Mario Draghi Europa

 

 

di Mattia Spanò

 

In più circostanze Mario Draghi, uomo d’incredibile credibilità, ha mostrato viva insofferenza al confronto. Con Landini, ad esempio. Accorso al capezzale del sindacalista per mettergli una mano paternale sulla spalla dopo l’assalto alla BastiCigielle orchestrato dai fasci di assembramento, la settimana successiva abbandona il tavolo con i sindacati perché l’ingrato Landini gli fa le pulci sulle pensioni. Segni di nervosismo sparsi anche in Cdm, come in occasione dell’assenza ingiustificata del pupillo Giorgetti. O rintracciabili nel rifiuto a rispondere a domande sui sogni quirinalizi.

L’uomo, come il Direttore Magistrale Duca Conte Piermatteo Barambani, è abituato a comandare a bacchetta i cari inferiori. Lo si capisce dagli spifferi di palazzo: bozze di decreto fornite due ore prima dei Cdm ergo approvate a colpo d’occhio, altri malumori sparsi genere “tiro io, o me ne vado col pallone”, la noia che lo travolge durante le conferenze stampa – de minimis non curat praetor – il fatto di attendere giorni prima di spiegare un provvedimento. Non ha capito, e passati i settanta difficilmente imparerà, che governare un paese non è presiedere il CdA di una banca, specie se si tratta dell’unica banca centrale al mondo che batte moneta soggetta a copyright (nelle more: chi intasca le royalties, e chi le paga?). Assuefatto agli yes men, Draghi non media. Come Berlusconi e Grillo prima di lui. Ascendenti che turberebbero il sonno a un bonzo tibetano, a parte i voti che loro hanno preso e lui declinerebbe per umiltà.

L’assenza di mediazione, cioè l’immediatezza, è fardello psicologico e culturale non lieve. Il livello generale di intolleranza, combinato col sentirsi offesi per ogni pinzillacchera, ha raggiunto vette himalayane. La politica è intollerante. Lo sono i media. Lo sono le aziende. Lo è la gente comune. Lo è la Chiesa. È la stagione arida dell’ira implacabile. La posizione di potere fa il resto. Se d’un lato gioca un ruolo lo spirito bovide (se tutti sono intolleranti, chi sono io per tollerare?), dall’altra si infiltra l’alta opinione che Draghi Mario ha di Mario Draghi. L’homo draconteus si sente investito, nell’abisso del sé, dalla più soprannaturale delle missioni: salvare l’Italia dagli italiani.

Dopo aver suggerito o scritto, come si vocifera, la lettera della BCE a Berlusconi nel 2011, aprendo la breccia all’altro sherpa europeista Mario Monti appena prima di acciambellarsi a Francoforte, l’allievo sornione di Federico Caffè è sceso in ciabatte a finire il lavoro. E pazienza se l’allora Segretario del Tesoro americano parlò nel suo libro di “complotto” ordito da “alcuni funzionari europei” ai danni di Berlusconi, chiosando con una battuta di Obama che fotografa il livello grandguignolesco raggiunto dai “funzionari” in questione: “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani“.

Il libro di Timothy Geithner, Stress Test: Reflections on Financial Crises, a distanza di oltre dieci anni resta introvabile nella nostra lingua. In un fiotto di riconoscenza Berlusconi puntella uno dei probabili mandanti della sua evirazione politica, Draghi Mario, ricordando compiaciuto come l’abbia proiettato lui stesso al governo della Banca d’Italia (vero che gliele hanno tagliate, ma le uova erano pur sempre le sue, cribbio). Si governa così, in quella macchia di Rorshach in cui qualcuno crede di vedere l’Italia.

Nella latenza del dialogo, all’ira per gli inferiori recalcitranti fa eco l’adulazione, ossia l’attitudine pestifera a sventolare in faccia alle persone ciò che non sono, nella goffa convinzione di schivare ciò che in realtà sono. Il che fa infuriare ancora di più l’homo homini draco, perché egli ha un desiderio recondito sfacciatamente onesto: in fondo, vuole che la sua frazione di rabbia gli venga riconosciuta. La constatazione di essere adulato più che temuto gli va di traverso, e non a torto. Nessuno apprezza un risultato contrario a quello atteso: è il manifesto stesso del fallimento.

Conoscevo un bambino che se prendeva una sberla rideva giulivo. Scoperta la cosa e sparsa la voce, ci mettemmo in fila per colpirlo a turno, con sempre maggiore forza. Lui non reagiva e rideva. In breve si scatenò un sabba di schiaffi gioioso, demoniaco. Una delle scene più selvagge cui abbia mai partecipato, degna del Signore delle Mosche. Ecco il primo vizio figlio del cortocircuito immediatezza, rabbia, adulazione: la frenesia. L’uomo di potere, perso il controllo, facilmente approda al sadismo (si ascolti l’omelia del ministro Brunetta), e non si rassegna alla reazione paciosa del popolo tramortito, infierendo con una raffica di vessazioni supplementari che ne orbano il giudizio. Cade nel tranello di pensare che la mancanza di opposizione, anzi i complimenti che riceve, lo rendano intoccabile e invincibile. Si chiama tracotanza, la malattia mortale del potere. Un altro piccolo incidente morale di cui prima o poi si paga il fio.

L’ultimo stadio della patologia è il buio pesto in cui è impossibile distinguere un tramezzino da una ruspa, ed anzi non si è più certi della presenza dei due oggetti, né che siano soltanto due. L’indizio più cristallino è il prossimo decreto sul  green pass, in vigore dal 1° febbraio. Passi spaccare il capello in quattro, ma quando ci si cimenta nel dividerlo in otto e poi in sedici, quando cioè si imbrocca una via bizantina, allora diventa chiaro anche ai più ottimisti sostenitori del governo migliore che l’Italia abbia mai avuto come il problema non sia più sanitario né politico: è la zattera della Medusa. Un governo naufrago in una Repubblica di Weimar che in pieno raptus ansioso sbarca il lunario con provvedimenti sempre più subatomici, nell’attesa forse che lo Stato venga inghiottito dall’antimateria. Come gli ulani polacchi contro i Panzer nella battaglia di Krojanty, anche i nostri prodi governanti vanno alla carica, ma da disonorati in cerca della vigliaccheria perduta. Hanno fallito, non vogliono ammetterlo.

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