Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Phil Lawler e pubblicato su Catholic Culture. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella mia traduzione.

 

Foto: aula Sinodo
Foto: aula Sinodo

 

Avete notato che negli ultimi anni, prima di ogni riunione del Sinodo dei vescovi, l’attenzione dell’opinione pubblica tende a fissarsi su un tema molto specifico?

  • Nel 2015, prima del Sinodo sulla famiglia, tutti si chiedevano se i cattolici divorziati e risposati illecitamente dovessero ricevere l’Eucaristia.
  • Nel 2019, prima del Sinodo sull’Amazzonia, ci si chiedeva se gli uomini sposati potessero essere ordinati sacerdoti.
  • Oggi, nella preparazione del Sinodo sulla sinodalità, la domanda è se la Chiesa benedirà le unioni omosessuali.

Certo, in una certa misura l’attenzione a questi temi scottanti riflette le ossessioni dei media tradizionali. (Se il tema della prossima riunione del Sinodo sarà la Trinità, senza dubbio gli opinionisti faranno pressione per una dichiarazione sull’ordinazione delle donne). E in qualche misura riflette la ricaduta del “cammino sinodale” dei vescovi tedeschi, che ha abbracciato pienamente la prospettiva secolare e le sue preoccupazioni preferite. Ma anche negli ambienti cattolici più moderati, la discussione che ha portato alla riunione del Sinodo di ottobre si è fortemente orientata verso questi stessi temi: omosessualità, divorzio, contraccezione e femminismo.

Cosa c’entrano queste questioni con la sinodalità?

 

Che cos’è un Sinodo?

Un sinodo è una riunione di vescovi, solitamente convocata per discutere questioni pastorali o dottrinali. Papa Francesco preferisce riferirsi a una riunione sinodale come a un “incontro” o a un “cammino insieme”. Nella Chiesa cattolica romana, il Sinodo dei vescovi – istituito da Papa Paolo VI – è un organo consultivo che aiuta il Romano Pontefice nel governo della Chiesa. Nelle Chiese orientali, comprese quelle in comunione con Roma, il Sinodo ha poteri di governo propri e può nominare vescovi ed eleggere patriarchi. In ogni caso, che le sue decisioni siano o meno autorevoli di per sé, un sinodo è un organo decisionale.

Una discussione sulla “sinodalità”, quindi, dovrebbe concentrarsi sul modo in cui il Sinodo dei Vescovi raggiunge le sue decisioni, e/o sul modo in cui tali decisioni possono essere tradotte in politiche per la Chiesa universale. Il Sinodo sulla sinodalità dovrebbe concentrarsi sulla governance della Chiesa, non su particolari questioni controverse.

Purtroppo, da quando Papa Francesco ha iniziato a manifestare il suo entusiasmo per una governance “sinodale”, il termine “sinodale” è entrato nell’uso comune come parola che esprime il sostegno ai cambiamenti nella Chiesa o, come minimo, a un approccio riflessivo, aperto al cambiamento. Così, ad esempio, parlando a un pubblico australiano del Sinodo sulla sinodalità, suor Nathalie Becquart, sottosegretaria dell’ufficio del Sinodo, ha detto:

Quindi, quello che ci aspetta è che ognuno di noi deve diventare un sinodale, deve diventare una sorella sinodale, un insegnante sinodale, un sacerdote sinodale, un vescovo sinodale”.

Presa alla lettera (e come potrebbe essere presa altrimenti?) questa affermazione non ha senso. L’essenza di un sinodo è che le persone – i vescovi – si riuniscono per deliberare. Un individuo non può avere questo tipo di incontro con se stesso; non posso “diventare un sinodo”.

Nei numerosi incontri preparatori che hanno preceduto la riunione dei vescovi di ottobre, l’attenzione principale è stata rivolta a come la Chiesa possa raggiungere le persone indifferenti o addirittura ostili alla fede, a come riconquistare i “cattolici della culla” che si sono allontanati dalla Chiesa, a come fare appello alla sensibilità di una cultura secolare. Sono tutte domande legittime, ma…

Cosa c’entrano queste domande con la sinodalità?

 

La questione della governance

Il Sinodo dei vescovi, così come lo conosciamo ora, è un risultato del Concilio Vaticano II. Ma la storia del suo sviluppo risale a tempi più lontani, al Vaticano I e alla proclamazione dell’infallibilità papale. Il Vaticano I fu convocato per discutere lo stato della Chiesa in generale, non solo il ruolo del Romano Pontefice.

In quel primo Concilio Vaticano, alcuni partecipanti chiesero una dichiarazione su come tutti i vescovi – non solo il Papa – condividano la responsabilità di salvaguardare il deposito della fede. Papa Pio IX respinse questo suggerimento, annunciando: “Io sono la tradizione”. Ma facendo questa affermazione, Papa Pio parlava contro la stessa tradizione che cercava di difendere. Il primato petrino non ha mai significato che il Papa possa ignorare o mettere a tacere gli altri vescovi. Al Concilio di Gerusalemme, San Pietro stesso cambiò la sua posizione, persuaso dalle argomentazioni di San Paolo.

Il Vaticano I si concluse bruscamente, poiché la sicurezza di Roma era compromessa dalla guerra franco-prussiana. La questione della partecipazione dei vescovi al governo della Chiesa universale fu quindi lasciata al Vaticano II.

In questo Concilio Vaticano II, il patriarca melkita cattolico Maximos IV suggerì la formazione di un Sinodo dei vescovi, con membri a rotazione, per assistere il Romano Pontefice nel governo della Chiesa. La discussione di questa proposta, tuttavia, non andò troppo avanti, perché Papa Paolo VI tolse la questione dal tavolo con l’annuncio, all’apertura della sessione finale del Concilio, che avrebbe istituito il Sinodo dei Vescovi – come organo consultivo, soggetto al Papa. In questo modo la questione fu risolta. Da allora si è discusso sporadicamente di come il Sinodo possa lavorare in modo più efficace e di come tutti i vescovi possano partecipare al governo della Chiesa universale.

Queste dovrebbero essere le questioni in cima all’agenda di un Sinodo sulla sinodalità. Per quasi due secoli, la Chiesa ha lottato con la questione di come i vescovi diocesani dovrebbero interagire con il Sovrano Pontefice nella guida e nel governo della Chiesa universale. Sarebbe un peccato sprecare l’opportunità di far progredire la nostra comprensione di tale questione, solo per seguire le ultime tendenze alla moda.

In una prossima rubrica esaminerò i pericoli che minacciano di dirottare il Sinodo sulla sinodalità e come i vescovi prudenti potrebbero rispondere. Nel frattempo, come spunto di riflessione, vorrei citare alcuni passaggi rilevanti del documento Lumen Gentium del Vaticano II. Nelle citazioni che seguono, l’enfasi è mia.

In virtù del suo ufficio, cioè come Vicario di Cristo e pastore di tutta la Chiesa, il Romano Pontefice ha piena, suprema e universale potestà sulla Chiesa. Ed è sempre libero di esercitare questo potere. L’ordine dei vescovi, che succede al collegio degli apostoli e dà a questo corpo apostolico un’esistenza continua, è anche soggetto di suprema e piena potestà sulla Chiesa universale, purché si intenda questo corpo insieme al suo capo, il Romano Pontefice, e mai senza questo capo… (Lumen Gentium 22)

I Vescovi, come vicari e ambasciatori di Cristo, governano le Chiese particolari loro affidate… Questo potere, che essi esercitano personalmente in nome di Cristo, è proprio, ordinario e immediato, anche se il suo esercizio è regolato in ultima istanza dalla suprema autorità della Chiesa, e può essere circoscritto da alcuni limiti, a vantaggio della Chiesa o dei fedeli. In virtù di questa potestà, i vescovi hanno il sacro diritto e il dovere, davanti al Signore, di legiferare per i loro sudditi, di giudicarli e di moderare tutto ciò che riguarda l’ordinamento del culto e l’apostolato… L’ufficio pastorale o la cura abituale e quotidiana delle loro pecorelle è affidato completamente a loro; né sono da considerarsi come vicari dei Romani Pontefici… La loro potestà, pertanto, non è distrutta dalla potestà suprema e universale….(Lumen Gentium 27)

I singoli vescovi, che sono posti a capo di chiese particolari, esercitano il loro governo pastorale sulla porzione del Popolo di Dio affidata alle loro cure, e non su altre chiese né sulla Chiesa universale. Ma ognuno di loro, in quanto membro del collegio episcopale e legittimo successore degli apostoli, è obbligato dall’istituzione e dal comando di Cristo ad essere sollecito per tutta la Chiesa, e questa sollecitudine, anche se non è esercitata con un atto di giurisdizione, contribuisce notevolmente al vantaggio della Chiesa universale. Infatti è dovere di tutti i vescovi promuovere e salvaguardare l’unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa….. (Lumen Gentium 23)

Phil Lawler

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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