Domenica XXXII del Tempo Ordinario (Anno B)
(1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44)
di Alberto Strumia
La prima lettura di questa domenica e il Vangelo parlano della differenza tra la “fede vera” e la “fede falsa” che si spaccia per vera cercando di ingannare gli ingenui. E questo insegnamento la liturgia ce lo offre
– non soltanto perché ci limitiamo ad ammirare coloro che hanno una “fede vera” e sincera (cosa comunque giusta e doverosa che si concretizza nella nostra venerazione dei “santi”);
– e a seguirne il comportamento (cosa altrettanto importante per il nostro bene e per la nostra Salvezza);
– ma anche per insegnarci a non essere ingenui verso quanti, in modo ipocrita, cercano di farci credere che loro sono “onesti predicatori del vangelo”, quando invece sono ingannevoli manipolatori della dottrina di Cristo che cercano di portare le loro vittime fuori strada. Costoro, se da noi imitati, ci spingono a compiere il male sotto l’apparenza di un qualche bene. Questi sono, di fatto, – consapevoli o meno, solo Dio lo sa, e a Lui tocca il giudizio della loro anima – dei servitori di Satana che prendono parte all’opera dell’Anticristo che vuole demolire la Chiesa. E oggi è proprio questo ciò che sta succedendo nella sua base e nel suo vertice. Non accorgersene è dai ingenui ed è nostra responsabilità non esserlo.
1 – Dice infatti Gesù di guardarsi da questa gente, da questi falsi pastori che lavorano per il potere e la propria visibilità nel mondo e non per Cristo e la Verità («Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti»). Costoro fanno tante chiacchiere sui “poveri” e si dichiarano loro difensori, quando, invece, intrattengono, più o meno segretamente, interessi disonesti con i ricchi e i detentori dei poteri del mondo che lavorano a danno dei poveri («Divorano le case delle vedove»). Ormai sono in parte anche venuti allo scoperto perché, a differenza di quanto accadeva ai tempi di Gesù («pregano a lungo per farsi vedere») dimostrano apertamente di non pregare volentieri celebrando la liturgia in modo sciatto e svogliato senza dimostrare né adorazione né vero rispetto per l’Eucaristia. E noi, almeno per ora, li dobbiamo sopportare come nostri capi… ma non sarà sempre così, perché «Essi riceveranno una condanna più severa». Il Signore non fa sconti per gli ipocriti. Questo è il vero “clericalismo” di chi a parole condanna il clericalismo ma, nei fatti, ne è il massimo esperto e praticante.
2 – La “fede falsa” è propria di coloro che investono il meno possibile, appena una «parte del loro superfluo» (neppure tutto il superfluo, ma solo una parte irrilevante) sulla vera dottrina di Cristo. E quella parte è l’apparenza, mentre i criteri delle scelte e delle azioni sono presi dalla logica del mondo e del demonio. Hanno una visione esclusivamente “orizzontale”, materialistica della vita e contrabbandano l’“azione umanitaria” per “carità cristiana”, parlano di “misericordia” alla gente, mentre usano, senza giustizia, il loro potere per schiacciare i loro sottoposti che non li seguono nelle loro manipolazioni della dottrina di Cristo.
3 – La “fede vera” è propria di coloro che sulla dottrina di Cristo “investono tutto” il senso della loro esistenza e hanno fatto di Cristo «il loro centro affettivo ed effettivo» (L. Giussani, Tracce di esperienza cristiana). Come la vedova del Vangelo che «ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Tutti siamo limitati e peccatori, ma per salvarci dobbiamo ammettere i nostri peccati e chiedere sinceramente il perdono al Signore e la grazia di poterci riprendere per stare interamente con Lui e non barare come gli scribi del Vangelo.
La prima lettura aggiunge a questo quadro esistenziale il tema del “frutto” della fedeltà al Signore che, già fin da ora, offre a chi ha la “fede vera” il “centuplo quaggiù” («Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il Mio Nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la Vita Eterna», Mt 19,29). La vedova di Zarepta, infatti, insieme al profeta, come “frutto” della sua totale disponibilità verso l’uomo di Dio, ebbe in cambio il nutrimento per lui, per sé e per il figlio.
La seconda lettura, infine, tratta dalla Lettera agli Ebrei, ribadisce in una forma rigorosamente teologica il fondamento dottrinale della “fede vera” che si attua nella “decisione totale” per Cristo («tutto quanto aveva per vivere») che è l’“unico Salvatore” degli uomini: «una volta sola, nella pienezza dei tempi, Egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso».
Ora noi, come conclude lo stesso passo della seconda lettura siamo proprio coloro che aspettano la sua piena manifestazione per fare pulizia nella Chiesa da tutte le falsificazioni e ipocrisie che ci tocca subire in questi nostri anni e ripristinare definitivamente ed esplicitamente la Verità: «apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro Salvezza».
Maria, la Madre di Gesù, che fu essa stessa vedova – come lo erano le donne delle letture di oggi che ne sono, in qualche modo, prefigurazioni – dopo la morte di Giuseppe, e non ebbe mai alcuna esitazione, nella sua “fede vera”, nel dare tutta se stessa in anima e corpo per il suo Figlio divino, ottenga anche per tutti noi la stessa decisione totale perché abbiamo sempre una “fede vera”.
Bologna, 10 novembre 2024
(Ho riproposto in questa domenica una mia riflessione della domenica 11 novembre 2018 che trovo del tutto pertinente anche oggi, e non era ancora apparsa su questo blog)




















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