Ricevo e volentieri pubblico.

Pietà di Michelangelo

 

 

di Un sacerdote

 

La Madonna “non ha chiesto per lei di essere una quasi-redentrice o una corredentrice. No. Il Redentore è uno solo. Questo titolo non si raddoppia. Soltanto discepola e madre” (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 3 aprile 2020)

Caro Sabino, a prescindere da altre considerazioni di carattere sostanzialmente soggettivo (Bergoglio, per esempio, non è certo un papa mariano come san Giovanni Paolo II), credo che nell’affermazione del papa, che è l’eco di quanto già detto nell’omelia del 12 dicembre 2019, ci sia oggettivamente un grosso equivoco, come se i ritenuti iper devoti della Vergine Maria avessero mai pensato di mettere sullo stesso piano dell’opera redentiva Cristo e sua Madre, magari solo su un piano minore e subordinato, quantitativamente (magari in percentuale, eh!, tipo 90 % Gesù, 10 & Maria), o qualitativamente, come se Maria fosse una sorta di deità minore posta a costituire una sorta di Quaternità, una specie 3 + 1. L’abbondante e serissima bibliografia in merito sull’argomento, dice cose ben diverse! Certo, se qualcuno pensasse la corredenzione di Maria sul piano di quanto appena detto, sarei io, per primo, a rifiutarle il titolo di corredentrice. La questione però è ben altra, e mi permetto di inviarti solo qualche pensiero scritto ormai tanti anni fa. Non lo faccio per pura devozione, ma perché c’è in ballo una grande verità cristiana, sia o no dichiarata esplicitamente sul piano dogmatico; anche non fosse (sarebbe meglio lo fosse!) la verità rimane tale, come be sapeva per es. san Giovanni Paolo II quando disse: “Maria, pur concepita e nata senza macchia di peccato, ha partecipato in maniera mirabile alle sofferenze del suo divin Figlio, per essere Corredentrice dell’umanità” (Giovanni Paolo II, 8 settembre 1982).

Intanto, in due parole, in cosa consiste la Redenzione? Nel fatto che in Cristo, l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, gli uomini sono appunto liberati dal giogo del male che li schiaccia sin dalla caduta originaria e ciò mediante il sacrificio che Cristo Sommo Sacerdote ha celebrato con l’offerta di se stesso, in quel Tempio che è lui stesso, e su quell’Altare che è lui stesso. Per la grazia di questo sacrificio gli uomini possono allora conseguire il dono salvifico di una vita nuova che scaturisce già dal fianco squarciato di Cristo crocifisso, da cui uscirono sangue ed acqua. Dono evidenziato e confermato dalla Risurrezione di Cristo che diventa così speranza conseguibile per tutti, mediante la testimonianza sacramentale ed esistenziale insieme della Chiesa inviata nel mondo.

Ebbene, detto ancora più sinteticamente, con le parole della lettera agli Ebrei:

Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito … [egli] non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna” (Eb 8, 1-2. 9, 12).

Ora: se è Cristo, in quanto Sommo sacerdote misericordioso, ad averci ottenuto la Redenzione eterna e se accettiamo l’ipotesi che la Vergine Maria sia corredentrice, dobbiamo capire quale sia il tipo di “sacerdozio” con il quale essa avrebbe vissuto questa sua funzione. Se il suo fosse sul piano ministeriale allora sì che si potrebbe equivocare, in quanto il Sacerdozio di Cristo è unico ed esaustivo. Invece per Maria dobbiamo parlare di un “sacerdozio” esistenziale, conferitole per grazia nel suo essere stata pensata da Dio prima che il mondo fosse, come Nuova Eva per il Nuovo Adamo, come Madre di Cristo e insieme anche “figlia del suo figlio”, in quanto preredenta nel suo sangue e, dunque, Immacolata. Graziata, dunque, di una grazia per collaborare punto per punto all’opera del suo figlio, già a partire dall’annuncio dell’angelo nell’Incarnazione, che le confermò di essere “gratia plena” di ogni grazia, così che la sua opera di corredentrice non si concentra solo sotto la Croce, dove certo si evidenzia sommamente nel momento in cui Cristo espia il peccato del mondo, ma si estende in una sorta di “crescendo”, come detto, lungo tutta la missione di Cristo, e continua ancora in cielo in quanto mediazione, sempre per grazia, della grazia redentrice; mediazione già comunque iniziata lungo l’arco evangelico (si pensi al suo intervento alle nozze di Cana).

La sua qualità corredentiva è, dunque, lo ripeto, sul piano esistenziale, e si evidenzia come complementarità, donata per grazia, di quella ministeriale di Cristo: una complementarietà che il rapporto uomo donna, inteso sul piano metaforico e analogico, credo descriva alla perfezione

Tra l’altro, il sacerdozio di Maria si mostra, quindi, sia pure in modo del tutto particolare unico e singolare, come un’espressione del comune sacerdozio dei fedeli che – come Chiesa tutta (non solo intesa nel suo aspetto ministeriale) – partecipano al rinnovato sacrificio eucaristico nella S. Messa, in quanto memoria attuale e sacramentale del Sacrificio di Cristo Redentore. La Messa è infatti anche sacrificio della Chiesa, così come del resto la vita cristiana come tale è partecipazione all’unico eterno e definitivo sacrificio di Cristo: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa[1].

In che cosa consiste però il sacrificio della Chiesa, che trova la sua espressione perfetta e immacolata in quello corredentivo di Maria?[2]

Se, da una parte, il sacrificio di Cristo è il suo ringraziare il Padre, come Figlio incarnato nella storia, per la sua eterna generazione intratrinitaria[3], compiendo per amore, in quanto strada di ritorno nel seno del Padre[4], l’opera di dedizione sulla Croce, per la quale il Padre lo ha mandato, dall’altra, il sacrificio di Maria (icona e immagine perfetta della Chiesa) consiste nel lasciar andare sulla Croce per amore Cristo, il figlio, sullo sfondo del fatto che per chi ama la cosa più difficile e straziante da sopportare non è donarsi e soffrire, ma è che l’amato soffra per me, senza che io possa evitarlo, anzi nella richiesta di una accettazione assoluta e obbediente di ciò.

Il sacrificio sacerdotale di Maria è accettare, in un sì incondizionato, il sacrificio di Cristo suo figlio. Sta in questo la sua offerta (non solo di sé, dunque, ma di Cristo). È dunque un sacrificio di ordine passivo, “femminile”, non comparabile in nessun modo con il sacrificio “maschile” di Cristo, ma che però gli si dimostra, come atto sacerdotale mariano, intrinsecamente complementare ed essenziale[5], così come per l’Incarnazione è essenziale il grembo di carne di Maria, unitariamente a quello della sua fede, cioè il suo sì. Il tutto – come detto – nella forza di una grazia[6] preparata e donata dal disegno di Dio [7]. Un sacrificio necessario, non superfluo, perché preparato e voluto, certo liberamente, da Dio.

Così, alla Croce, il fiat di Maria “consegue la sua forza ultima: ella deve lasciarlo trarre non solo nella sua morte fisica, ma nella derelizione da parte di Dio, là dove ogni comunione … viene interrotta e resa impossibile. Ed ella deve lasciarvelo trarre non per risoluzione propria, in virtù di un proprio contributo al sacrificio, ma semplicemente perché Egli si sottrae, la abbandona … la colloca altrove[8]. In ciò la Vergine non è sola, ma si colloca al vertice di quella dimensione “femminile” della Chiesa, intesa come vergine e sposa di Cristo, di cui ella è “il centro più elevato”[9] e di cui le due Marie, quella di Betania prima della Croce, e la Maddalena dopo la Risurrezione, rappresentano una specifica espressione.

In definitiva il sacrificio di Maria madre di Cristo, e delle due Marie, e di chi come loro vive questa dimensione “sta nel fatto che esse lasciano andare il Figlio per la sua strada che riconduce al padre attraverso la tenebra degli inferi … Le Marie lo abbandonano entro questa fine infinita. Egli deve avere la sua volontà, che è però quella del Padre. Esse lo liberano nello slancio verso il Padre. Qui cogliamo il senso dell’ offerimus tibi, clementissime Pater, ostiam immaculatam, jube haec perferri … in sublime altare tuum; cogliamo però che cosa significa, per la Chiesa, Eucaristia: ringraziamento al Padre per il cammino verso Lui da parte del Figlio, e per il fatto che noi possiamo lasciarlo tornare a Lui. Il suo ritorno è Eucaristia, e noi benediciamo il Padre per questa Eucaristia. È chiaro che in questa Eucaristia della Chiesa si immette insieme, senza particolari accentuazioni, la dedizione d’essa medesima, giacché nel consenso eucaristico, nell’essere d’accordo con la morte dell’Amato, essa è senz’altro prodigata nella suprema dedizione di quel che le è proprio, cosicché tutto il resto, che sta al di qua di questo estremo, vi si accompagna senza rilievo particolare … [così che] La suprema dedizione della Chiesa non deve essere accentuata al di là del conveniente, né essere espunta dalla preghiera come un corpo estraneo; dev’essere soltanto trasparente in tal modo che, attraverso il gesto il quale lascia salire il dono a Dio … risulti sempre visibile il contributo vero e proprio della Chiesa: dell’ubbidienza consistente nell’essere d’accordo con l’unica realtà che conta di fronte a Dio: il sacrificio del Figlio[10].

Questo modo di considerare il sacerdozio di Maria (Chiesa) evita ogni unilateralità che svuoti il valore “corredentivo” di Maria, riducendolo a semplice valore aggiunto in modo estrinseco a quello di Cristo, ma evita anche ogni complementarietà paritaria e indebita dei due sacrifici, anche là dove quello di Maria fosse ovviamente inteso di grado minore[11].

Sul Calvario, quindi, dal comune sacrificio sacerdotale di Cristo e di Maria, vissuto in modo sponsale (analogico) come “consumazione” delle proprie “nozze”[12] nel reciproco sì che sale al Padre, e che il Padre raccoglie, suggella e conferma[13], nasce la Nuova Umanità redenta il cui segno nella storia è la Chiesa di cui Maria diventa per sempre la Madre e la perfetta memoria esistenziale, così come l’Eucarestia ne è la perfetta memoria sacramentale ministeriale.

Negare quindi il titolo di corredentrice alla Vergine Maria non è cosa da poco. Capirne il senso profondo, invece, porterebbe ad una ancora più profonda e vera valorizzazione del ruolo della donna, una valorizzazione tanto sbandierata da certo progressismo ecclesiale ma che, per come è avanzata, lascia sinceramente perplessi.

Ecco invece cosa diceva san Giovanni Paolo II in quel grande documento che fu la Mulieris Dignitate, alla nota 55, citando senza nominarlo, una espressione di H. U. von Baltasar: “«Questo profilo mariano è altrettanto – se non lo è di più – fondamentale e caratterizzante per la Chiesa quanto il profilo apostolico e petrino, al quale è profondamente unito (…) la dimensione mariana della Chiesa antecede quella petrina, pur essendole strettamente unita e complementare. Maria, l’Immacolata, precede ogni altro, e, ovviamente, lo stesso Pietro e gli apostoli, non solo perché provenendo dalla massa del genere umano che nasce sotto il peccato, fanno parte della Chiesa “sancta ex peccatoribus”, ma anche perché il loro triplice munus non mira ad altro che a formare la Chiesa in quell’ideale di santità che è già preformato e prefigurato in Maria. Come bene ha detto un teologo contemporaneo, “Maria è regina degli apostoli, senza pretendere per sé i poteri apostolici. Essa ha altro e di più» (H. U. von Balthasar, Neue Klarstellungen, trad. ital., Milano 1980, p. 181): Allocuzione ai Cardinali e ai Prelati della Curia Romana, 22 dicembre 1987: L’Osservatore Romano, 23 dicembre de 1987”.

Caro Sabino non posso che augurarti “santa Settimana Santa”, in Cristo ma non senza Maria.

 

 

[1] Col 1, 24. “Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. He 5,1-5), fece del nuovo popolo « un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo » (Ap 1,6 cfr. Ap 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici …) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo …  ; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia” (LG 10). “I fedeli … Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi [20] con essa” (LG 11).

[2] Le suggestioni seguenti le devo fondamentalmente al geniale pensiero di H. U. von Baltasar.

[3] La Croce / Eucaristia di Cristo è l’espressione economica del suo eterno ringraziamento al Padre che egli vive all’interno della Trinità immanente, riconoscendosi da Lui generato.

[4] “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre Gv 16, 28. Cfr. Gv, 1, 18.

[5] Tanto che il loro rapporto sacerdotale sacrificale li configura, nella maschilità / femminilità come mistici “sposi”.

[6] Il “gratia plena” di Lc 1, 28 dice ogni possibile dono predestinato di grazia, in forza del quale Maria compie istante per istante la sua missione, ed è dunque comprensivo anche della particolare grazia corredentiva.

[7] Solo in questo senso possiamo parlare di Maria come corredentrice di Cristo, in quanto ella lo è solo perché vi partecipa in Cristo, con tutta la pregnanza che ha teologicamente questo “in”, la cui natura più profonda di grazia si può cogliere là dove Cristo afferma, parlando dell’inesorabile ed inevitabile dover rimanere del tralcio nella vite, “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5).

[8] H. U. von Balthasar, La Messa è un sacrificio della Chiesa?, in Spiritus Creator, Morcelliana, 193 – 194.

[9] H. U. von Balthasar, o. c., 193.

[10] H. U. von Balthasar, o. c., 201 – 202.

[11] Vale qui il “quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado” (LG 10).

[12] Anticipate alle nozze di Cana dove i veri sposi sono Cristo e Maria.

[13] Senza dimenticare la particolare epiclesi dello Spirito che consuma / consacra il sacrificio e lo rende comunionalmente fecondo: “Gesù disse: ‘tutto è compiuto’. E chinato il capo, consegnò lo Spirito = Iêsous eipen, Tetelestai; kai klinas tên kefalên paredôken to pneuma” (Gv 19, 30).

 

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