A proposito del nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni avevamo già parlato in un precedente articolo. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, aveva fatto alcuni cenni a questo nuovo sistema di governo delle migrazioni e si era capito che le cose non erano proprio come il governo italiano ci aveva prospettato. Ora che il piano è stato presentato ufficialmente, le cose sono chiare, e non sono affatto buone per l’Italia.

Ne parla Andrea Amata nel suo articolo pubblicato sul sito di Nicola Porro.

 

Ursula von der Leyen
Ursula von der Leyen

 

Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato, con il vicepresidente Margaritis Schinas e la commissaria Ue Ylva Johansson, il nuovo Patto su asilo e migrazione, utilizzando il rituale tono ottimistico «per gestire la migrazione in modo congiunto, col giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità». Il vicepresidente della Commissione Ue, Margheritis Schinas, su Twitter ha annunciato con fervore comunicativo: «Missione compiuta. Il collegio dei commissari è finito. Dopo molte consultazioni con tutte le parti, la nostra proposta per un nuovo Patto sulla migrazione e asilo è ora sul tavolo. Presentiamo un’architettura completamente nuova, un nuovo inizio». Sulla nuova proposta per asilo e migrazione le ha fatto eco la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson: «La migrazione è sempre stata e sempre sarà parte delle nostre società. Quello che proponiamo oggi è una politica a lungo termine sulla migrazione che possa tradurre i valori europei in una gestione pratica. Questo significherà una migrazione europea chiara e giusta».

Regolamento di Dublino

Entrando nel dettaglio della proposta ricaviamo la prima cocente delusione in merito alla permanenza del Regolamento di Dublino che Ursula von der Leyen, la scorsa settimana, aveva avventatamente indicato come prossimo ad essere cestinato. Il Regolamento di Dublino impone l’obbligo ai Paesi di primo ingresso di accogliere il richiedente asilo e istruire il procedimento di concessione dello status di profugo. Un onere che lede soprattutto i Paesi rivieraschi e mediterranei, come l’Italia e la Grecia, su cui impatta la pressione del fenomeno migratorio. Dunque, nel piano viene smentito l’annuncio su Dublino della von der Leyen che aveva provocato acclamazione euforica negli esponenti del governo Conte.

Nel “patto” celebrato dai commissari europei non è contemplata una forma di redistribuzione automatica dei migranti, ma una procedura di solidarietà, attivabile dalla richiesta di uno Stato “sotto pressione”, che, tuttavia, non comporta obblighi nei partner Ue nel ricollocamento dei richiedenti asilo. In sostanza la solidarietà sbandierata da Ursula von der Leyen è facoltativa e si declina nella scelta in capo ai Paesi membri di accollarsi una quota dei migranti o di partecipare ai rimpatri. Dall’Europa era lecito aspettarsi un impianto meno affidato alla spontaneità e più orientato ad una gestione effettivamente solidale che emancipasse i Paesi più esposti al fenomeno migratorio dalla tensione unilaterale che viene esercitata sui loro confini. Per l’Italia il “patto” ha l’odore dell’ennesima fregatura perché nella vigenza del Regolamento di Dublino è sempre riconducibile al Paese di primo ingresso la responsabilità delle operazioni di sbarco, di identificazione e di accoglienza con l’effetto di continuare ad oberare di presenze le strutture già collassate come quelle di Lampedusa.

L’unica riforma, per alleggerire i Paesi aggravati dagli sbarchi, è quella che la von der Leyen ha ritrattato sulla modifica del Regolamento di Dublino che sottrarrebbe i Paesi di primo ingresso al vincolo di accogliere i migranti al fine di stabilire un’equa ed automatica ripartizione fra tutti i membri dell’Unione europea. Solo in questo modo il principio di solidarietà può avere un’applicazione multilaterale, evitando che si comprima ulteriormente nell’esercizio unilaterale e nell’egoistica impotenza dell’Ue. Le scialbe proposte della Commissione europea non rettificano le distorsioni nella gestione dei flussi migratori perché la solidarietà flessibile disciplinata dal “patto” autorizza a sottrarsi alla condivisione dei ricollocamenti, mentre si dovrebbero prevedere quote di redistribuzione a cui vincolare i partner Ue.

Questione Ong

Un altro aspetto che l’Europa continua a eludere è riferito alle navi delle Ong che battono bandiera, soggiacendo allo Stato che a loro attribuisce la nazionalità. L’imbarcazione che batte bandiera di uno Stato è equiparata al territorio dello Stato di bandiera con la conseguente soggezione della nave e dell’equipaggio a bordo alla sovranità dello Stato di bandiera. La bandiera non è un drappo decorativo, ma l’emanazione dello Stato in cui è registrata l’imbarcazione. La nave è la proiezione mobile dello Stato di riferimento e gli eventuali profughi, in base al vigente Regolamento di Dublino, dovrebbero essere presi in carico dall’Amministrazione in cui si palesano per prima. Dunque, allo Stato della bandiera matura l’obbligo di accogliere il migrante e di istruire le domande di asilo. Ma sul punto l’Europa si consegna ad un “austerico” silenzio.

Il governo rossogiallo accoglierà il patto sui migranti con il consueto e acritico battimano eurolirico, ma rischia la “sindrome del pavone”. Il pennuto che per mostrare superbamente i colori smaglianti del suo piumaggio, nel mentre che si esibisce nella famosa ruota, non si accorge di mostrare anche il suo… sedere.

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