Dopo la condanna a sei anni di carcere nei confronti del card. George Pell pronunciata oggi dal Tribunale australiano del Victoria County Court, riporto il parere del giornalista e scrittore George Weigel, biografo di papa Giovanni Paolo II, nonché amico del card. Pell, che riflette sull’atteggiamento avuto dal Vaticano quando ha appreso la notizia.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

Il card. George Pell e Papa Francesco

Il card. George Pell e Papa Francesco

 

La condanna del cardinale George Pell nel dicembre 2018 con l’accusa di “abuso sessuale storico” è stata una parodia della giustizia, anche grazie ad un clima pubblico di isterico anticattolicesimo – un clima fetido che ha avuto un impatto devastante sulla possibilità di un processo equo. Come si spiega altrimenti che 12 giurati, ai quali sono state presentate accuse non sorrette da evidenza probatoria confutate da schiaccianti prove che i presunti crimini non sarebbero potuti accadere, abbiano completamente ribaltato il voto preso a larga maggioranza per una assoluzione espresso da una giuria bloccata (cioè che non è riuscita a prendere una decisione, ndr) nel primo processo del cardinale dello scorso anno?

Il cardinale Pell sapeva per dura esperienza personale quanto virulenta fosse diventata l’atmosfera anticattolica in Australia. Come membro del Collegio cardinalizio e alto funzionario vaticano, Pell aveva la cittadinanza vaticana e possedeva un passaporto diplomatico vaticano; avrebbe potuto rimanere al sicuro, intoccabile dalle autorità australiane. Tuttavia, decise liberamente di sottomettersi al sistema giudiziario penale del suo paese. Sapeva di essere innocente; era determinato a difendere il suo onore e quello della Chiesa; e credeva nella rettitudine dei tribunali australiani. Così tornò nel suo Paese.

Non è irragionevole suggerire che il sistema giudiziario australiano abbia finora fatto fiasco nei confronti di uno dei figli più illustri dell’Australia, il quale aveva riposto la sua fiducia in essa. La polizia è partita per una specie di spedizione di pesca alla ricerca di qualcosa su Pell. (Chi, ci si chiede, ha messo questa in moto? E perché?) Un’udienza preliminare ha inviato le successive accuse al processo, anche se il magistrato dell’udienza aveva detto che, se fosse stata una giurata, non avrebbe votato per la condanna per diversi dei presunti crimini. Il primo processo ha dimostrato l’innocenza del cardinale, e il nuovo processo ha restituito un verdetto irrazionale non supportato da alcuna prova, avvalorante o meno.  L’ordine di bavaglio dei media su entrambi i processi, anche se probabilmente destinato ad attenuare l’atmosfera circense che circonda il caso, in realtà ha sollevato l’accusa che avesse da difendere le sue strane e oscene accuse in pubblico.

Così, a partire dai primi di marzo, il cardinale è in carcere, in isolamento, gli sono consentiti pochi visitatori a settimana, così come una mezza dozzina di libri e riviste alla volta. Ma non gli è consentito celebrare la messa nella sua cella, con la bizzarra motivazione che ai prigionieri non è consentito celebrare funzioni religiose nelle carceri dello Stato di Victoria e il vino non è permesso nelle celle.

Alla luce di tutto questo, non è facile capire perché, il giorno dopo l’annuncio pubblico della condanna, il portavoce ad interim della stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito il mantra che è diventato abituale nel commento vaticano al caso Pell: la Santa Sede, ha detto Gisotti, ha “il massimo rispetto per le autorità della giustizia australiane”.

Perché’ dire così’? È proprio la magistratura australiana (e le atmosfere da linciaggio di Melbourne e non solo) che oggi è sotto processo presso il tribunale globale dell’opinione pubblica. Non c’era bisogno di una gratuita montatura pubblicitaria. Il signor Gisotti avrebbe potuto e dovuto dire che la Santa Sede attende con interesse e preoccupazione i risultati del processo di appello, e spera che sia fatta giustizia. Punto. Punto e basta. Nessuna adulazione. Soprattutto, nessun accenno ad un suggerimento secondo cui la Santa Sede ritiene che la polizia e le autorità giudiziarie australiane abbiano finora svolto il loro lavoro in modo equo, imparziale e rispettoso.

Poco dopo il commento del signor Gisotti, è stato annunciato che la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) stava iniziando una propria indagine canonica sul caso Pell. In teoria, e si spera nella pratica, l’indagine della CDF può essere utile: condotta correttamente, esonererà il cardinale Pell dalle accuse assurde su cui è stato condannato, perché non ci sono prove che il cardinale abbia abusato di due ragazzi coristi e ampie prove che l’abuso non avrebbe potuto verificarsi nelle circostanze in cui presumibilmente sarebbe accaduto. Così la giustizia può essere fatta dalla Santa Sede, qualunque sia il risultato finale in Australia.

Per il bene di un vecchio amico, ma anche per la reputazione dell’Australia nel mondo, spero che il processo di appello, che inizia all’inizio di giugno, possa dar ragione al cardinale Pell – e la fede che ha riposto nei suoi connazionali e nel sistema giudiziario australiano. Quest’ultimo, tuttavia, è e dovrebbe essere sottoposto al più attento scrutinio da parte di persone leali. La Santa Sede dovrebbe prenderne atto, e quindi resistere a qualsiasi ulteriore tentazione di rendere un poco trasparente, e certamente prematuro, verdetto sulle “autorità giudiziarie australiane”.

 

Fonte: Catholic World Report

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