Gesù

 

Domenica XXXI del Tempo Ordinario (Anno A)

(Ml 1,14b-2,2b.8.10; Sal 130; 1Ts 2,7b-9.13; Mt 23,1-12)

 

 

di Alberto Strumia

 

Fa una certa impressione leggere le severe parole di ammonimento del profeta Malachia, nella prima lettura, e quelle non meno severe di Gesù nel Vangelo, a pochi giorni dalla chiusura della prima sessione del cosiddetto “sinodo sulla sinodalità”.

In un momento diverso dai nostri ultimi anni si sarebbero forse intese come un richiamo generico, quasi scontato, ai pastori – quelli della Chiesa – a non mancare in alcun modo di annunciare Cristo unico Salvatore degli uomini, e di essere scrupolosi nell’insegnare la Sua dottrina, come hanno normalmente sempre fatto. E quelli che non l’hanno fatto, hanno finito per essersi collocati da se stessi al di fuori della comunione con la Chiesa.

Ma oggi il monito della prima lettura sembra scritto appositamente per molti tra i nostri pastori, di ogni livello della gerarchia ecclesiastica, che in gran parte hanno travisato e trascurato Cristo stesso, relativizzando la Sua unicità e centralità nel piano della Salvezza degli uomini («avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento»).

Questa degenerazione, non appena “morale” dei pastori (cosa già molto grave), ma “dottrinale” consiste nella presunzione di rinnegare di fatto, prima con la tecnica dell’ambiguità, poi con la prassi permissiva, la “dottrina” di Cristo e della Chiesa. Fino al punto di capovolgerla, in nome e per mezzo di una “pastorale” e di comportamenti che hanno privato sia la liturgia, che le persone degli ecclesiastici, e quindi la Chiesa visibile nella sua interezza, di ogni dignità sacrale e civile («Perciò anche io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento»).

Fa impressione, in particolare modo, la maledizione lanciata da Dio stesso, attraverso le parole del profeta, che colpisce inesorabilmente chi si comporta come loro («Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al Mio Nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione»). Ed essere maledetti da Dio significa essere perduti per sempre!

Si direbbe che come Cristo, nell’uomo Gesù, è stato condannato a morte dalle autorità religiose e civili del Suo tempo, oggi, Cristo nel Suo Corpo storico che è la Chiesa, sia condannato dalle autorità religiose e civili di oggi, a morire nuovamente. Quasi che la morte di Gesù, di allora, sia stata in qualche modo anche una profezia di quanto sembra ormai accadere oggi alla Chiesa, Corpo di Cristo.

Ma come il Corpo di Cristo è Risorto con la Risurrezione di Gesù, lo stesso Corpo di Cristo dovrà risorgere con una modalità ancora a noi sconosciuta nel Suo Corpo che è la Chiesa crocifissa ai nostri tempi. Non sappiamo se si tratterà di una risurrezione nel corso della storia, o di quella definitiva nell’Eternità («Non sapete né il giorno né l’ora», Mt 25,13). E non ci è dato si saperlo, per cui non vale la pena avventurarsi in troppe congetture, né non essere vigilanti per superficialità.

Nel Vangelo Gesù descrive il cedimento di coloro che, sono giunti ad avere un’autorità religiosa (la «cattedra di Mosè»), dedicando la loro vita più alla corsa al potere che a Dio (questi sono «gli scribi e i farisei»). E alla corsa alla conquista del “consenso” («Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente»), fino ad essere pronti ad adeguarsi al “pensiero unico” imposto dai potenti del mondo. Non è difficile individuare chi si comporta in questo modo nei nostri giorni…

Al tempo di Gesù questi, pur essendo di fatto divenuti, in gran parte, uomini di potere come il loro comportamento lascia vedere («non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno»), almeno insegnavano la vera dottrina rivelata a Mosè nei Comandamenti, e ai patriarchi dell’Antico Testamento, tanto che il Signore invita a seguirli nell’apprendimento della dottrina che essi trasmettono fedelmente nel loro insegnamento («Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono»).

Oggi, invece, il popolo cristiano non si può fidare ingenuamente neppure di quanto viene detto, scritto e insegnato, che non di rado finisce per contraddire nella pratica, gli insegnamenti della dottrina, addirittura suggerendo di considerarla trascurabile e superata.

Bisogna, allora, andarsi a cercare, scovandoli, quei pochi che, come dice la seconda lettura, si stanno comportando come l’Apostolo Paolo («Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari»). Occorre nei pastori anche una seria motivazione affettiva verso le singole persone come verso tutto il popolo cristiano loro affidato, agendo per il loro “vero bene” più che per motivi di “ricerca del consenso”, di “convenienza politica”, di “opportunismo” e di “carriera”. E il “vero bene” dei fedeli sta nel guidarli verso Cristo unico Salvatore, attraverso la fedeltà alla Sua dottrina, piuttosto che verso le proprie invenzioni ideologiche, delle quali è  per loro fin troppo facile innamorarsi, cedendo ad un narcisismo che è tanto più insidioso quanto è meno consapevole. I veri problemi nella teologia sono comparsi quando i teologi non sono stati più anche santi (cfr., H. U. Von Balthasar, cito a memoria).

Dobbiamo pregare insistentemente Maria, Madre della Chiesa, perché con la sua potente intercessione, abbrevi, in questi nostri giorni, i tempi della risurrezione di quel «Corpo di Cristo che è la Chiesa» così che essa torni a risplendere, come la luna riflettendo la luce di quell’unico Sole di Verità e di Gloria che è Cristo Signore («Io sono un re grande – dice il Signore degli eserciti», prima lettura).

Maria, Madre della Chiesa, intercedi per noi!

 

 

Bologna, 5 novembre 2023

 

 

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