Riporto un nuovo contributo al dibattito sul Concilio Vaticano II. Questa volta di John C. Cavadini, Ph. D., professore di teologia all’Università di Notre Dame e direttore del McGrath Institute for Church Life. È specializzato in teologia patristica e altomedievale, teologia di Agostino e storia dell’esegesi biblica e patristica.

Il contributo è apparso su Inside The Vatican, e ve lo propongo nella mia traduzione. 

 

Concilio Vaticano II

Concilio Vaticano II

 

In una dichiarazione del 20 giugno 2020, l’arcivescovo Viganò riduce il Concilio Vaticano II a un semenzaio di errore contemporaneo animato dallo spirito della “Massoneria”. Comprendo le sue frustrazioni per l’evidente confusione nella Chiesa di oggi, l’attenuazione della fede eucaristica, la banalità di gran parte di quella che liturgicamente pretende di essere l’eredità del Concilio, ecc.

Ma è giusto biasimare il Concilio e respingerlo come fatalmente pieno di errori? Ma questo non significherebbe forse che lo Spirito Santo ha permesso alla Chiesa di cadere in un errore prodigioso e pernicioso e ha permesso a cinque Papi di insegnarlo con entusiasmo per più di 50 anni? Questa affermazione sembrerebbe essere il trionfo della “Massoneria!

Viganò afferma: “Il suo Concilio si è dimostrato l’unico… – dal Concilio di Gerusalemme al Vaticano I – che non si armonizza perfettamente con l’intero Magistero o che ha bisogno di tante interpretazioni”.

Ma il Concilio di Nicea (325) è stato controverso fin dalla sua chiusura, il suo insegnamento si è chiarito solo dopo quasi 60 anni di polemiche (381, Costantinopoli). Nicea era coerente con il precedente insegnamento magisteriale?

Sì – come chiarito nel 381 – ma subito dopo alcuni pensarono che l’omoousio contraddicesse la condanna del vescovo eretico Paolo di Samosata, che non credeva che il Figlio fosse una Persona distinta, o che giustificasse l’eresia del sabellianesimo.

Calcedonia (451) può essere il Concilio la cui eredità è stata contestata più a lungo. I tre Concilii ecumenici successivi furono tentativi di affrontare la sua ricezione e il suo rapporto con l’insegnamento di Efeso (431). Né mancava la complessità politica, sia all’interno della Chiesa che nella società, per aggiungere al bisogno di chiarimenti.

Inoltre, il Concilio non ha prodotto davvero nulla di buono da menzionare? Viganò non ne cita nessuno.

È vero, le sue riforme liturgiche sono state sequestrate dalla banalità negli Stati Uniti – per esempio, l’introduzione di inni senza alcun pregio estetico ma contenenti errori dottrinali soprattutto per quanto riguarda l’Eucaristia, inni il cui uso de-catechizza gli stessi cattolici che assistono fedelmente alla messa domenicale.

Ma è altrettanto vero, per esempio, che le riforme hanno prodotto le belle liturgie inculturate nelle chiese di tutta l’Africa. Ho assistito a una messa celebrata secondo il rito dello Zaire in una regione isolata della RDC. Essa ha espresso pienamente lo spirito della liturgia della Chiesa universale, non nonostante sia stata celebrata con un’inconfondibile voce africana, ma grazie ad essa. Nel canto e nel movimento comunicava una dignità commisurata alla “sgradevolezza del Sacrificio”, come disse una volta Dorothy Day, eppure la rivestiva di un calore inconsapevole e appropriato al “Sacramento della Carità”.

Un altro esempio è una messa a cui ho partecipato ad Abuja, in cui si celebrava l’ordinazione di cinque nuovi sacerdoti. L’inno, le lingue, i gesti liturgici, erano eclettici, e riflettevano non solo le tradizioni del canto gregoriano e dell’inno inglese, ma anche una varietà di inni in lingua ibo e di usanze liturgiche dei villaggi da cui provenivano i nuovi sacerdoti. Ma il tutto era stato integrato dalla più profonda convinzione della dignità e della gioia che scaturisce dall’Eucaristia stessa. Quando, dopo la Comunione, tutta l’assemblea, altrimenti silenziosa, recitava all’unisono per tre volte: “O Sacramento Santissimo, o Sacramento Divino, ogni lode e ogni rendimento di grazie sia ogni momento Tuo”, sembrava che lo Spirito Santo facesse il più profondo appello al cuore di tutti i presenti, raggiungendo la nostra anima, aiutandoci a “pregare come si deve”.

Forse quelli di noi che incolpano il Vaticano II della sua banalità di immaginazione e della sua mancanza di coraggio dovrebbero uscire un po’ di casa e avere l’umiltà di imparare dagli altri, che di solito guardiamo dall’alto in basso, come se fossero dei non illuminati.

Inoltre, che dire delle tante belle verità che hanno trovato la loro più robusta espressione magisteriale nella Lumen Gentium? Ci lasciamo alle spalle l’esposizione della chiamata universale alla santità? – qualcosa che mi è sembrato così sublime quando l’ho letto per la prima volta a 19 anni, che l’impressione, e il desiderio di esserne all’altezza, non è mai svanito tanti anni dopo.

Che dire del recupero chiarificatore della predicazione patristica sul sacerdozio reale dei battezzati? un progetto che il Concilio di Trento ha lasciato per un’epoca futura (poiché Trento era necessariamente più attento a correggere il rifiuto dell’ordine sacro da parte del Riformatore). L’articolazione più matura dei tre gradi dell’Ordine sacro, che incorpora ma supera in precisione e chiarezza tutto ciò che lo precede, è da trascurare e scartare? Questi progressi sono davvero opera della massoneria?

E, per dirla in maniera franca, non possiamo contare come una conquista, e non come un errore, la caratterizzazione che l’unica vera Chiesa di Gesù Cristo, organizzata come società visibile, sussiste nella Chiesa cattolica? È davvero la massoneria a trovare un modo per convalidare i veri legami di comunione che legano le comunioni separate alla Chiesa cattolica? Se non ci sono tali legami genuini, allora è anche incoerente dire che l’unica vera Chiesa organizzata come società visibile “è” la Chiesa cattolica, perché riconoscerla come tale richiede il riconoscimento di tutti i legami di comunione visibile – compresi quelli che rimangono presenti in altre comunioni e quindi li legano a noi.

Non vorremmo usare un linguaggio che ci permetta di celebrare il grado di comunione conservato, ad esempio, con i cristiani copti la cui recente eroica testimonianza “fino al punto di effondere il sangue ha spinto l’unico non cristiano del gruppo degli ostaggi ad accettare il proprio battesimo di sangue? Non è bello poter dire, con la sintesi del CCC (Catechismo Chiesa Cattolica, ndr) di questo insegnamento conciliare, che “lo Spirito di Cristo usa queste Chiese e comunità ecclesiali [separate] come mezzi di salvezza”, pur qualificando che il loro “potere deriva dalla pienezza della grazia e della verità che Cristo ha affidato alla Chiesa cattolica” (CCC #819)? E’ questa massoneria? O è la verità cattolica, espressa più pienamente che nelle formulazioni preconciliari? La trattazione di questo numero di monsignor Philips, L’Église et son mystère au II Concile du Vatican, Tome 1 (Parigi: Desclée, 1967), 119, merita di essere rivisitata.

In relazione a ciò, vogliamo davvero tornare a un’interpretazione legalistica di “Al di fuori della Chiesa non v’è salvezza” (Extra Ecclesiam nulla salus, ndr) che lascia nell’ambiguità la testimonianza di questi e di altri martiri copti? Philips mostra come la comprensione patristica di questa frase sia nata in controversie che prevedevano contro-affermazioni da parte degli eretici, non immaginando situazioni, come quelle considerate sia da Pio IX che da Pio XII riguardo alle anime che si trovano fuori dai confini visibili della Chiesa cattolica senza alcuna colpa propria (vedi Filippo, 192-93).

La comprensione rigorista della massima patristica è veramente e pienamente cattolica? O il Vaticano II, piuttosto, esprime in modo più completo questo insegnamento? – permettendo così al CCC di riassumerlo (##847-48) in un modo che io (almeno) ho trovato utile per liberare gli studenti universitari da un’erronea repulsione contro la Chiesa a causa del bagaglio di un inutile trionfalismo.

Viganò dice che i “semi” degli errori contemporanei sono stati piantati nel Vaticano II e che ora possiamo vedere dal loro cattivo frutto che il seme stesso era cattivo. Ma questo resiste all’esame?

Dei Verbum ha insegnato che gli autori umani della Scrittura sono “veri autori”, e che l’interprete deve quindi “tener conto delle condizioni del loro tempo e della loro cultura”, ecc. (DV 11-12). È un cattivo seme, perché è stato usato dagli studiosi biblici per promuovere l’egemonia del metodo storico-critico in modo tale che alla fine non siano state immaginate altre opzioni? – anche se Dei Verbum insegna con forza ed egualmente che le Scritture, sia il VT che il NT, “hanno Dio come autore e come tale sono state tramandate alla Chiesa stessa”, e quindi, tra le altre cose, devono essere lette “all’interno della Tradizione vivente di tutta la Chiesa” (cfr. DV 11-12, CCC ##106, 113).

Una verità ricevuta solo a metà può essere il seme dell’errore, ma non per colpa della verità! – ma piuttosto di una certa pigrizia da parte dei teologi (come me!) che si sono accontentati di un metodo di interpretazione biblica che ha finito per considerare l’esegesi dei concili della Chiesa (compresa quella del Vaticano II e del CCC) come imposizioni “precritiche” sul testo.

Un altro esempio, rimanendo alla Dei Verbum: Il relativismo che de facto se non de jure è l’implicito presupposto operativo di molto dialogo interreligioso è colpa del Vaticano II, anche se la Dei Verbum afferma chiaramente che “‘L’economia cristiana … poiché è la nuova e definitiva Alleanza, non passerà mai; e non ci si deve aspettare alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa di nostro Signore Gesù Cristo'” (DV 4, CCC #66)?

È colpa di Nostra aetate, nemmeno una “costituzione dogmatica”, se i teologi (come me!) si sono accontentati di permettere al relativismo della cultura postmoderna di operare come una modalità di default implicita? Per sottolineare l’affermazione (vera!) di Nostra aetate che c’è verità nelle altre religioni senza lavorare altrettanto duramente per articolare allo stesso tempo come Gesù Cristo sia il sigillo insuperabile della rivelazione? Come si potrebbe riconoscere la verità nelle altre religioni se non avessimo già nella nostra la pienezza della verità per poterla riconoscere altrove?

Il Vaticano II è un cattivo seme? O il “seme” in questione è piuttosto la scelta asimmetrica dei teologi di sviluppare un filone di insegnamento conciliare a spese dell’occlusione degli altri? Per non parlare dei pastori che hanno dato così tanta priorità al (vero!) bene di rendere l’insegnamento cristiano accessibile e comprensibile all’uomo moderno [al punto] da sminuirne l’unicità e la peculiarità [finendo per considerarlo come] antiquato in maniera imbarazzante?

Capisco l’istinto, insegnare a tanti studenti che pensano di cercare proprio questa intelligibilità e solo questa, eppure scoprono che in realtà cercavano molto di più se si lavora per dare loro anche quel “di più”.

La lettera di Viganò ha avuto almeno il merito di costringermi a uscire dal mio compiacimento nell’accettare mezze misure nell’accoglienza del Concilio. Forse altri si troveranno con me nella stessa barca!

 

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