sacerdoti

 

 

di Jacob Netesede

 

Mi pare davvero che, tra umani, ci si capisca poco: ho il sospetto che uno dei problemi sia il significato delle parole che usiamo di continuo.

Un esempio.

Apro il dizionario (banalissimo dizionario del Corriere della Sera on line): vaccino, preparato che viene introdotto nell’organismo sano per stimolarlo a produrre anticorpi specifici e renderlo così immune da determinate malattie infettive: v. antitetanico; v. contro l’influenza.

Poi cerco immune e leggo: che non viene contagiato da specifiche malattie grazie alla condizione di immunità dell’organismo.

Mentre frugo sul sito del Corriere mi casca l’occhio su qualche notizia: dal 30 luglio al 5 settembre 2021, ci sono stati 402 decessi per Covid tra i vaccinati, come dichiarato dall’ISS.

E ancora: in Francia, il 57% delle ospedalizzazioni riguarda persone vaccinate; oppure “crociera con boom di contagi”, era riservata a persone vaccinate. A Milano record di contagi tra persone con tre dosi.

Quindi, per capirci, tutti quelli (Draghi, Speranza, Bassetti, Burioni, Capua, Pregliasco, ad esempio…) che nell’ultimo anno mi hanno spiegato che la soluzione al problema era inoculare una di J&J o due di Pfizer o Moderna o Astrazeneca per stare tranquilli, mi hanno detto una menzogna, dichiarazione contraria a ciò che viene fatto, sentito, visto ecc.; alterazione del vero.

Se non divento immune, non è un vaccino.

Se dici che divento immune e poi non lo divento, menti.

Se dici che dopo l’inoculo posso stare tranquillo e che posso frequentare tranquillamente gli inoculati, menti.

E se sei al Governo e menti, hai delle responsabilità più gravi di uno YouTuber.

Ma che persone con un grande potere dicano bugie, non è una notizia.

La storia che ho studiato è piena di esempi: se faremo guerra vinceremo, se vinceremo saremo felici, ci sono tutte le condizioni per dichiarare guerra

Forse ognuno dovrebbe, in coscienza, stabilire quali menzogne è disposto ad accettare e quali no… giusto per fissare un limite.

Se lo stesso sedicente scienziato: prima dichiara che il virus non arriverà in Italia; poi che arriverà ma non sarà pericoloso; poi che il vaccino è miracoloso e ci salverà con una o due dosi; poi che il vaccino è sicuro fino al giorno del ritiro dal mercato (e lì chiedere alla casa farmaceutica…); poi che è scientificamente giusto prevedere due o più dosi all’anno… ecco, per quanto ancora accetteremo che un simile sedicente scienziato riceva, mentendo di continuo, soldi pubblici e/o enorme visibilità?

La sorpresa di questi mesi, in realtà, non è questa pioggia di menzogne da parte di chi ci Governa e di chi, prezzolato (con soldi, fama o altro…), difende i governanti: la vera sorpresa sono certe affermazioni di uomini della gerarchia ecclesiastica.

Nello specifico, da diversi sacerdoti (in vari gradi, parroci, vescovi, cardinali, papa…) vedo messa in relazione l’inoculazione e la “carità”.

Vaccinarsi è un atto di carità.

Questa affermazione suscita in me diversi pensieri: alcuni li espongo ora sinteticamente, nel tentativo di andare al significato delle parole.

Non tutti i sacerdoti sono medici, eppure tutti costoro parlano di una questione medica: non essendo materia di fede, posso esporre i miei dubbi (del resto, anche se, per ipotesi, fossero sacerdoti e medici, non per questo sarebbero infallibili).

Questi ecclesiastici usano il verbo vaccinarsi: per quanto detto (e come è oltremodo evidente in questi giorni), non è etimologicamente e intellettualmente corretto applicare il concetto di vaccino ai farmaci in questione.

E allora: assumere un farmaco che non garantisce l’immunizzazione, non evita il contagio e che, per un breve periodo di tempo (forse brevissimo), contribuisce a limitare, ad esclusivo beneficio di chi lo assume, alcune delle gravi conseguenze di una malattia sarebbe, dunque, un “atto di carità”?

Di quale carità parliamo, amici?

Per non rischiare, consulto il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Dizionario di Teologia Morale.

Al numero 953, il CCC cita San Paolo, 1 Cor 13, 5: “la carità non cerca il suo interesse”.

Ma se continuo a contagiare (tanto che impongono tamponi ai vaccinati), nell’interesse di chi assumo il farmaco? Stando alla letteratura scientifica, principalmente nel mio interesse.

Ed ecco il Dizionario di Teologia Morale, alla voce carità.

L’amore stesso deve essere senza limiti, spiega.

Ma le opere esterne di carità “sono soggette ai limiti imposti dalla limitatezza delle nostre forze e dei nostri beni”.

Qui il discorso si complica, attenzione.

Le stesse forze, lo stesso tempo, gli stessi beni “non possiamo spenderli se non per rimediare ad un determinato bisogno”.

E continua: “Ed ognuno può e deve anche amare sé stesso e perciò in molti casi può lecitamente provvedere prima i propri bisogni; anzi in parecchi casi, questo è un dovere”.

Ecco, quindi, che il Dizionario ci aiuta fornendo una regola: “amare prima Dio, poi se stessi, poi gli altri, ma veramente amare tutti e tre, conduce ad alcune norme che sono il regolamento di una carità bene ordinata: a) mai offendere Dio per aiutare se stesso o il prossimo; b) la carità verso il prossimo non obbliga ad un atto di aiuto quando ne risulta per noi stessi un danno (o incomodo) simile; c) la carità più perfetta aiuta il prossimo in molte cose nelle quali non è strettamente obbligata…”.

Prendo forse il farmaco per amare Dio? Certo che no.

Per quello, piuttosto, c’è il farmaco spirituale, l’Eucarestia.

E, quindi, ecco la vera domanda: prendo forse il farmaco per amare il prossimo?

Se lo faccio perché ne sono obbligato (sennò non posso bere il caffè, andare a sciare, lavorare, guadagnare il pane per i miei figli, andare a trovare un parente malato…), non può essere un atto di carità

Non lo faccio per Dio, non lo faccio per il prossimo… in vista di cosa?

Forse, cari amici preti, bisogna proprio avere coscienza dello scopo.

Ecco ancora il Dizionario, spiegando cosa sia la carità: “Amare Dio è lo scopo della nostra vita. Noi raggiungiamo Dio, il nostro sommo bene e il fine della nostra vita, mediante l’amore. Tutti gli altri comandamenti li dobbiamo osservare, perché dobbiamo amare Dio”.

La preoccupazione a cui richiamarci è amare Dio, questa è carità!

Semmai, prendere una medicina potrebbe remotamente essere ritenuto un atto di solidarietà.

E, su questo aspetto, mi vien da pensare alla natura della medicina, agli aborti, agli interessi economici, alla sperimentazione, all’etica farmaceutica, all’effettiva urgenza, alla morale…

La nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19 del dicembre 2020 mi ha fatto riflettere, su un ulteriore  aspetto.

A dicembre, la Chiesa Cattolica Apostolica Romana diceva a tutti i fedeli dispersi nel mondo: “Coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, devono adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicoli di trasmissione dell’agente infettivo”.

A dicembre 2020 -bei tempi!- si poteva rifiutare per motivi di coscienza.

Cioè a dicembre suonava così: caro fedele, so che hai dei dubbi perché per produrre la medicina usano cellule ricavate da aborti, so che la tua coscienza è perplessa, ti capiamo, anche la Chiesa si chiede se sia il caso oppure no…

Eppure: vista l’emergenza imprevista, vista l’urgenza, visto che non ci sono altri sistemi, visto che questo sembra uno strumento indispensabile, se tu, caro fedele, prendi questo farmaco, la tua coscienza non si sporcherà irrimediabilmente.

Per assurdo, 13 mesi orsono, quando c’erano più morti, meno cure, meno posti in terapia intensiva, meno conoscenze cliniche su come affrontare il Covid, per la Chiesa si poteva rifiutare il vaccino per ragioni di coscienza.

Oggi, invece, le coscienze sembrano proprio violentate da un ridicolo e irrazionale sillogismo: vaccinarsi afferisce a una questione di carità.

Ma come può un “quasi scandalo” morale diventare in pochi mesi un atto di carità?

Per chi mi ha seguito sin qui, ecco 4 cosucce che, stando al significato delle parole, intuisco:

  1. Su certe affermazioni, anche se provengono da ecclesiastici, è bene sollevare perplessità.
  2. Se un ecclesiastico usa impropriamente un termine medico, rischia di sbagliare.
  3. Se si mette in relazione l’assunzione di un farmaco a proprio vantaggio con uno dei pilastri della fede, bisogna rendere pienamente ragione di quel che si dice.
  4. Un ecclesiastico che, nel contesto attuale, aderisca alla campagna vaccinale dovrebbe, prudentemente, tenere segreta la propria scelta e, con ardore, pubblicamente suscitare vera carità nelle anime di tutti i fedeli che il buon Dio affida alla Chiesa: il resto, per quanto possa scandalizzare, a mio avviso viene dal demonio.

Ecco: l’unico vero successo di questa campagna vaccinale mi sembra essere stato quello di rendere molti (ecclesiastici e non) immuni alla carità.

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