

Carissime amiche, carissimi amici, in questi giorni si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti: il dolore di chi ha perso un famigliare, senza neppure poterlo salutare; l’angoscia di chi ha perso il lavoro e fatica ad arrivare a fine mese; il peso di chi ha tenuto chiuso un’attività per tutto questo tempo e non sa come e se riaprirà; i ragazzi e i giovani che non hanno potuto seguire lezioni regolari a scuola; i genitori che devono con fatica prendersi cura dei figli rimasti a casa tutto il giorno; la ripresa economica con un impoverimento generale… Queste sono questioni che mi porto in cuore e sulle quali, come Chiesa di Pinerolo, stiamo cercando di fare il possibile. E’ in gioco il futuro del nostro territorio. A questo dedico la maggior parte delle mie poche forze in questi giorni, mettendoci mente e cuore …” (leggi qui).

Premesso che non vedo come spostando di qualche giorno l’apertura si possano risolvere i dolori e le angosce di chi ha purtroppo sofferto, non avevo mai pensato che l’Eucarestia non fosse poi così indispensabile, e che ci fossero quindi cose più urgenti, visto che nel Sacrificio Eucaristico si offre all’uomo la sola Salvezza possibile e il suo unico conseguibile Destino, altrimenti “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?” (Mc 8, 36-37). Ma ormai, rifacendomi al famoso libro di Hanna Arendt, anche in certi ecclesiastici mi sembra che siamo giunti in qualche modo alla “banalità del male”. Si dicono e si fanno in modo tranquillissimo cose pazzesche, direi atroci. La lista è lunga …

Esprimere le soprascritte considerazioni come se si bevesse un bicchier d’acqua, fa venire in mente quello che disse Cristo sulla Croce. “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34) che nulla c’entra con una sorta di buonismo da parte di Gesù, ma solo è tristissima, sia pure misericordiosa, constatazione sul fatto che il male può giungere appunto ad annullare la sua stessa consapevolezza. Ma questo vescovo sa quello che dice? Ma sta qui, proprio qui, senza sostituirsi ovviamente al giudizio ultimo di Dio, la suprema spaventosità del male; come dice poeticamente un salmo: “Torpido come il grasso è il loro cuore” (Sal 118, 70). Sul cuore il grasso dei peccati compiuti è talmente inspessito che non se ne avverte più il battito umano: «Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera da teatro”, come dice Görres» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza. Il brindisi del Cardinale, Lectio magistralis all’Università di Siena, 1991). Forse sono certi vescovi a non essere indispensabili! Desolante …

 

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