I recenti licenziamenti attuati all’Istituto Giovanni Paolo II ha colpito molti. Un lettore, sotto pseudonimo, mi ha inviato l’articolo che volentieri pubblico. Lo propongo come spunto di riflessione per tutti.

 

 

di Fabio Vessillifero (*)

 

Il cambiamento di prospettiva introdotto da Paglia riguardo l’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia è emblematico e drammatico. Secondo questa nuova visione, la Chiesa deve “guardare, con intelletto d’amore e con saggio realismo, alla realtà della famiglia, oggi, in tutta la sua complessità, nelle sue luci e nelle sue ombre”.

Alcuni pastori ci dicono che la comunità dei credenti è chiamata ad aprirsi a stili di vita diversi anche se in contraddizione con la prospettiva cristiana della famiglia eterosessuale, monogamica fondata sulla stabilità della coppia.

Dovremmo superare, quindi, la nostra ristretta visone confessionale per accettare un mondo sempre più socialmente variopinto e antitetico, dove famiglie gay e famiglie musulmane a carattere poligamico convivono pacificamente…

A leggere certi documenti ecclesiali sembrerebbe che il progetto evangelico non abbia come fine quello di trasformare i cuori e le menti dei popoli per elevarli ad una prospettiva soprannaturale ma quello di promuovere una società relativista, dove tolleranza, dialogo e rispetto sono gli unici valori non negoziabili.

Peccato che il Fondatore del cristianesimo si sia espresso in tutt’altro modo. Né tollerante né inclusivo… ma pietra d’inciampo delle pretese inaudite: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14.6)  e ancora: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato». (Mc 16,16).

Cristo è in realtà il maestro che propone una morale alta ed esigente:  «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno (Lc 13,24).

Come interpretare allora quello che a molti appare un “rinnegamento” o un abbandono della linea di Giovanni Paolo II da parte del nuovo corso?

Ritorna alla mente, con grande suggestione, la situazione descritta da Dostoevskij nel romanzo I fratelli Karamazov. La profezia sembra avverarsi sotto i nostri occhi.  

Il vecchio inquisitore rimprovera a Gesù di essere tornato sulla terra a rovinare i suoi piani e a mettere in pericolo il suo progetto di pacifica convivenza  tra gli uomini. L’ideale evangelico di libertà – sostiene l’Inquisitore – è troppo duro per la maggior parte degli uomini (non per lui, cui Dio aveva dato le forze necessarie per seguirlo), condannati pertanto da esso alla inevitabile dannazione e dunque all’infelicità. Proprio questa considerazione lo spinse ad abbandonare l’ideale evangelico e a prendere parte al progetto di concedere almeno la felicità terrena ad un’umanità comunque incapace di raggiungere quella eterna. Questo progetto prevede la trasformazione dell’ideale evangelico in una morale più accessibile all’uomo, fatta di gesti esteriori alla portata di tutti. In questo modo, anche i deboli crederanno di poter raggiungere la felicità eterna, sottometteranno la loro libertà ai precetti della Chiesa e ne riceveranno in cambio una felice speranza nell’aldilà. Ecco allora tutta la terra schiava, illusa ma felice. Questo il progetto dell’Inquisizione: portare in terra la felicità a tutti, dato che quella celeste è al di fuori della portata di molti. Di più l’uomo non può pretendere.

Alla base dell’atteggiamento del vecchio Inquisitore vi è la sostanziale perdita della fede. Egli pensa alla maniera di Lutero che Dio non ci sostiene nel nostro cammino di fede con la sua grazia. Al massimo ci può predestinare immeritatamente alla vita eterna pur lasciandoci completamente ancora nella melma dei nostri peccati.

Se le cose stanno così, potremmo chiederci allora quale senso abbia l’immolazione della croce… perché mai il Figlio di Dio abbia voluto incarnarsi e soffrire?

Eppure il messaggio del Nuovo Testamento è chiaro: grazie al sacrificio di Cristo noi possiamo accedere al Padre e ricevere il dono dello Spirito e così praticare la vita nuova del Vangelo, superiore alle nostre povere forze umane.

E la testimonianza dei santi che dal giorno di Pentecoste hanno costellato a miriadi la storia dell’umanità ci conferma che la Grazia può veramente cambiare i cuori ed elevarli alla vita di Dio.

Se noi osserviamo attentamente, senza paraocchi ideologici, anche la radicale trasformazione del mondo operata dal messaggio cristiano non possiamo che rimanere profondamente basiti. Benedetto Croce, un filosofo ben lontano dal vivere la proposta evangelica, onestamente osservava:

«E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana… perché l’impulso originario fu e perdura il suo… la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità».

Parlando in termini generali, e prescindendo da casi personali e particolari, si ha come l’impressione  che i pastori non vogliano o non se la sentano più di credere nella forza dello Spirito Santo. Ma non è Cristo, il Figlio di Dio, venuto nel mondo per richiamare l’uomo al fondo di tutte le questioni?

Tutti i problemi infatti che l’uomo è chiamato dalla prova della vita a risolvere si complicano invece di sciogliersi se non sono compresi alla luce del mistero di Cristo.

Non dimentichiamo che il compito della comunità cristiana è proprio quello di realizzare il più possibile la soluzione degli umani problemi in base al richiamo di Gesù.
La concezione della vita umana in Gesù Cristo è quindi essenzialmente una tensione, una lotta (“non sono venuto a portare pace, ma una spada” Mt 10,34); è un camminare; è una ricerca – ricerca della propria completezza, cioè del proprio vero “se stesso”  (L. Giussani).

E noi, fedeli laici, “traditi” e confusi, come possiamo allora progredire nel nostro cammino di fede?

Mai come in questo momento di prova siamo chiamati a restare uniti nella fede, nella dottrina e nella disciplina della Chiesa, ben sapendo che il nostro Signore e Maestro ha già vinto il mondo (Gv 16,33).

Con le parole dell’Apostolo prediletto dobbiamo con forza riaffermare: «tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1 Gv 2,14).

E se con Paolo possiamo ben constatare che «siamo oppressi, ma non schiacciati; sconvolti ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non distrutti», siamo comunque lieti di portare «sempre in noi la morte di Gesù, perché si manifesti in noi anche la sua vita» (2 Cor 4,8-10).

In questo momento di Passione della Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, quindi, non dobbiamo fuggire come gli Apostoli ma restare a vegliare con coraggio e determinazione ai piedi della croce.

Il Concilio Vaticano II ha sottolineato profeticamente con forza la vocazione alla santità per tutti i discepoli di Cristo e mai come oggi il laicato è chiamato a far fronte alla crisi di fede che attanaglia le gerarchie con grande senso di responsabilità.

In questo senso, ecco allora una proposta di possibili linee di guida e azione:

  1. Non dobbiamo lasciarci sopraffare dalla tentazione dello scoraggiamento ma vivere il tempo presente come prova dolorosa ma necessaria dalla quale la fede della Chiesa uscirà purificata e rafforzata.
  2. Mantenere la consapevolezza che il supremo Pastore delle pecore non abbandona il suo gregge e, siccome la promessa del Signore non può venir meno, restare saldi nella dottrina della Chiesa, soprattutto per quanto riguarda quegli aspetti della teologia morale oggi subdolamente messi in discussione.
  3. In particolare bisogna osservare che la teologia morale di papa Giovanni Paolo II mantiene intatta la sua attualità e validità perché in continuità con tutto il precedente Magistero della Chiesa (cf. ad es. “Casti connubii” di Pio XI e Humanae vitae di Paolo VI). A nessun Pastore della Chiesa e a nessun fedele è lecito distaccarsi dagli insegnamenti della Tradizione Apostolica e del Magistero della Chiesa anche riguardo al tema della famiglia e della vita. Un Pastore che mette in crisi le coscienze su questi temi proponendo e propagando insegnamenti erronei, perde credibilità e referenzialità.
  4. Siccome la verità va sempre annunciata e non ci può essere carità verso il prossimo se non nella verità, sarebbe utile dar vita un sito internet dove pastori e teologi veramente cattolici e competenti, possano riproporre ai fedeli l’autentico e genuino insegnamento della Chiesa sui punti oggi controversi. In questo modo il popolo di Dio potrà avere un riferimento sicuro per orientarsi in questo grave momento di confusione e di prova.

Maria, aiuto dei cristiani, prega per noi!

 

(*) Fabio Vessillifero è uno pseudonimo di una persona realmente esistente

Facebook Comments