La forca di Montfaucon, immagine di 
Gordon Johnson da 
Pixabay 

 

di Mattia Spanò

 

Durante l’università con alcuni amici aspiranti giornalisti curavamo una piccola rassegna stampa da distribuire ai nostri compagni. Erano ritagli di giornale sui fatti salienti della settimana preceduti da un nostro editoriale.

Venne l’11 settembre. La riunione di redazione successiva al crollo delle Torri Gemelle, nel marasma emotivo generale, mi sfuggì un commento incauto.

“Perché ci colpisce e orripila tanto questo fatto? Perché lo abbiamo visto in diretta tv. Accadono cose peggiori che non vediamo. Perché le nostre vite dovrebbero essere stravolte da questo?”.

Suonava un po’, lo ammetto, come una prova di macabro disinteresse per la tragedia, e non era certo quella l’intenzione.

Mi fecero giustamente a pezzi. Potrei giurare in tribunale di non aver avuta alcuna intenzione demistificatoria o complottista, piuttosto provavo disagio di fronte all’enormità della reazione ad un fatto che, collocato in una prospettiva più ampia, ne usciva ridimensionato.

Chi a quel tempo era in grado di intendere e di volere ricorderà che una delle preoccupazioni più urgenti a seguito dell'”attacco all’America” fu sedimentarne immediatamente il valore simbolico.

E il simbolo, cioè il raggruppare cose sparpagliate, chiamare a raccolta e riconoscersi sotto un’unica bandiera, è parente stretto della fede nel sacro.

Qualche tempo dopo l’unico amico che non mi attaccò – oggi è un monaco di clausura – mi prestò un libretto del grande intellettuale americano Gore Vidal, Le menzogne dell’Impero e altre tristi verità.

Quella lettura accese in me la tiepida sensazione che l’informazione ufficiale mirasse ad abusare delle mie terga, introducendovi faccende molto grosse e molto false e molto perniciose.

Sensazione ricacciata nell’angolo più remoto della coscienza, dove rimase un altro decennio, perché “figuriamoci se i media autorevoli e lo Stato raccontano balle: lo scoprirei subito”. Ah sì? E come?

A quel tempo i mussulmani non erano in cima alle mie simpatie, quindi trovai accettabile invadere e radere al suolo l’Iraq. Così avrebbero imparato la lezione. E… sorpresa: non l’hanno imparata. In compenso, vegetano sopra cumuli di tombe e macerie.

Due anni dopo Colin Powell, Segretario di Stato USA, mostrò una fiala di latticello all’ONU giurando che si trattasse di antrace.

Non fu quella la causa della Seconda Guerra del Golfo, ma destò un’impressione tale da giustificare moralmente l’invasione dell’Iraq. Il martellamento sui valori della pace, della democrazia e della prosperità inclusiva ha bisogno di motivi alti, spirituali, morali per far digerire al pueblo il fatto di aver generato guerra, dispotismo e povertà ovunque.

Quando Powell ammise di aver blandamente mentito (parlò di “macchia” sulla sua onorata “carriera”), pensai che in fondo era stato un infortunio, una pur picciola bugia detta per scopi superiori come il bene comune, la sicurezza, la salute, il nostro benessere e progresso: lo Stato nella sua massima espressione, il way of life americano, mente a fin di bene.

Non a caso dopo ogni “attentato” terroristico, il ritornello motivazionale ripetuto allo sfinimento è “non distruggeranno il nostro stile di vita“. Perché uno che ti vuole morto dovrebbe darsi pena per come vivi più del fatto che tu sia vivo, non lo spiegano.

Grosso modo la tutela del way of lies (non è un refuso), salute, sicurezza etc., è lo stesso grumo di pretesti idioti che ci hanno apparecchiato per inocularci lockdown, mascherine, vaccini, dissipazione sociale ed economica.

Lo Stato ci ama. Nessuno vuole le guerre, nessuno oserebbe mai speculare sulle disgrazie. Persino turbo-capitalisti e ultra-speculatori come Bill Gates e George Soros si chiamano “filantropi”. Grondano bontà da tutti gli artigli.

Eppure le felpate ammissioni della Albright, che precedette Powell nell’alta carica pubblica, sulla necessità di causare la morte di mezzo milione di bambini iracheni (1996), per tacere dei morti serbi a causa dei bombardamenti NATO, erano già passate alla storia e avrebbero dovuto allertare le coscienze. Niente. Per fare una frittata, bisogna rompere qualche camion di uova.

Ciò che dopo il 9/11 polarizzò l’attenzione furono i 2.996 morti americani, cittadini pacifici ed operosi periti in modo rocambolesco. Non un morto di meno né uno di più, come i centesimi al supermercato: le cifre esatte, 1,99 euro, sono mentalmente abbordabili, professionali.

Creano un clima di fiducia con una spruzzata di autorevolezza percepita, come la temperatura nella canicola estiva. Mezzo milione, invece, è un’iperbole da bar. Se per caso si scopre che i bambini iracheni morti erano solo 4.973.612, hai esagerato. Hai mentito.

Se muoiono il cantante o l’attore famosi, è pianto e stridore di denti. Se muore il vicino di casa, siamo perfino contenti. Se muoiono migliaia di bambini negri o mussulmani, viene in mente di fondare una Ong per la cui sopravvivenza è vitale che i bambini continuino a crepare in terre lontane, oppure si permane nel campo degli eventi naturali: in Africa ci sono i leoni (hic sunt leones, annotavano i romani, gente di breve eloquenza) e i leoni, si sa, come i comunisti da noi mangiano i bambini.

Che cosa decreta che Tizio sia rilevante, e l’enorme massa di Caio sia spazzatura psichica? L’informazione.

La parola deriva dal latino e significa “dare forma alla mente”, “disciplinare” (dare forma, ordine a ciò che sta dentro). Alla lettera, ciò che accade fuori ha una rilevanza minima o del tutto assente.

Presso i romani la disciplina era una qualità militare. La forma più alta di disciplina è l’accettazione della morte come evento inevitabile, perciò necessario: morire in battaglia perché Roma viva. In questo senso, l’informazione è parente stretta della morte. Non a caso il linguaggio dei media nel “narrare” le notizie è sempre più impregnato di vocaboli bellici.

Ciò che conta non è un fatto in sé, ma che si dica se quel fatto è importante, grave, gravissimo. Per assicurarsi che il fatto non sussista, basta minimizzarlo o tacerlo. Ciò che conta è dire alla gente a cosa serve quel fatto, che riflesso avrà inevitabilmente sulle loro vite.

Quando Powell ammise di aver mentito (la colpa ricadde su un ingegnere iracheno reo di essersi inventato tutto, fatto che egli rivendicò con orgoglio perché a fin di bene) nessuno gliene chiese conto. Nessuno lo processò.

Possiamo definire l’informazione come la capacità di isolare e propinare ad un numero elevato di individui il simbolo mentale di un evento immodificabile (è già accaduto), quantitativamente irrilevante (si isola un fatto, se ne ignorano altri quanto o più rilevanti) qualitativamente inconsistente (non hai contatto diretto, non puoi fare nulla), con lo scopo di forzare un cambiamento o una sovversione della realtà quotidiana che il destinatario dell’informazione, eccoci al dunque, è perfettamente in grado di affrontare e giudicare da solo.

Il primo messaggio, l’header, dell’informazione impacchettata bene e unta al punto giusto suona così: questo è un problema, questo va oltre le tue capacità, questo è una minaccia. Ci pensiamo noi.

Perché sortisca l’effetto desiderato, l’informazione di massa deve essere falsa, o almeno contraria alle attese e alle speranze. Deve indurre le persone a credere che la realtà della loro vita sia diversa da come si manifesta.

Deve convincerle a firmare una cambiale in bianco a chi sa cosa fare: l’esperto. Colui, è sempre il latino a soccorrerci, che è sfuggito alla morte.

Se mostriamo ad un gruppo di persone un elefante grigio e una voce fuori campo invita ad ammirare di che bel rosa pastello sia il pachiderma in capo a qualche ora, per qualche ragione, qualcuno del gruppo comincerà a dire che in effetti il grigio tende al rosa, anzi a ben guardare è decisamente rosa, e confrontandosi fra loro converranno che l’elefante è indubitabilmente rosa, relegando la propria autonomia di giudizio al determinare se sia rosa pastello, fucsia o tendente al violetto.

Se sto contemplando il mare e qualcuno mi dice che il mare è blu, in realtà non ricevo alcuna informazione: lo vedo da solo. Si chiama esperienza.

Perché l’informazione sia percepita, accettata e produca un cambiamento nel pensiero e nelle azioni che ne possono derivare, bisogna che abbia carattere di eccezionalità. Anche la morte ha questo carattere tipico: si muore una volta sola.

Come si dice, non fa notizia il cane che morde l’uomo (fatto vero), ma l’uomo che morde il cane (fatto improbabile, dunque probabilmente falso). Un effetto collaterale del proporre cose eccezionali come uomini che mordono cani, è che la gente si persuade di vivere in un mondo in cui sono gli uomini a mordere i cani, non il contrario.

L’esempio sembra esagerato e fa sorridere? Non dovrebbe, perché allo stato attuale si studiano e somministrano alle pecore vaccini contro l’aborto enzootico, mentre si distribuiscono pillole abortive alle ragazzine. O ci si permette di ignorare il fatto che il vaccino contro il Covid non sia sicuro per le donne in gravidanza.

Sarà che le ragazze non producono lana quando si depilano, e col latte materno non si fanno formaggi, ma si combatte per via farmaceutica l’aborto di una pecora, mentre per la stessa via si caldeggia l’aborto nelle giovani donne. Il sospetto che la gravidanza delle pecore sia più degna di quella delle donne è da allontanare sdegnosamente.

Non è nemmeno il caso di enunciare tutti i meccanismi sottostanti, né ridere sotto i baffi perché ci si ritiene immuni dalla stupidità: il marchingegno riguarda tutti, e tutti prima o dopo cadono sotto i colpi di questa o quella informazione.

Non vi siete bevuti le balle vaccinali? Comprerete lo scioglipancia da emuli di Wanna Marchi, esattamente come chi si è vaccinato credeva nella dea Scienza e nel suo apostolo Burioni Roberto da Pesaro.

Oppure affiderete la gestione dei vostri risparmi a Raffaele Mincione e Pierluigi Torzi perché “gestiscono i soldi del Vaticano”, dove è noto bazzichi solo gente di spiritualità vertiginosa, specchiata moralità e professionalità adamantina.

O ancora affitterete a 3.000 euro a notte una villa che non c’è. Perché andare a vedere di persona una casa che volete affittare o un giubbotto, quando potete apprezzarli sullo schermo dello smartphone e pagarli con una ditata?

Il vostro turno di salire sul patibolo dell’informazione arriva. Non si salva nessuno.

Il nostro cervello è la sede in cui il mondo assume una forma delle innumerevoli, perché le altre non ci stanno. Tanto è vero che per cambiare idea e prospettiva, o semplicemente accettare che l’altro abbia una visione diversa, dobbiamo esercitare una forza uguale e contraria su noi stessi, addirittura una forma di violenza.

Per sua natura il cervello umano si disinteressa di tutto ciò che non sia nelle sue immediate spettanze e che non gli convenga.

Ma, per colmo di sventura, c’è sempre un buon samaritano pronto a infilarci dentro la dritta giusta, come certi allibratori che consigliano allo scommettitore il cavallo vincente sicuro.

Nel disgraziato caso in cui un coltivatore diretto di nespole se ne infischi della guerra in Ucraina, il buon samaritano accorre a rampognarlo: il mondo è ormai interconnesso, se una farfalla sbatte le ali in Australia un uragano si abbatte sulle Ardenne. Siamo tutti sulla stessa barca.

Il coltivatore diretto comincia a preoccuparsi, a provare una strana inquietudine. Come posso rendermi utile?

Il samaritano ha la risposta pronta, che invariabilmente muove dalle piccole cose, i piccoli gesti che insieme cambiano il mondo. Cose che chiunque, anche un coltivatore di nespole, può fare – e se può, allora deve: meno di un caffè al giorno, basta un click, un messaggio, fare la doccia fredda in un minuto, comprare un fiore. Insomma, non fare lo strambo.

Ad esempio non sarebbe una cattiva idea per Natale fare regali di melma ai propri figli e mandare i soldi risparmiati al “popolo ucraino”, che patisce il freddo e la fame.

Regalate ai vostri figli un mandarino e tre noci avvolte nella carta del pizzicagnolo come usava cent’anni fa: è giusto che soffrano, i piccoli bastardi viziati, per amore di genti lontane. La sofferenza è pedagogica.

In Italia nel 2021 sono stati censiti un milione e 382 mila bambini in povertà assoluta. Perché darsi pena per i piccoli incapienti italiani, quando possiamo contribuire a lasciare così come sono anche piccoli incapienti ucraini inviando “soldi” al “popolo”?

Naturalmente “mandare soldi al popolo ucraino” è una scorciatoia verbale, una metonimia, una pia semplificazione che lascia il tempo che trova.

Il “popolo ucraino” non è un soggetto unico né omogeneo: esistono gli ucraini, ma sul fatto che siano un popolo è lecito sospendere il giudizio.

Altrimenti l’uomo dell’anno secondo il Time, Vladimiro Zelensky, non rivorrebbe indietro le province diventate russe – compresa la già russa Crimea – per bombardarle e privarle di diritti, lingua e cultura in santa pace, massacrando pacificamente o  facendo languire i bambini russofoni nelle cantine, ucraini anche loro, avverando la profezia dell’ex presidente e re del cioccolato Petro Poroshenko, il quale come Willy Wonka diede caramelle e cioccolatini a bambini accuratamente selezionati, e bombe su chi non aveva trovato il biglietto d’oro. Casomai qualche polposo ignorante creda che il problema sia Zelensky, così come il problema della Russia non è Putin…

A proposito di soldi, l’Ucraina è un paese spaventosamente corrotto, come ammesso anche dalla Corte dei Conti Europea nella Relazione 23 del 2021 precedente la guer… pardòn l’aggressione di Putin: i soldi sarebbero la penultima cosa da mandare dopo le armi (come si vede, siamo straordinariamente prodighi con gli uni e con le altre).

I “soldi” finiscono nelle ville e nelle spese degli oligarchi ucraini, e sembra che qualche spicciolo per i regali di Natale – 40.000 euro di umiltà, dicono le malelingue – resti anche per Lady Zelensky, impegnata in un raid a Parigi per chiedere “soldi”, aiuto alla Francia e fare shopping natalizio.

Ma soprattutto essendo le infrastrutture energetiche chirurgicamente sbriciolate dalla manciata di missili rimasti ai russi, immaginare che i “soldi” risolvano il problema energetico e del cibo richiede un esercizio di astrazione notevole.

Tuttavia, il buon samaritano fa benissimo ad esprimersi per formule ad alto impatto emotivo e bassissime coerenza ed intensità razionale, perché egli è consapevole di rivolgersi ad una massa di fantolini che cercano salvezza nello star bene con sé stessi.

Il buon samaritano sa benissimo che solo chi non può permettersene di decenti farà regali melmosi ai figli, e non avanzerà un centesimo da spedire al “popolo ucraino che soffre”: lo suggerisce perché fa tanto Eugenio Bonocore. Eccoti un regalo umile, figliuolo, perché tuo padre è uno spiantato. Ma ti prego di far sapere a tutti quanta grandezza c’è in quest’umiltà.

La gente vuole tranquillità e perbenismo, e tante idee profumate da lasciare lì dove nascono: nello stato gassoso, senza parabeni e olio di palma, dell’immaginazione. E pur di conseguire lo scopo, un teporino morale irto di magnifiche intenzioni, accetta di buon grado di essere trattata da imbecille.

Non è, si badi bene, un problema di ignoranza e povertà (altro tormentone dai piedi d’argilla): anni fa gli studiosi Rosamaria Alibrandi e Mario Centorrino notarono che “si intensificano i contatti tra i maghi e gli indovini e i professionisti della finanza, i top manager e gli imprenditori, finalizzati a conoscere sviluppi e tempi della crisi”.

In cima alla catena della conoscenza e della Scienza siede lei, la cartomante: prevedere il futuro su base informativa è uno dei cardini della specializzazione post-cognitiva. Difficile sbagliare: al traguardo, c’è la signora con la falce che attende tutti. Come aveva capito John Maynard Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti.

Quello che sarà prevale sempre su ciò che è, determinando il mitologico “vantaggio competitivo” sulla “concorrenza” alla base della “crescita”. Sono i soldi del PNRR a generare la ripresa, non i bisogni, il genio e il lavoro umani. Cin-cin.

Quello che non è, perché ohibò non accade, lo puoi sempre giustificare col disastro che sarebbe successo se. Citofonare alla voce “signora mia quanti morti avremmo avuto senza il vaccino”.

Mille, trentamila, un milione: ogni cifra è buona, tanto i vivi sono vivi finché non schiantano di tutto tranne che di reazioni avverse al vaccino. Ma com’era accettabile il mezzo palo di bambini iracheni morti, posso pensare che lo siano i cento, i duecentomila, il milione di morti in più di polmonite bilaterale. Specialmente perché non sono morti.

Non sono solo gli straccioni con la terza media, al massimo un diplomino come un’emerita ministra dell’Istruzion*, a manifestare uno spiccato ritardo nello sviluppo delle facoltà sinottiche, ma perfino l’upper class osserva il culto esoterico dell’informazione: hanno creduto nella Scienza (quella che, non paga dello strepitoso successo vaccinale, cerca il clitoride nei serpenti e ne trova ben due a forma di cuoricino) e, in una vampata di irrefrenabile amore al prossimo (purché altrettanto dosato), si sono vaccinati e boosterati a comando.

Del resto, è gente che maneggia con disinvoltura l’analisi delle tendenze: si interessano alla direzione che prende il Pifferaio di Hamelin, non al fatto che porta via i bambini, né a cosa abbia scatenato il suo desiderio di vendetta.

Non tengono conto del pregresso o degli scostamenti rispetto alle inesorabili scemenze propalate, ad esempio il fatto che la Russia abbia terminato i missili (dopo la roboante notizia, ne ha scaricati sulla testa dei poveri ucraini appena 100.000), i calzini, e sia prossima alla bancarotta mentre inanella strepitose performance commerciali. Ci dicono: aspettate, vedrete. Sanzioniamo oggi per riabbracciarci a Natale, quando festeggeremo il crollo della Russia.

Hanno creduto nella reputazione di Mario Draghi, un uomo che, se solo non dovesse districarsi fra la pace e il condizionatore ma avesse tempo da dilatare grazie agli stupefacenti, proverebbe ad imporre allo spacciatore il prezzo che garba a lui, con sfortunati esiti prevedibili.

Anche al Migliore, nessuno ha chiesto conto della formidabile panzana da dopolavoro ferroviario sul “green pass” che dà la “garanzia” di ritrovarsi fra “persone non contagiose”. Attenzione all’aspetto ortologico delle parole: non è il vaccino, è proprio il codice a barre che immunizza.

Nessuno ha chiesto conto delle baggianate dette, giudicandolo come a suo tempo io giudicai le puttanate di Colin Powell, perché il Migliore gode di “Grande Reputazione” e ha fatto recuperare “Prestigio Internazionale all’Italia”. Pistole fumanti a conforto di tali affermazioni? Nessuna.

Anzi fioccano evidenze ed ammissioni contrarie come l’AIFA che, nei panni dell’ingegnere iracheno che trasse in inganno il reputatissimo Powell, dichiara in tribunale di non avere le certificazioni di efficacia e sicurezza obbligatorie per la vendita condizionata dei vaccini contro il Covid.

Restiamo in fiduciosa attesa che Draghi, l’uomo che tutto il mondo ci invidia, faccia il mea culpa di Powell. Magari scaricando la colpa su ingegneri cosacchi, scienziati Touareg o esperti burkinabé. Ricordate l’uomo che morde il cane? 

Credono ostinatamente nella transizione ecologica, spendendo fortune per rimodellare aziende green e sostenibili mentre mandano a casa frotte di superflui umanoidi (100.000 licenziamenti, e 300.000 dimissioni nel 2022 solo in Italia), mentre il più grosso fondo d’investimento al mondo, Vanguard (sette trilioni di dollari e spicci), abbandona la NZAM, l’alleanza da 66 trilioni di dollari per sostenere gli investimenti nell’economia verde.

Nessuna paura, perché nello sfilarsi Vanguard assicura agli investitori che continuerà a fornire supporto sotto forma di “informazioni” (ancora loro) tese al loro profitto, compresi progetti per raggiungere obiettivi “net-zero” – verdi, verdissimi – e riferirà “pubblicamente” sui suoi “sforzi in relazione al rischio climatico”. Fuffa pneumatica, ma potete scommettere la testa dei vostri figli che sarà creduta anche questa.

Credere qualcosa in base ad informazioni “scientifiche”, è il nuovo mantra al quale non ci si può sottrarre. Non si sottrae la Corte Costituzionale, non si sottrasse l’altra diplomata alla Salute, Beatrice Lorenzin, quando propalò la balla delle centinaia di bambini morti di morbillo a Londra.

Tutto sommato i quattro scemi che ancora vanno in chiesa perché credono in Dio non obbligano nessuno a fare altrettanto, cosa che la Nuova Chiesa di Stato e soprattutto la Nuova Finanza non sembrano potersi permettere.

L’informazione ha per natura a che fare col potere. A sua volta, piaccia o meno, il potere ha a che vedere con la possibilità di dare la morte, passando per renderla normale, necessaria, persino eroica. E così, dondoliamo impiccati all’informazione, senza pace nel vento freddo dell’inverno. Anzi: del condizionatore.


 

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