Parlamento europeo
Parlamento europeo

 

 

di Il Moschettiere

 

Nella storia europea degli ultimi secoli più volte si è assistito al tentativo di unificare il continente in un’unità politica effettiva e centralizzata. I protagonisti di questi tentativi sono stati Napoleone, tra fine ‘700 e primi dell’800, e Hitler, nel secolo scorso. Non meraviglia che, dopo un intervallo di tempo analogo (poco più di cento anni fra Napoleone e Hitler, poco meno di cento fra Hitler e l’Unione europea attuale, che alcuni vorrebbero “sovrana”) si assista al sorgere di un altro tentativo di centralizzazione in grande stile (se così si può dire). Certe dinamiche storiche non muoiono con i loro protagonisti, ma si ripresentano sotto mutate forme, perché obbediscono a forze telluriche profonde che sovrastano i singoli interpreti.

Questa volta, però, l’unificazione politica che viene prospettata, e per cui si fa propaganda, non fa leva, in modo spettacolare e minaccioso, sulle forze armate, ma su altre forze, più sottili, ma non meno implacabili. Si è partiti dalla moneta unica, gestita da una banca centrale europea, nonostante vari esperti di livello internazionale avessero ammonito sugli esiti fallimentari di un sistema monetario privo di una corrispondente autorità politica in grado di controllarlo. Adesso i promotori dell’avventura dell’euro, che avevano disatteso questi ammonimenti, si dichiarano improvvisamente d’accordo: l’Europa della sola moneta non basta, non può funzionare, ci vuole uno stato centralizzato. Ma in questo modo è sempre la moneta e la finanza a comandare o altro ancora, di non detto. Non c’è un’esigenza ideale o identitaria – nazionale o etnica, politica o culturale o linguistica – che sostenga l’idea di un superstato europeo. Solo il carro dell’esigenza economico-finanziaria, che è stato anteposto ai buoi dell’idealità politica. Un carro del genere non potrà mai camminare.

Come per Napoleone e Hitler, esso va di pari passo (solo coincidenza casuale?) con un attacco alla Russia. L’Europa, o meglio la parte centro-occidentale del continente, non è mai stata minacciata seriamente dalla Russia, almeno da quella zarista-ortodossa, che si è limitata ad espandersi e rafforzarsi sui territori limitrofi (la guerra attuale in Ucraina è di questo genere). La stessa Unione Sovietica, pur esercitando un’influenza soverchiante sugli stati satelliti del Patto di Varsavia nell’est-europeo, lo ha fatto con il consenso degli allora “alleati” angloamericani, e solo come conseguenza dell’attacco tedesco nell’ultimo conflitto.

A Mosca o a San Pietroburgo non ha mai davvero preso forma un’idea di unificazione europea a conduzione russa (nonostante ogni slavofilismo o panslavismo), al contrario di quanto è accaduto a Parigi prima o a Berlino poi. Probabilmente non è un caso che la teoria di L. Trotskji sull’esportazione della rivoluzione socialista a livello internazionale sia risultata sconfitta, essendo questa idea non in linea con l’anima russa profonda, in fondo legata alla propria terra, più che alla conquista di altri territori. Diverso lo spirito colonizzatore che ha animato l’Europa occidentale verso il Nuovo Mondo e poi gli Stati Uniti verso il resto del pianeta. Gli americani sono figli di colonizzatori che continuano a voler colonizzare (il mondo intero) alla ricerca, dopo il Far West, di un Far East.

Certo ogni grande potenza ha tendenze espansioniste, legate alla volontà di rafforzamento e consolidamento del proprio potere, un effetto del gigantismo. Ma esistono differenze, e non sembra che sia la Russia la prima in questa classifica. Attualmente Putin parla di mondo multipolare, non così gli Usa.

Sembra chiaro, dunque, che in generale le forze più convinte di un rafforzamento europeista centralizzatore o “sovrano”, sono anche quelle che sono più decise nel sostenere la guerra in Ucraina ad oltranza, fino alla “vittoria contro la Russia”. Chissà perché questi toni bellici anti-russi risuonano in modo ricorrente, ogni volta in rapporto con la volontà di unificazione europea sul piano politico: l’Impero, il Reich… E ora?

Certo ci sono anche delle differenze fra i precedenti storici e l’attuale situazione. Una di quelle più evidenti è che non c’è sostengo popolare che sostenga il progetto di unificazione statale europea. Non c’è l’entusiasmo, sia pur insano, di eserciti eroici al seguito di un Generale, né ci sono adunate oceaniche ipnotizzate da un Führer carismatico. Tutto è molto grigio e triste, come si addice ai volti dei banchieri e degli usurai, che non hanno mai scaldato i cuori di nessuno. Questa volta l’idea lascia freddi e scettici i popoli: il progetto potrebbe trovare il suo conato attuativo solo attraverso i meccanismi anonimi e falsamente democratici degli uffici e della burocrazia scollegati da ogni autentico parlamentarismo.

La storia, che resta pur sempre maestra di vita, ammonisce: la “campagna di Russia” per due volte è finita molto male, anche per l’Italia fascista (ci pensino gli anti-fascisti fuori tempo massimo che venerano lo stesso Altare della Patria venerato da Mussolini). E “l’utopia europeista” (che con l’Europa non ha nulla a che fare) nel passato si è rivelata il peggior incubo per chi l’aveva perseguita.

 


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