Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

Cacciata di Adamo ed Eva - Masaccio
Cacciata di Adamo ed Eva – Masaccio

 

Puntata n. 12 – La coscienza della Redenzione (IV)

Il peccato nel libro della Genesi: il peccato originale (2)

I fattori che preparano  e quelli che caratterizzano il peccato

b) Un “errore di giudizio” che consiste in un giudizio alternativo a quello del Creatore

Ecco il secondo fattore che crea le condizioni che favoriscono il peccato. Il peccato, si presenta, dunque come la conseguenza pratica di un “errore di giudizio”, suggerito dal tentatore: questo giudizio non appare come erroneo all’uomo che subisce la tentazione, ma semplicemente come alternativo al giudizio insegnato da Dio.

«Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta al centro del giardino Dio ha detto: non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Gen 3,1-7).

La creatura è indotta a “contraddire” la “coscienza della creaturalità” e a giudicarsi “autosufficiente”. Nel mondo in cui viviamo questo modo di ragionare è stato eretto a cultura, a mentalità ovvia e scontata, quando in realtà è forzato e contro la natura dell’uomo e richiede uno sforzo di convenzioni sociali per essere sostenuto, sottoponendo la persona ad una serie di lotte e di conflitti interiori che ingenerano tensioni interne che spesso degenerano in nevrosi e patologie psichiche.

Il peccato contraddice la coscienza della creazione come coscienza di essere voluti e amati, e si attua nella ricerca di un “metodo alternativo” a quello indicato da Dio per partecipare alla Sua stessa vita e natura: «diventereste come Dio». L’azione del tentatore consiste nell’insinuare il dubbio: i) sul fatto di essere voluti e amati da Dio; ii) sul fatto di potere ricevere questo amore “da altro” invece che da Dio, e cioè seguendo il giudizio proposto dal tentatore, da una creatura quindi.

La tentazione si prospetta sempre come proposta di un’esperienza affettiva, almeno momentaneamente più appagante dell’amore di Dio, e siccome nel momento in cui essa si manifesta si sente forte il bisogno di essere voluti e amati, dando credito alle apparenze, si è indotti a cedere alla tentazione.

c) Un errore di metodo

L’inganno del tentatore, poi, non consiste tanto nel proporre un obiettivo considerato irraggiungibile: «diventereste come Dio», quanto nel proporre un “metodo erroneo” per raggiungere questo obiettivo, che è lo stesso obiettivo che Dio ha proposto, seguendo la strada giusta del mangiare all’albero della vita. La strada giusta che l’uomo ha per essere come Dio è quella della “partecipazione” alla vita di Dio, che si chiama “Grazia”, e che il Signore gli dà attraverso l’albero della vita. La strada che il tentatore propone all’uomo per essere come Dio – strada che però non conduce alla meta – è quella di pretendere di essere come Dio “per natura”, contraddicendo la sua creaturalità. Il seguire questa seconda strada richiede l’accecamento della coscienza della creaturalità, la dimenticanza e la censura della consapevolezza che nella vita tutto è dono, tutto è ricevuto.

Il tentatore propone un modo alternativo a quello che Dio ha dato per essere simili a Lui (la Grazia, cioè la divinità “per partecipazione”) insinuando il dubbio che Dio sia nemico dell’uomo e lo inganni: se l’uomo non è voluto e amato da Dio, allora gli può apparire ragionevole cercare questo amore da parte di un altro che non è Dio, anche perché senza sapersi voluto e amato l’uomo vive nella disperazione. Per accettare questo giudizio l’uomo deve negare l’esperienza e l’evidenza, e cioè il fatto che nello stesso momento in cui formula il giudizio, riceve l’esistenza e l’energia proprio da quel Dio del quale sta dubitando; ma abitualmente a questo non si pensa, perché l’esistenza è considerata un fatto automatico della natura, e qui sta l’inganno demoniaco della cultura in cui siamo immersi. E per fare questo l’uomo deve convincersi di non avere bisogno di ricevere questa esistenza, di essere autosufficiente.

d) Gli effetti del peccato nell’esperienza

Gli effetti di questo errore di giudizio e di metodo, assecondato nell’azione – che oggettivamente sono la perdita della Grazia e dei doni preternaturali – si ripercuotono nell’esperienza, smentendo drasticamente la validità del giudizio alternativo proposto dal tentatore e del metodo scelto. Essi consistono:

– a livello “individuale”: nell’esperienza del dolore e della morte (“male fisico”) e dell’incoerenza nell’azione (“male morale”), originata da una disarmonia tra razionalità e istintività. La sacra Scrittura dunque spiega la presente condizione dell’uomo come originata da questa colpa primitiva.

– A livello “sociale”: nella frantumazione dei rapporti tra uomo e uomo, a cominciare dai rapporti più naturali che sono quello tra genitori e figli e quello tra marito e moglie; e nella incomunicabilità che fa fallire, ultimamente, ogni progetto comune di autoliberazione.

«Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male» (Gen 6,5).

L’incomunicabilità e il fallimento dell’opera comune possono manifestarsi anche dopo un certo tempo, come una conseguenza che non è riscontrata subito, come documenta il racconto della costruzione della Torre di Babele. Inizialmente l’umanità ha una sola lingua, ma sarà durante l’esecuzione del progetto, dopo un certo tempo, che essa si troverà divisa e confusa, che il progetto rivelerà la sua inadeguatezza. Oggi questo effetto si manifesta, innanzitutto, come “relativismo”.

«Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile.

Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Gen 11,1-8).

Facebook Comments