Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Disputationes Theologicae e pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste.

 

 

Il 13 gennaio 2024 il coraggioso Vescovo olandese Rob Mutsaerts nel suo articolo Quella diabolica ambiguità (Die duivelse ambiguïteit) ripercorreva le fasi della protestantizzazione e demolizione del cattolicesimo nei Paesi Bassi. Con grande scandalo vedeva in Fiducia Supplicans e nella conseguente autorizzazione a benedire la coppie omosessuali quella “teoria della prassi” che sfruttando la cosiddetta “teologia pastorale” vorrebbe subdolamente stravolgere la dottrina cattolica. E in pochi tratti di penna indicava le responsabilità “teologiche” del Cardinal Fernandez che sarebbe, con l’avallo bergogliano, il redattore non solo di Fiducia Supplicans, ma anche l’“autore ombra” del famigerato Amoris Laetitia, l’altrettanto confuso documento che di fatto ha spalancato ovunque le porte alla comunione sacrilega dei divorziati “risposati”.
 
Vi è un’innegabile continuità fra questi due documenti che vanno letti insieme. Essi appaiono – e lo sono – confusi e verbosi, ma al contempo seguono una logica abbastanza precisa, figli come sono della (pseudo) teologia di derivazione luterana, che ebbe in Walter Kasper il suo campione (definito non a caso da Francesco “un buon teologo” nel suo primo Angelus, laddove si annunciava l’impronta futura di governo e si ringraziavano i fautori dell’elezione).
 
In altri termini le approssimazioni teologiche cui ci ha abituato la pastorale bergogliana non sono semplicemente il frutto di un aperturismo bonario e pressappochista, che vorrebbe abbracciare tutti i poveri peccatori bistrattati dalla rigidità di certo moralismo cattolico, ma sono coerenti con la più lucida e metodica luteranizzazione del cattolicesimo in chiave kasperiana.
 
Abbiamo scritto che la pratica della benedizione delle coppie omosessuali ha indubbiamente qualcosa di satanico (Sull’abominevole Dichiarazione odierna della Congregazione per la Dottrina della Fede), giacché con la sua “santificazione” della stabilità del peccato allontana di fatto la conversione e compie quel rovesciamento del piano salvifico che tanto piace al principe delle tenebre. E lo stesso avveniva – anche se ancora non era palesato il cedimento aperto all’omosessualismo – con Amoris Laetitia e l’apertura alla comunione ai divorziati “risposati”. In quest’articolo vorremmo riproporre la riflessione sulla radice luterana di alcuni recenti documenti ivi compreso l’ultimo, Fiducia supplicans, che, a partire dal suo titolo, acquista una sua coerenza logica solo nella teoria della giustificazione di Martin Lutero – così come scrivemmo per Amoris Laetitia – e finisce per coinvolgere tutto il dogma cattolico fino all’ecclesiologia e alla sacramentaria (cfr. Il fondo inquietante della proposta kasperianaL’Eucarestia secondo Kasper (II)“Progetto Kasper” e attacco alla divina costituzione della Chiesa).
Rinviando per un approfondimento sul tema della giustificazione nella dottrina cattolica e in quella protestante all’integralità del nostro articolo L’influsso di Lutero dietro la tesi Kasper, del 21 dicembre 2014, allorquando queste tematiche si affacciavano col Sinodo sulla Famiglia, possiamo sintetizzare che nella visione luterana la salvezza avviene “senza merito” poiché «l’uomo è giustificato per imputazione della giustizia di Cristo, applicata in egual misura per mezzo della fede»1, intendendo con “fede” la cosiddetta “fede-fiduciale” luterana.
 
«Ovvero colui al quale sono imputati i meriti di Cristo – e che sarebbe quindi un giusto – non per questo è rinnovato dalla grazia santificante, non è vestito della veste candida dopo aver dismesso l’abito sporco del peccato, non è un’anima nuova, un “homo novus”, ma è una “carogna” (i termini sono luterani) che è “avvolta” dal manto bianco dei meriti di Cristo pur restando “putredine” nel di dentro. Restando nell’immagine, esso è un qualcosa di abominevole all’interno – “peccator” -, ma gli vengono estrinsecamente imputati i meriti di Cristo che lo rendono in certa maniera “simul iustus”. Egli quindi, senza abbandonare il suo peccato, può essere un giusto». La Salvezza quindi avviene senza merito e senza bisogno di opere buone, senza conversione. «Per il luterano poco importano lo stato effettivo dell’anima, le sue disposizioni, i suoi sforzi e soprattutto i suoi sacrifici, sostenuti dalla grazia cooperante, per evitare il peccato o per emendarsene, quel che conta è un’illusoria fede-fiduciale nella propria salvezza, a prescindere dall’applicazione della volontà, dai propri meriti e soprattutto, di fatto, dal difficile sacrificio di sé e dei propri capricci. La radicale corruzione ha portato Lutero alla teorizzazione di una salvezza “sola fide”, una “fede” la cui nozione – che ha oggi invaso il mondo cattolico – è falsa, perché non è la fede dogmatica, per cui è essenziale l’adesione ai contenuti della Rivelazione, ma la fede-fiduciale in cui quel che conta è l’aspetto per così dire “sentimentale”. Quindi “pecca fortemente, ma credi ancor più fortemente” (“pecca fortiter, sed crede fortius”), ovvero più si è incalliti nel peccato, più si continua a peccare e più si dimostra la propria assoluta e completa fiducia nei meriti di Cristo, gli unici capaci di salvare, indipendentemente dal libero arbitrio dell’uomo, il quale non può far altro che “sperare” con forza. “Pecca fortemente, ma credi ancor più fortemente”, ovvero se lo stato di peccatore e nemico di Dio è permanente e se è e sarà inesorabilmente tale, se solo resta la giustificazione imputata da Cristo, che copre col suo bianco mantello l’uomo, putredine peccatrice e incapace di merito volontario, non resta altro che continuare a peccare, o addirittura è meglio stabilizzarsi nel rifiuto della legge morale di Dio, peccando ancor di più»2.
 
Peccando ancor di più, certo, ma con Fiducia, direbbe il luterano. E non appare casuale che il titolo dell’abominevole documento che sdogana di fatto l’omosessualità sia proprio “Fiducia supplicans”. Evocando così quella Fede-Fiducia luterana che sembra essere il filo conduttore del ragionamento, che però resta celato. L’anima, impregnata di “supplichevole confidenza” in Dio non è più preoccupata di invocare la grazia per la sua conversione, rendendo così compatibile la salvezza con una vita nuova, ma deve smuovere il suo sentimentalismo implorante pur volendo stabilizzarsi inesorabilmente nel peccato, addirittura “sposandosi” tra uomini o tra donne e volendo continuare a condurre tale vita. Perché, per il luterano (e per certi emuli modernisti che hanno invaso la Chiesa…), se l’uomo è immerso nel peccato grave, ma è al contempo giustificato da Dio senza bisogno di cambiar vita, non resta altro da fare che moltiplicare degli atti che ravvivino questa Fiducia supplicante.
 
A chi obiettasse che i termini dei documenti non sono così spinti, verrebbe da rispondere che non bisogna scordare la vecchia tattica del modernismo e l’astuzia politica di fornire pretesti, sempre più deboli per la verità, a chi non vuol vedere, e bisogna ammettere che certi processi oggettivamente portano a certi risultati per l’inesorabilità intrinseca della logica delle cose.
 
E l’ambiguo documento in questione ci dice tra l’altro, non senza sfacciataggine, che la “benedizione” della coppia omosessuale, può avvenire magari nel corso d’un pellegrinaggio. E anche questo nasconde una certa coerenza luterana, perché si consiglia che l’atto avvenga nel corso di un “evento forte”, per usare una terminologia da sentimentalismo modernista, un evento “che risveglia la fede”, indipendentemente dalla fede soprannaturale in tutta la Rivelazione e dalla risoluzione nel bene. Nel corso d’un pellegrinaggio che, stando alla descrizione, verrebbe fatto dalla coppia omosessuale con delle disposizioni così coerenti col luteranesimo, che la “benedizione” può scendere sulla perseveranza o l’ostinazione nel peccato, in virtù di quella evocata coinvolgente Fiducia supplicante la quale – “come un mantello” – coprirebbe persino il peccato contro natura, pubblicamente ostentato senz’ombra di resipiscenza. E cos’altro è questo se non la dottrina luterana del simul iustus et peccator, che condanna il peccatore a fare del male a vita, che gli toglie l’autentica fede soprannaturale, contrabbandandola con una vana Fiducia, che lo condanna ad una vita malvagia senza vera speranza soprannaturale di redenzione e che di fatto ridicolizza il motivo per cui Nostro Signore ha versato il Suo Sangue, ovvero quello di renderci simili a Lui attraverso la Grazia santificante? Ma si può disprezzare più di così il peccatore omosessuale, al punto da renderlo – il termine è luterano – una “carogna” incorreggibile, invece di ricordargli che è un’anima amata da Cristo che vorrebbe il suo riscatto dalla mala vita e la sua vera santificazione con le opere buone?
 
 
Disputationes Theologicae

 

1 A. Piolanti, La Comunione dei Santi e la Vita eterna, Roma 1992, p. 533.


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