Nicolás Maduro e Donald Trump (fonte Wikipedia)
Nicolás Maduro e Donald Trump (fonte Wikipedia)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il 3 gennaio 2026, le forze speciali statunitensi, inclusa la Delta Force, hanno condotto un’operazione militare su larga scala a Caracas, Venezuela, denominata “Operation Absolute Resolve”. L’operazione ha visto attacchi aerei contro difese antiaeree e installazioni militari, con il conseguente blackout elettrico in parti della capitale. Le forze americane hanno quindi fatto irruzione nella residenza di Nicolás Maduro presso il complesso militare Fuerte Tiuna.

Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati senza perdite americane, registrando solo alcuni feriti tra le truppe USA. I coniugi sono stati trasferiti sulla portaerei USS Iwo Jima e successivamente condotti a New York per affrontare accuse federali di narcotraffico, narcoterrorismo e traffico d’armi, basate su un’incriminazione del 2020 che prevedeva una taglia di 50 milioni di dollari.

L’operazione, autorizzata dal presidente Donald Trump, è stata preparata per mesi con l’intelligence della CIA e un significativo dispiegamento militare nei Caraibi. Trump ha definito l’azione un successo, dichiarando che gli Stati Uniti “gestiranno” il Venezuela, motivando l’intervento con la lotta al narcotraffico e l’accesso alle riserve petrolifere del paese.

L’operazione ha causato decine di morti venezuelani e ha generato condanne internazionali per violazione del diritto internazionale da parte dell’ONU, in particolare di Russia e Cina, sebbene alcuni leader latinoamericani abbiano espresso sostegno. Il 5 gennaio, Maduro si è dichiarato non colpevole in tribunale a New York, definendosi presidente del Venezuela e prigioniero di guerra. In Venezuela, la situazione rimane instabile con Delcy Rodríguez come presidente ad interim (in precedenza era il vice di Maduro).

 

Maduro sarà condannato e imprigionato come Noriega

Secondo l’analisi editoriale del Wall Street Journal del 5 gennaio 2026, il procedimento giudiziario contro Maduro segue un precedente ben consolidato: il caso di Manuel Noriega.

Nel dicembre 1989, il presidente George H.W. Bush ordinò alle truppe statunitensi di entrare a Panama per catturare Noriega, il dittatore militare del paese, con accuse federali di traffico di droga. Come Maduro, Noriega era stato incriminato da un gran giurì statunitense e l’invasione di Panama avvenne senza l’autorizzazione del Congresso. Noriega fu portato con la forza negli Stati Uniti, processato in un tribunale federale, condannato e incarcerato.

Le analogie tra i due casi sono notevoli. Noriega era stato incriminato nel febbraio 1988 con accuse di racket, traffico di droga e riciclaggio di denaro sporco, accusato di aver permesso ai cartelli colombiani di utilizzare Panama come punto di transito della cocaina. La difesa di Noriega presentò diverse contestazioni legali, tutte respinte dai tribunali.

La difesa più forte fu quella dell’immunità di capo di Stato, ma i tribunali conclusero che tale immunità non protegge i leader coinvolti in attività criminali. Hanno stabilito che l’immunità esiste per facilitare le relazioni diplomatiche e proteggere le funzioni ufficiali dello Stato, non per proteggere i trafficanti di droga. Il traffico di droga di Noriega fu considerato comportamento criminale privato, non un atto ufficiale del governo.

Dopo il fallimento di tutte le sue difese, Noriega fu condannato per otto capi d’accusa di traffico di droga, racket e riciclaggio di denaro, con una pena di 40 anni di reclusione, di cui scontò 17 prima dell’estradizione in Francia.

Il procedimento giudiziario contro Maduro è quindi considerato inattaccabile dal punto di vista legale, non perché apra nuovi orizzonti, ma perché segue da vicino un modello vecchio di 36 anni che i tribunali federali hanno già convalidato. Il precedente Noriega è determinante e, in base a tale precedente, Maduro sarà processato. Come osservato nell’editoriale, il processo a un dittatore è già stato celebrato e i tribunali hanno respinto tutte le sue difese legali.

 

Cosa hanno detto i leader europei

La reazione europea all’operazione statunitense è stata caratterizzata da una sfrontata ambiguità, come riportato da Il Fatto Quotidiano del 5 gennaio 2026.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, è rimasta generica: “Siamo al fianco del popolo venezuelano. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale”.

Kaja Kallas, alta rappresentante per la politica estera UE, ha invitato tutti gli attori “a mantenere la calma e la moderazione, per evitare un’escalation e garantire una soluzione pacifica alla crisi”.

Emmanuel Macron ha dichiarato: “Il popolo venezuelano si è liberato dalla dittatura di Maduro e non può che rallegrarsene. Maduro ha calpestato le libertà fondamentali”.

Friedrich Merz, cancelliere tedesco, è stato riflessivo: “La classificazione giuridica dell’intervento USA è complessa. Ci prenderemo il tempo necessario per valutarlo”. Un atteggiamento che contrasta con la fermezza dimostrata durante l’invasione russa dell’Ucraina.

Keir Starmer del Regno Unito si è limitato a dire: “Posso essere assolutamente chiaro sul fatto che non siamo stati coinvolti e credo che dovremmo tutti rispettare il diritto internazionale”.

Una nota positiva è arrivata dalla Spagna, insieme a cinque Paesi dell’America Latina (Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay), guidati da leader di sinistra, che hanno respinto “qualsiasi tentativo di controllo” del Venezuela ed espresso preoccupazione per la stabilità della regione (vedi Corriere della Sera del 5 gennaio scorso).

 

La posizione di Meloni: unica a schierarsi apertamente con Trump

L’Italia rappresenta un caso emblematico a livello mondiale. Giorgia Meloni ha prodotto una poltiglia di contraddizioni in cui l’operazione USA diventa una mossa difensiva: “Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

Questa posizione contrasta nettamente con le dichiarazioni della stessa Meloni sull’invasione dell’Ucraina, quando sbottava: “Inaccettabile attacco bellico su grande scala della Russia. È il tempo delle scelte di campo. L’occidente e la comunità internazionale siano uniti nel mettere in campo ogni utile misura a sostegno di Kiev e del rispetto del diritto internazionale”.

La disparità di trattamento è evidente. Quando l’aggressore è americano, diventa “azione difensiva” o “caso da valutare”. Quando non lo è, scatta immediatamente il tribunale morale universale. Come osservato da un commentatore all’articolo di Sarcina del Corriere della Sera del 5 gennaio scorso: “Giorgia Meloni, mattatrice assoluta, recita un monologo che sembra scritto da Ionesco dopo una brutta influenza. L’intervento militare non è la strada giusta, ma lo diventa se cambia nome, se indossa un cappotto atlantico e se viene giustificato con una formula magica: narcotraffico, sicurezza, attacchi ibridi. Un abracadabra concettuale che trasforma i missili in cerotti e le bombe in strumenti di prevenzione sanitaria”.

L’unico leader del governo Meloni a dire una cosa sensata è stato Salvini: “La cosiddetta esportazione della democrazia non è una soluzione né prudente né saggia”.

Sprona infine ad una effusione di umorismo l’intervento di alcuni commentatori come Gentiloni e Veltroni sul Corriere della Sera quando parlano dell’Europa e dell’Occidente come unico baluardo della moralità e del rispetto dei valori della democrazia, guardando al milione di morti, gran parte civili, della guerra in Iraq, e al massacro di civili a Gaza, verrebbe da chiedersi di cosa stiano parlando questi signori. Gli attuali leader normalizzano la violazione delle norme del diritto internazionale mentre fingono di difenderle.

 

Le dichiarazioni di Meloni frantumate dalle parole di Trump

Le giustificazioni della Meloni vengono completamente contraddette dalle stesse parole del presidente Trump. Spiegando l’azione degli Stati Uniti contro Maduro, Trump ha citato esplicitamente la passata espropriazione da parte del Venezuela dei beni petroliferi statunitensi e i suoi piani per recuperarli. “Abbiamo un’enorme quantità di energia in quel Paese”, ha detto ai giornalisti. “Ne abbiamo bisogno per noi stessi”.

Le parole usate da Trump, “Abbiamo un’enorme quantità di energia in quel Paese”, tradiscono il vero fine che è di appropriazione, dimenticando che quelle risorse non appartengono agli Stati Uniti ma al popolo venezuelano.

Trump ha anche parlato troppo del “petrolio”, come osservato dal Wall Street Journal, trasmettendo il messaggio che l’obiettivo degli Stati Uniti è in gran parte mercenario. L’editoriale del WSJ commenta incredibilmente che questa affermazione dà l’impressione che il vero obiettivo sia appropriarsi del petrolio, quando in realtà questa è la pura verità.

Secondo i funzionari statunitensi, le enormi riserve petrolifere del Venezuela e lo sfruttamento dei minerali rari presenti nel paese potrebbero contribuire a stabilizzare le finanze e aiutare gli Stati Uniti a contrastare il dominio globale della Cina su quelle preziose risorse, come gallio, germanio, indio, tantalio, silicio e palladio, di cui l’industria dei chip ha bisogno.

 

Chi approva l’operazione di Trump

Secondo il Wall Street Journal del 5 gennaio 2026, le lamentele sul fatto che Trump stia agendo senza l’approvazione del Congresso sono respinte con l’argomento che “la Costituzione concede ampio margine di manovra all’esecutivo in materia di sicurezza nazionale”. George H.W. Bush depose il dittatore Manuel Noriega a Panama nel 1989 senza un voto del Congresso.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha sottolineato sabato che si trattava essenzialmente di un’operazione di “applicazione della legge” per arrestare i Maduro, definizione che suona come un espediente per evitare di dire che si tratta di un cambio di regime o di un’occupazione statunitense.

L’editoriale del WSJ conclude provocatoriamente: “Non saremo gli unici a dire che il Presidente deve delle scuse a George W. Bush per le sue critiche a posteriori all’intervento degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. Trump sta perseguendo l’agenda di libertà di Bush, almeno nell’emisfero occidentale. Siamo tutti neoconservatori ora?”

 

I rischi della “transizione democratica”

Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “governeranno il Paese fino a quando non sarà possibile effettuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa”. Questa frase, insieme alla minaccia fatta alla vicepresidente Rodríguez, ora presidente ad interim, che se non si fosse comportata secondo i voleri di Trump avrebbe subito conseguenze ancora peggiori di quelle di Maduro, evidenzia chiaramente che il fine non è quello di togliere di mezzo un dittatore ma di avviare una transizione che non potrà essere che filoamericana, pena pesanti conseguenze.

Sabato Trump si è vantato dicendo che “ora saremo noi a governare il Paese”, ma non è chiaro come potrà farlo senza truppe sul terreno per far rispettare l’ordine.

Tutto questo solleva grossi rischi sul paese latinoamericano e sui pericoli di guerra civile, oltre che di un difficile governo dall’esterno di un paese grande quanto l’Ucraina e l’Italia messe insieme e con una popolazione di quasi 30 milioni di persone. Sono tutte condizioni che potrebbero aprire a scenari di fallimento della politica americana come dimostrato dai casi storici dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Il Wall Street Journal osserva che “prima piuttosto che poi, il Venezuela avrà bisogno di nuove elezioni. Il vantaggio più grande di un Venezuela democratico e filoamericano è ciò che significa per la libertà e la stabilità nella regione”. L’editoriale sottolinea che “la volontà di Trump di destituire Maduro è anche un altro passo verso il rilancio della deterrenza degli Stati Uniti dopo il suo crollo sotto Barack Obama e Joe Biden”.

 

La vera ragione del blitz: la dottrina “Donroe”

Il petrolio e i minerali strategici sono la vera causa dell’azione nei confronti di Maduro. Trump ha indicato che una logica economica simile determinerà il comportamento degli Stati Uniti in tutto l’emisfero occidentale, in base a quella che lui chiama il “corollario di Trump alla Dottrina Monroe” e che altri chiamano la “dottrina Donroe”.

La Dottrina Monroe originale prende il nome dalla dichiarazione del presidente James Monroe del 1823 secondo cui l’emisfero occidentale è la sfera di influenza degli Stati Uniti, anche se in quella circostanza Monroe si riferiva ai paesi europei che dovevano stare lontani dal continente americano.

Con la nuova dottrina Donroe si spiegano le minacce a Colombia, Cuba e Messico e la pretesa di annettersi la Groenlandia, territorio che appartiene alla Danimarca. “L’America non permetterà mai alle potenze straniere di derubare il nostro popolo o di cacciarci dal nostro emisfero”, ha affermato Trump. “Il futuro sarà determinato dalla capacità di proteggere il commercio, il territorio e le risorse che sono fondamentali per la sicurezza nazionale”.

Dalla seconda guerra mondiale, la strategia geopolitica degli Stati Uniti è stata improntata al “contenimento”, dando cioè priorità al contenimento dell’Unione Sovietica (poi Russia) e della Cina, alla neutralizzazione dei regimi canaglia e alla creazione di alleanze, in particolare con le democrazie.

Con la dottrina Donroe, dal carattere schiettamente imperialista, si rompe con questa tradizione, tornando all’era prebellica in cui i paesi più piccoli dovevano sottomettersi alle priorità economiche e di sicurezza delle grandi potenze. A questo proposito giova richiamare la citazione dello storico greco Tucidide (nelle Storie, Libro V), che nel contesto del dialogo Melio-Ateniese, recita: “I forti fanno ciò che possono e i deboli soffrono ciò che devono”. Questo significa che i forti possono impunemente violare le norme del diritto internazionale, come gli USA in questo caso, ed i deboli devono semplicemente subire. A questo proposito, Trump dice che è assolutamente necessario dal punto di vista strategico e di sicurezza nazionale che gli USA posseggano la Groelandia e fa capire che se la prenderà prestissimo come si compra un oggetto su Amazon con un semplice click. Eppure la Groelandia non è accusata di narcotraffico o di esportazione di immigrazione clandestine, anzi, è un territorio che appartiene ad un alleato della NATO. Cosa succederebbe se un giorno Trump si alzasse e ci dicesse che ha assoluta necessità strategica di possedere la Sicilia? Cosa faremmo? Ricordate la crisi di Sigonella tra Italia-USA? 

Questo apre a scenari inediti e potenzialmente molto pericolosi perché Trump sta implicitamente segnalando agli altri due attori importanti sullo scenario internazionale geostrategico di fare altrettanto: alla Russia di non fermarsi al Donbass ma di prendersi tutta l’Ucraina e alla Cina di prendersi Taiwan. Se queste due potenze agirannno di conseguenza è tutto da vedere, ma le basi le ha poste Trump.

Le imposizioni dei dazi a livello mondiale dei mesi scorsi si inseriscono esattamente in questo quadro di affermazione del dominio commerciale. L’economia e le Americhe sono al centro della strategia di sicurezza nazionale recentemente pubblicata: “Vogliamo un emisfero che rimanga libero da incursioni straniere ostili o dal possesso di beni chiave”. dichiarazione di Donald Trump inclusa nella sua nuova National Security Strategy (pubblicata a fine 2025/inizio 2026).

Trump è intervenuto anche politicamente su altri Stati, come l’Argentina, garantendo a Milei in un momento critico un aiuto finanziario che spiega l’esultanza del presidente argentino per l’azione in Venezuela. Ha fatto dichiarazioni politicamente importanti sulla annessione del Canale di Panama e ha parlato del Canada come 51° stato degli USA. Infine, pressanti stanno diventando le richieste di annessione della Groenlandia.

Il Venezuela e la Groenlandia contengono molti dei minerali fondamentali essenziali per l’intelligenza artificiale e la tecnologia della difesa e, di conseguenza, questi due territori diventano essenziali per gli Stati Uniti nella corsa per il futuro dominio globale.

Un mio amico giornalista su un quotidiano italiano ha parlato del blitz americano come del “piano di Trump per far rinascere l’Occidente”, richiamando addirittura Samuel P. Huntington con il suo “scontro di civiltà”, libro che ho letto a suo tempo. Vorrei dire al mio amico che non sono d’accordo con la sua analisi perché le ragioni della violenta incursione, come ho tentato spiegare, sono molto più prosaiche ed hanno a che fare con la riaffermazione dello status imperialistico degli USA nella sua zona di influenza, con l’accaparrarsi delle risorse energetiche petrolifere che sono ancora necessarie (con buona pace dei nostri leaders europei, persi nei sogni illusori green), con la recisione del legami economico-commerciali della Russia e della Cina che è diventata sempre più presente in America Latina. Nulla di più e nulla di meno. 

 

 

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