Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

La nostra recitazione del Credo niceno con la sua semplice dichiarazione che Gesù «morì e fu sepolto» può contribuire all’impressione che la sepoltura del Signore sia stata un mero momento di trattenimento tra gli avvenimenti dolorosi del giorno precedente («Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato») e lo stupefacente trionfo del giorno successivo («ed Egli risorse il terzo giorno secondo le Scritture»). Ma c’è di più in quella semplice espressione di quanto sembri. A quella realtà più profonda ci indica il Credo degli Apostoli, quando, dopo aver dichiarato anche che Gesù fu sepolto, aggiunge: «discese agli inferi».  

Ma perché il Signore è disceso agli Inferi? Secondo il Catechismo, per portare «a pieno compimento il messaggio evangelico di salvezza» (643). È per continuare la sua missione messianica che Gesù predica il Vangelo «anche ai morti». La missione di Gesù di portarci a Dio non ha richiesto una pausa; è semplicemente continuata in una nuova modalità, in un altro regno e con un pubblico diverso. Quel pubblico era composto da quelle anime sante che avevano pazientemente aspettato nel seno di Abramo («il limbo dei Padri», come lo chiamano gli teologi) la venuta del Salvatore.

È anche vero, però, come affermano entrambi i Credo, che il corpo senza vita di Gesù fu sepolto in una tomba, che la Sua morte fu reale. Così, mentre le anime dei fedeli defunti godevano della sua presenza, per quanto riguardava quelli allora in vita, Gesù era semplicemente rimasto in silenzio. Josef Ratzinger lo ha espresso con forza: i discepoli vivevano il Sabato Santo come «la morte della loro speranza». Come per quei discepoli di Emmaus che avevano lasciato abbattuti Gerusalemme dopo la crocifissione, «era accaduto qualcosa come la morte di Dio», commenta Ratzinger.

Di un suo particolare viaggio agli inferi e del silenzio di Dio racconta, a suo modo, Meet me at The Lighthouse, la sesta raccolta di poesie di Dana Gioia (Graywolf Press, 2023), poeta di sincera ispirazione cristiana di cui ho già scritto su questo blog (qui, qui, qui e qui): un invito a viaggiare nel tempo in un mondo parallelo o fantastico che assomiglia molto al nostro, un jazz club realmente esistito, tornato prepotentemente alla memoria grazie al musical La La Land (2016): è lì che il giovane musicista protagonista (Ryan Gosling) cerca di far interessare al jazz la giovane attrice (Emma Stone) di cui è innamorato.

Incontriamoci al faro di Hermosa Beach, / Quella squallida discoteca sul molo nebbioso. / Puntiamo all’estate del ’71, / Quando tutti i nostri amici erano giovani e immortali. È come se fosse accanto a noi, lanciandoci un vero e proprio invito. La poesia può sembrare un po’ sfacciata mentre invoca l’eterno con echi della comunione dei santi, immaginando i grandi del jazz morti riuniti per un drink in un bar fuori dal nostro tempo: Il club ha prenotato i migliori talenti del Tartaro. / Gerry, Cannonball, Hampton e Stan, / Con Chet e Art, quegli splendidi novellini – / I maestri dello swing del nostro soul della West Coast. L’atemporale e il temporale si intersecano, spingendo il lettore a sospendere l’incredulità per entrare nel mondo della poesia, quello in cui i vivi e i morti convergono in un tempo che è sia nel passato, sia parte dell’eternità.

Meet Me at The Lighthouse esplora ciò di cui Gioia parla così spesso, cioè che l’antica arte della poesia è un esercizio di memoria: non quel tipo di memoria che ricorda seccamente i fatti e le cifre della crescita demografica di una città, ma la dolce sensazione di ricordare storie e bambini che ascoltano con interesse le storie loro raccontate in The Ancient Ones. In un suo video didattico su YouTube, Gioia spiega «Nessun popolo può sapere dove andare nel futuro senza sapere da dove viene nel passato» e in Meet Me at The Lighthouse il poeta onora il suo passato, non solo i suoi antenati e le loro storie, ma anche i poeti che lo hanno preceduto, come in Three Drunk Poets, quando Gioia con due amici cammina per le strade notturne recitando poesie.

Quando si chiede a Gioia «Che cos’è la poesia?», il poeta dice che «non è solo comunicazione, la poesia è una sorta di incantesimo che desidera segretamente o apertamente trasformare il mondo». Leggendo Meet Me at The Lighthouse non si sente questo in nessun luogo più profondamente che nella sezione dei salmi e dei lamenti moderni in cui canta Los Angeles. Gioia attinge direttamente alle coscienze giudeo-cristiane mentre ricorda con angoscia, desiderio, amore e rabbia per il tempo trascorso il luogo della sua giovinezza, chiedendosi, come fanno i salmi a proposito di Gerusalemme, come si possa dimenticare la Città degli Angeli. Quali altri posti ho amato così tanto? si chiede il poeta; quelli erano i tempi del college, la mia età dell’oro. Oggi la città, dice tristemente Gioia, ha perso i suoi angeli. In Psalm and  lament for Los Angeles, infatti, il poeta vaga per «le rovine silenziose» della sua città e piange ciò che è diventata e ciò che non c’è più. Accusa la città con un linguaggio che riecheggia appunto le aspre critiche dei profeti biblici: «Ma tu, Los Angeles, sbatti i tuoi figli contro le pietre. / Divori i tuoi nativi e i tuoi immigrati».

La dannazione che aleggia fin dalle prime pagine ravviva il libro con l’ultima composizione, The Underworld, dedicata ad un viaggio che il poeta, riecheggiando Virgilio e Dante, compie all’inferno. Si capisce allora che le poesie fra l’immortalità del jazz suonato al The Lighthouse, con cui apre il volume, e il viaggio infernale con cui si chiude, avevano lo scopo di regalarci una celebrazione della preziosità della vita e della sua dignità. Ora, giunto nella piena maturità, il poeta vuole farci riflettere sulle conseguenze che le azioni compiute in vita possono avere dopo la morte.

Nonostante i modelli richiamati di Virgilio e Dante, non si tratta di un viaggio epico: il poeta decide di compierlo autonomamente, privo di tutte quelle creature mitiche che affollano i paesaggi infernali delle tradizionali visioni dell’al di là. Per quanto apparentemente deludente, in realtà, tale scelta risulta ancora più terrificante per via della desolazione descritta: Nessun fuoco, nessun traghettatore, / Niente spine sanguinanti, nessuna acqua dell’oblio, / Nessun cane a tre teste a guardia dei cancelli, / Nessun cancello, per quanto puoi dire, / Nessuna ruota in fiamme né pietre da spingere in salita, / Nessun Titano legato alle catene, né re serpente. / Nessun sole, nessuna luna, niente stelle, nessun cielo, nessuna fine.  Soprattutto, nessuna guida: Nessuna divinità alata parlò nei tuoi sogni. / Niente ti obbliga, se non il tuo cuore lacerato

Rinunciando al facile sentimento di spavento per mezzo di immagini truculente e situazioni insostenibili per la comune sensibilità, Gioia descrive con terrore se vogliamo ancora più diffuso questo ultimo viaggio della vita verso il luogo di morte dov’è diretto attraverso la rassegnata disperazione riflessa nei suoi più vari compagni di viaggio: Il dottore vestito per il golf, la ragazza dagli occhi blu / Che accarezza le piccole cicatrici lungo le sue gambe, / L’uomo con venti dita sulle sue mani, / O l’alto vescovo con la sua bocca chiusa cucita. / Essi siedono come oracoli privi di espressione. / Loro sono i segreti che l’inferno esiste per custodire.          

Ma come si accede a questo vuoto di disperazione? Non è difficile, spiega Gioia. Basta prendere la linea ovest della metropolitana e sedersi da soli in fondo all’ultima carrozza. Non bisogna parlare con nessuno né muoversi, neanche quando tutti sono scesi e lasciato la carrozza vuota. Non c’è un biglietto da acquistare ma, se mai, solo qualcosa di proprio da dare, un oggetto personale o una ciocca dei capelli, senza aspettarsi di ricevere resto, perché là dove si è diretti non c’è bisogno di alcun resto o altra somma di denaro. Né c’è necessità di portare un bagaglio pesante: Niente di più che tu possa portare / Per l’eternità. Non c’è da stupirsi che molti scelgano / di vagare nudi.

Stupisce il silenzio di Dio lungo tutto questo viaggio del poeta agli inferi.  Tuttavia, anche il silenzio di Dio la dice lunga. Gesù stesso aveva già sperimentato nel modo più profondo questo silenzio, espresso nel suo angoscioso grido di morte: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».  Come osserva Joseph Ratzinger, non solo «il discorso di Dio, ma anche il suo silenzio fa parte della rivelazione cristiana». Ma cosa rivela questo silenzio? Cosa possiamo imparare dall’«apparente eclissi di Dio», dal «Dio assente»? Soprattutto ciò che Ratzinger chiama «la verità del costante occultamento di Dio». In quanto tale, serve a ricordare con forza che Dio dimora nel mistero, in una luce inavvicinabile; che Lui è il Dio nascosto. Perché Dio non è solo la Parola comprensibile che ci viene incontro, ma anche il terreno silenzioso, inaccessibile, incompreso e incomprensibile che ci sfugge. Tutto ciò non richiede una risposta umile da parte delle creature di Dio? Non è questo un antidoto contro quel tipo di eccessiva familiarità con Dio che minaccia di abbassarlo a un livello meramente umano? Ma c’è ancora di più. In quanto portatori dell’immagine di Dio, noi esseri umani abbiamo una natura intrinsecamente comunitaria. Di conseguenza, nel profondo portiamo quella che Ratzinger chiama «la paura della solitudine. . .l’ansia di un essere che può vivere solo con un suo simile». La morte, spiega, è una «porta attraverso la quale possiamo camminare solo da soli» – è «solitudine assoluta» – e l’inferno «la solitudine in cui l’amore non può più raggiungere». Per fortuna, non dobbiamo rimanere perennemente in una solitudine così terribile, come ci impongono di fare certe filosofie moderne. Ma è bene che rimaniamo lì almeno per un po’, perché solo allora potremo cominciare a comprendere la misura dell’amore di Dio nel salvarci da tale stato.

Un buon motivo per cui la Chiesa dovrebbe cercare di riscoprire l’importanza di ciò che Ratzinger chiama quell’«articolo dimenticato e quasi scartato» del Credo degli Apostoli.

 

 


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