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L’assenza di speranza, il mito tragico e la provocazione della nuova schiavitù iper-capitalistica

 

di Fabio Vessillifero

 

Nelle puntate precedenti (qui e qui) abbiamo visto come il capitalismo predatorio abbia eroso le radici cristiane e comunitarie della società per imporre una valutazione utilitaristica dell’essere umano. Dopo aver analizzato l’eugenetica della vita nascente, la mercificazione della salute, il funzionalismo giuridico e la divisione classista tra élite e massa, in quest’ultima parte affrontiamo la dimensione metafisica del declino umano e la paradossale condizione del lavoratore moderno rispetto allo schiavo dell’antichità.

La concezione ciclica del tempo e l’assenza di speranza per l’incurabile

Sullo sfondo vi è la concezione ciclica del tempo e l’assenza di speranza per l’incurabile. Nella visione pagana il tempo era dominato da una necessità cieca, la Moira o Ananke, e senza una prospettiva di redenzione o di significato trascendente della sofferenza, l’uomo di fronte al declino fisico non aveva altro orizzonte che la resa o la cancellazione. Privata di una dimensione metafisica o spirituale, la cultura contemporanea riduce la vita alla sola dimensione biologica ed emotiva presente. Quando la qualità del momento cade sotto certi parametri fisiologici, la vita perde ogni ragione di essere vissuta, giustificando la soppressione del corpo come atto d’uscita coerente con un’esistenza esclusivamente immanente.

La sacralizzazione della decisione individuale come mito tragico

Anche la sacralizzazione della decisione individuale ripropone un mito tragico d’origine pagana. Nella tragedia greca e nella visione stoica, il gesto estremo di togliersi la vita, come nei casi di Aiace o Lucrezia, rappresentava il modo per riaffermare il controllo su una sorte che altrimenti avrebbe sottratto l’onore. La moderna enfasi sull’autodeterminazione assoluta, sintetizzata nel motto secondo cui la vita appartiene unicamente all’individuo, rispolvera questa narrazione in cui la morte controllata si configura come l’unica risposta al declino del corpo o della fortuna personale.

Il paradosso neopagano e il confronto con la schiavitù moderna

Un’analisi particolarmente illuminante della convergenza tra il mondo pagano antico e quello neopagano contemporaneo si ricava dalla provocazione contenuta nel video e nell’articolo del giornalista Enrico Verga, pubblicati sulla piattaforma Econopoly de Il Sole 24 Ore (qui). Nel suo intervento, Verga lancia una tesi volutamente paradossale e amara: valutare i “vantaggi” economici di un ipotetico ripristino formale dell’istituto della schiavitù per sollevare il lavoratore moderno dalla sua attuale condizione. Il ragionamento neppure tanto provocatorio mostra come il lavoratore iper-precario d’oggi — schiacciato dai costi di sussistenza, privo di garanzie e continuamente de-tutelato — si trovi in una situazione materiale persino peggiore rispetto a quella dello schiavo dell’antichità, giungendo a ipotizzare che l’affidamento della persona alla cura patrimoniale diretta di un “padrone” o di un’azienda-corporation gli garantirebbe almeno vitto, alloggio e assistenza sanitaria. Questa parodia sociale mette magistralmente a nudo come la logica di fondo del capitalismo iper-flessibile tenda a convergere con quella pagana sulla svalutazione della persona a puro capitale, risorsa da spremere o strumento produttivo.

Entrando nel merito del fondamento economico del rapporto, nel mondo pagano antico lo schiavo era una proprietà formale integrata nella domus, ma proprio in quanto capitale appartenente al patrimonio del paterfamilias, possedeva un valore economico che il padrone aveva l’interesse diretto di tutelare: se lo schiavo moriva o si ammalava per trascuratezza, il padrone subiva un danno patrimoniale immediato. Nel mondo neopagano contemporaneo, invece, il capitalismo iper-flessibile esige le medesime prestazioni assolute e la disponibilità costante garantita dalle “catene digitali” (lo smartphone, la reperibilità totale, l’annullamento del confine tra tempo di vita e tempo di lavoro), ma ha scaltramente esternalizzato tutti i costi di sussistenza. Attraverso contratti precari, finte partite IVA e la frammentazione del lavoro, il sistema economico utilizza la forza-lavoro senza assumersi alcuna responsabilità sulla salute, sul futuro o sulla sopravvivenza dell’individuo, scaricando interamente questi costi sulla persona stessa, sulle famiglie o sul welfare pubblico.

Riguardo alla natura della libertà, nel mondo antico la distinzione tra libero e schiavo era palese e istituzionalizzata, e lo schiavo non coltivava l’illusione della libertà all’interno di una società che non mascherava il rapporto di dominio. Nel mondo neopagano contemporaneo, il sistema opera invece attraverso una mistificazione ideologica fondata sulla retorica dell’imprenditorialità di se stessi e dell’autonomia, portando l’individuo a percepire la libertà mentre interiorizza l’autosfruttamento all’interno di catene digitali e psicologiche legate al debito e all’ansia da prestazione.

Rifunzionalizzazione dell’umano e disuguaglianza utilitaristica

Infine, sul piano dell’antropologia sottostante, mentre il mondo pagano antico dichiarava e accettava la disuguaglianza naturale come ordine esplicito del mondo, la mentalità neopagana contemporanea, essendosi formata dopo l’erosione della visione cristiana dell’Imago Dei, propone un’uguaglianza formale che maschera una profonda disuguaglianza funzionale e utilitaristica. La persona torna a valere unicamente per ciò che produce o consuma, cosicché quando smette di essere funzionale a causa della malattia, della vecchiaia o della povertà, il sistema tende a ri-funzionalizzarla come scarto o come peso per la collettività. L’apparente modernità delle pratiche eugenetiche e utilitaristiche contemporanee non rappresenta dunque un progresso emancipativo, ma un regresso verso categorie antropologiche pre-cristiane in cui la vita spogliata della sua sacralità torna a essere misurata e scartata in base al suo valore d’uso.

La democrazia? Un’illusione… 

In questo scenario di progressivo deperimento antropologico e sociale, è evidente la democrazia stessa cessa di essere un modello reale per trasformarsi in una mera illusione. Nessuno dei grandi pilastri su cui è stata edificata la Costituzione Italiana appare oggi realmente salvaguardato. Risulta calpestato in primo luogo il principio della dignità della persona umana (Art. 3), ridotta da fine in sé a semplice strumento economico o risorsa da scartare quando non più produttiva. Viene tradito il principio di uguaglianza sostanziale (Art. 3, comma 2), poiché lo Stato ha abdicato al compito di rimuovere gli ostacoli sociali, abbandonando l’individuo alle leggi del mercato. Sono ugualmente disattesi il principio di solidarietà (Art. 2) e quello di sussidiarietà (Art. 118), soppiantati da un individualismo atomizzato in cui la comunità non offre più alcuna rete di protezione. Viene infine profanato il diritto alla tutela della salute e della vita (Art. 32), la cui sacralità viene sottomessa a logiche di costo e di utilità funzionale. Svuotata della sua anima personalista, la Carta Costituzionale è ridotta ormai ad un involucro formale. (Fine)

 


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