Duomo di Modena
Duomo di Modena

 

 

di Alberto Strumia

 

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario (Anno A)

(Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30)

 

L’approssimarsi della fine dell’anno liturgico, in questa domenica prima della solennità di Cristo Re dell’universo, come sempre:

– da un lato richiama alla “vigilanza”, cioè al tenere ben presente che il Signore potrebbe giungere in qualunque momento della storia. E questo è vero particolarmente in tempi come il nostro, segnati in modo unico dalla crisi di identità dell’uomo (nel mondo) e dall’apostasia dalla fede (nella Chiesa). Siamo, infatti, proprio in un tempo nel quale si ostentava sicurezza e improvvisamente ci si è trovati in un clima incerto che ha messo paura di fronte alla fragilità di tutto («E quando la gente dirà: “C’è pace e sicurezza!”, allora d’improvviso la rovina li colpirà», seconda lettura);

– dall’altro lato richiama a poggiarsi sulla “ragionevolezza della fede” in Cristo, unica vera fonte di sicurezza («Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro», seconda lettura).

In particolare la prima lettura descrive la saggezza della “donna forte”, che vive secondo la Legge del Signore, il suo ruolo di sposa e di madre; la vive come una condizione di “normalità”, tanto ben assimilata e fatta propria che la lettura accenna appena alla fonte di questa sua “sicurezza” e “serenità”, che è Dio stesso con la Sua Legge («la donna che teme Dio è da lodare»).

Il Vangelo ci ripresenta la parabola forse più nota (insieme a quella del buon samaritano e a quella del figlio prodigo): la “parabola dei talenti”. Applicandola ai nostri giorni possiamo leggerla come chiave interpretativa della storia a noi più vicina.

– Colui che ha ricevuto “cinque talenti”, e li ha fatti fruttare al massimo, sembra poter rappresentare quanti hanno avuto la Grazia, così in abbondanza, e l’hanno saputa mettere a frutto così totalmente, da avere come esito la santità “visibile” in modo clamoroso, tanto da essere riconosciuta anche canonicamente dalla Chiesa. E di santi canonizzati, che magari abbiamo anche conosciuto o almeno visto in vita, ne abbiamo avuti non pochi in questi ultimi decenni e continuiamo ad averne!

– Colui che ha ricevuto “due talenti”, può rappresentare chiunque abbia ricevuto la Grazia sufficiente per avere la fede; e con la sua libertà l’ha accolta ed è rimasto fedele alla “vera dottrina” di Cristo e ha vissuto secondo la “sana morale” appresa nel catechismo. Anche questo ha portato il frutto buono di un cristianesimo vissuto nella normalità della vita quotidiana, come la donna di cui ci ha parlato il libro dei Proverbi, nella prima lettura. Anche  questo viene lodato dal Signore, perché ha dato tutto quanto era nel compito previsto dalla sua vocazione, per il bene del prossimo e della Chiesa.

– L’ultimo, quello che ha ricevuto solo “un talento”, sembra rappresentare quanti, avuta la luce della Grazia che li ha condotti inizialmente alla fede, e il dono della ragione, che è dato per natura ad ogni essere umano, non ha saputo farlo fruttare, ma lo ha subito nascosto sotto terra. Questo personaggio sembra aver addirittura scambiato il Signore, il Dio Creatore, con qualunque altro “signore”, detentore di un potere solo orizzontale, mondano, del quale si può solo avere paura. Per paura di perdere quanto ha ricevuto, si è rinchiuso in un egoismo incapace di produrre frutti per il prossimo e tantomeno per la Chiesa. Un po’ alla volta la “fede” e la “ragione”, sotterrate nel terreno di una quotidianità che le ha nascoste entrambe, sono state dimenticate, perdute completamente, assorbite nel “pensiero unico” determinato più da un potere alle dipendenze di Satana che di Dio Creatore.

Smarrita la fede e confusa la ragione, questo tipo di persone hanno perso anche il riferimento morale dei Dieci Comandamenti, della legge morale naturale non riconosciuta, ormai più, come la legge basilare di ogni forma possibile di civiltà che possa sostenersi. Alla fine egli perde tutto, senza neppure accorgersene, e viene a trovarsi “gettato via nelle tenebre” – prima ancora che nell’aldilà dopo il giudizio finale già nella vita terrena, privo del talento naturale della capacità di giudicare distinguendo il bene dal male e della dignità di persona umana. Non è forse arrivata a questo punto la vita individuale e sociale nel mondo di oggi? E ormai anche in una certa parte della Chiesa, e non di rado proprio in quella che dovrebbe essere di guida per gli altri?

Il salmo responsoriale riprende la descrizione della positività fruttuosa di una vita vissuta nella consapevolezza di essere sempre con il Signore, in una relazione creaturale e di Grazia che eleva l’esistenza dandole piena bellezza e dignità, riconoscendo il legame stabile tra il Cielo e la terra.

Il versetto dell’alleluia ricorda, in due righe, qual è l’unica strada attraverso la quale si può vivere una vita non inutile, ma capace di portare il frutto che dà piena soddisfazione al Creatore e alla creatura, al discepolo del Signore e al suo Signore: «Rimanete in me e io in voi, dice il Signore, chi rimane in me porta molto frutto».

Come sempre, affidandoci alla Madre di Dio, nella quale il Frutto primo, da cui tutti gli altri frutti prendono corpo e vita, si è sviluppato fino a venire alla luce per la nostra Salvezza, siamo sicuri di avere ogni protezione e guida anche in un momento di prova come quello che siamo chiamati a vivere, oggi nella storia.

«Tu sei benedetta tra le donne, e benedetto è il Frutto del tuo seno, Gesù!».

A lei fu particolarmente devoto anche sant’Alberto Magno, patrono degli scienziati, del quale oggi ricorre la festa, e a lui chiediamo di guidarli a non mettersi al giogo dei poteri del mondo, ma della verità che la vera scienza non può non esigere e scoprire.

….(città)…….., 15 novembre 2020

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

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