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Feto e gravidaza

 

Il rifiuto della dipendenza, il funzionalismo giuridico e le nuove classi sociali.

 

di Fabio Vessillifero

 

Nel primo articolo abbiamo esaminato come l’azione predatoria del capitalismo iper-flessibile — di cui la secolarizzazione del territorio veneto costituisce un esempio paradigmatico — stia ripristinando un’etica d’impronta pre-cristiana. Abbandonando la visione della dignità intrinseca della persona (Imago Dei), la società contemporanea eugenetica misura la vita umana unicamente in base all’utilità, alla prestazione e al valore di mercato, riproponendo le medesime logiche di selezione dei deboli e controllo della prole che caratterizzavano il mondo antico.

Il mito dell’autosufficienza e l’orrore per la dipendenza

A ciò si affianca il mito dell’autosufficienza e l’orrore per la dipendenza. L’ideale filosofico classico dell’autarkeia vedeva nella dipendenza dagli altri una condizione servile o degradante: il saggio o il cittadino libero doveva bastare a se stesso, cosicché la condizione di invalido o malato cronico, costretto a dipendere dalle cure altrui, era considerata una perdita della stessa qualità umana. Nelle civiltà guerriere la cura del malato o del vecchio non costituiva un dovere civico, ma un peso che sottraeva risorse alla comunità. L’idea che la società debba farsi carico della vulnerabilità senza attendersi un ritorno economico rappresenta una conquista del tutto estranea sia al pragmatismo romano che alla biologia tribale germanica.

Nell’attualità iper-capitalistica e prestazionale, questo antico rifiuto della vulnerabilità riemerge con forza immutata sotto la maschera dell’autonomia individuale e dell’efficienza economica. La società contemporanea mitizza l’individuo “performante”, indipendente e produttivo, coltivando al contempo un vero e proprio orrore per la fragilità e per il bisogno di cura. La dipendenza fisica o cognitiva — tipica dell’anziano non autosufficiente, del malato oncologico o neurodegenerativo e del disabile grave — viene vissuta dal sistema come un intralcio e un fallimento, mentre per l’individuo stesso si trasforma nel senso di essere diventato un “peso” insopportabile per i propri cari e per le casse dello Stato. Questo rifiuto sociale della dipendenza si traduce concretamente nell’abbandono delle famiglie che si fanno carico dell’assistenza ai propri cari, nel definanziamento della cura a lungo termine e nella progressiva spinta culturale e legislativa verso la soppressione assistita della vita. Invece di garantire l’assistenza e la presenza umana attraverso adeguate cure palliative e reti di solidarietà, la logica tecnocratica odierna offre come soluzione l’eliminazione del dipendente stesso, riproponendo la medesima spietatezza del mondo antico che vedeva nel malato da accudire solo un costo improduttivo da tagliare.

La riduzione dell’uomo a risorsa e il funzionalismo giuridico

La riduzione dell’uomo a risorsa e il funzionalismo giuridico si manifestavano chiaramente nella figura dell’Homo Sacer del diritto romano arcaico. L’uomo colpevole di certi reati veniva dichiarato sacer, ossia un individuo che poteva essere ucciso da chiunque senza che ciò costituisse omicidio, in quanto la sua vita aveva perso ogni protezione giuridica e religiosa. Parallelamente, nelle leggi barbariche quali il diritto longobardo o franco, il valore di una persona era quantificato nel guidrigildo (Wergeld), cioè il prezzo del risarcimento finanziario dovuto per la sua uccisione: un guerriero sano in età produttiva valeva la cifra massima, mentre donne, anziani e disabili avevano un prezzo nettamente inferiore.

Il raffronto con l’attualità rivela come l’ordinamento giuridico ed economico contemporaneo abbia reintrodotto, in forma sofisticata e burocratica, queste medesime categorie. Da un lato, la figura dell’Homo Sacer si ripresenta ogni volta che le legislazioni statali definiscono per norma soglie cliniche o biologiche di “qualità della vita” al di sotto delle quali la tutela del diritto alla vita viene sospesa o affievolita: l’embrione prima di un certo numero di giorni, il feto affetto da malformazioni o il paziente in stato di minima coscienza vengono spogliati della copertura giuridica primaria e resi sopprimibili senza che ciò configuri reato, configurando vere e proprie categorie di “vite che non meritano protezione”. Dall’altro lato, la logica barbarica del guidrigildo riaffiora in modo stringente nell’ingegneria finanziaria e sanitaria del capitalismo globale. Attraverso le tabelle attuariali delle compagnie assicurative, gli indici di misurazione della salute aziendale (come i QALY, ovvero gli anni di vita aggiustati per la qualità usati in farmacoeconomia) e l’analisi costi-benefici applicata alle terapie salvavita, il sistema economico calcola esattamente quanto “costa” mantenere in vita un individuo e quanta produttività residua egli sia in grado di restituire. Se il costo dell’assistenza supera il valore economico dell’individuo o la sua capacità di consumo, la logica della sostenibilità finanziaria decreta il taglio delle risorse e l’abbandono terapeutico, quantificando monetariamente la dignità umana proprio come facevano i codici barbarici con il prezzo del risarcimento.

La spaccatura tra élite autonoma e massa funzionale

Questa struttura alimenta una profonda spaccatura tra un’élite autonoma e una massa funzionale. Il mondo antico era rigidamente configurato in modo binario: da una parte un’élite ristretta di cittadini liberi e autosufficienti che detenevano il potere e il monopolio del pensiero; dall’altra una stragrande maggioranza di schiavi, iloti o plebei, il cui unico scopo esistenziale era produrre ricchezza e garantire il sostentamento materiale delle classi dominanti.

Oggi assistiamo alla reintroduzione di questa medesima separazione di tipo neo-feudale, esasperata dall’unione tra il capitalismo finanziario, l’idea che il successo individuale giustifichi le disuguaglianze sociali e l’uso di strumenti tecnologici volti a superare i limiti biologici dell’uomo. Da un lato vi è una ristretta oligarchia globale — tecnocrati, fondi d’investimento e alti dirigenti — che non solo concentra la ricchezza, ma ha l’accesso esclusivo all’ottimizzazione biologica, cognitiva e genetica, ponendosi letteralmente al di sopra del resto della popolazione come una nuova casta di “super-uomini” autosufficienti. Dall’altro lato viene collocata una massa sterminata di lavoratori esecutori, precari e consumatori omologati. In questa visione, la massa non possiede più un valore umano inalienabile: la sua esistenza è tollerata e giustificata unicamente finché risulta utile alla produzione di profitto, al funzionamento della macchina aziendale o all’alimentazione dei consumi. Quando l’automazione, l’intelligenza artificiale o il declino fisico rendono questi individui superflui per il sistema economico, la massa perde persino la sua funzione esecutiva, venendo rubricata a massa di “scarti” improduttivi, privi di reale potere decisionale e destinati alla marginalità.

Il rifiuto della pietà universale e la sacralizzazione della forza

Tale assetto comporta il rifiuto della pietà universale. Nella Roma antica, la misericordia verso i deboli non era considerata una virtù, ma una debolezza dell’animo, definita vitium animi da stoici come Seneca, poiché alterava l’ordine razionale o la giustizia del più forte. Ciò che contava era la pietas verso gli dèi, la patria e la famiglia, non la compassione universale. L’attuale sanitarizzazione e burocratizzazione del morire, in cui i protocolli tecnici e le prestazioni burocratiche sostituiscono la vicinanza umana, riflette lo stesso imbarazzo e rifiuto nei confronti della sofferenza altrui, percepita come un inconveniente da eliminare piuttosto che come una condizione da condividere.

(Fine della seconda parte — continua)

 


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