Come la secolarizzazione imposta alle masse sia funzionale al sistema del capitalismo predatorio – Il caso Veneto
di Fabio Vessillifero
Esiste una convergenza profonda e inquietante tra la cultura contemporanea — iper-tecnologica, prestazionale, finanziarizzata e pagana — e le civiltà dell’antichità pre-cristiana. L’idea fondamentale attorno a cui ruota questa continuità è la svalutazione della dignità intrinseca della persona, per cui la vita umana torna a valere esclusivamente in misura proporzionale alla sua forza, alla sua utilità, alla sua bellezza e alla sua capacità di produrre o consumare.
Questa trasformazione non è il frutto di un’evoluzione casuale o neutra della società, ma costituisce il risultato deliberato dell’azione della società di mercato. Per affermare il proprio dominio e mercificare ogni ambito dell’esistenza, il capitale necessita di abbattere quelle strutture etiche, comunitarie e spirituali che pongono un limite all’utilitarismo e alla misurazione monetaria dell’uomo. L’esempio plastico e paradigmatico di questa colonizzazione è rappresentato dalla storia recente del Veneto. Storicamente tra le regioni più industrializzate e produttive del pianeta, il Veneto deve la sua straordinaria capacità d’impresa proprio alla matrice cattolica della sua cultura, ovvero una civiltà fondata sull’etica del lavoro, sul senso della famiglia, sulla solidarietà comunitaria e sul valore della persona. Si tratta di un popolo la cui operosità non nasceva dall’avidità individuale, ma dalla coesione sociale e dalla vocazione alla costruzione del bene comune. La narrazione di una regione Veneto che passa dall’essere una civiltà d’impresa a matrice cattolica e comunitaria a una periferia produttiva ormai controllata da capitale e fondi stranieri (multinazionali industriali, colossi d’oltreoceano e fondi di private equity internazionali), non è una suggestione, ma la fotografia d’insieme di una mutazione economica, sociale e antropologica realmente avvenuta negli ultimi decenni. Possiamo dire quindi che l’attuale Veneto di Zaia (il “mitico” governatore fautore della recente legge sul fine vita) non appartiene più ai veneti.
Il processo che ha trasformato tale Regione da modello di sviluppo comunitario a terra di conquista del capitale globale rivela un preciso meccanismo economico e culturale. Per occupare questo ricco tessuto produttivo e drenarne le ricchezze verso centri finanziari esteri, il capitalismo predatorio ha dovuto anzitutto abbatterne le difese culturali e spirituali. Attraverso una penetrazione sistematica, ha eroso l’identità cattolica e il senso del limite, sostituendo l’antica etica della solidarietà con il culto del profitto individuale, del consumo e dell’efficienza esasperata. Nei fatti l’economia ripiomba così nella logica pre-cristiana e barbarica, dove la vita umana torna a essere misurata, valutata e scartata unicamente in base alla sua utilità, alle sue prestazioni e alla sua funzionalità alle metriche della finanza globale come tutti possiamo già vedere.
La logica dell’utilità e la selezione dei deboli
Tanto nel mondo antico quanto nella visione funzionalista contemporanea, la fragilità non viene considerata una dimensione costitutiva dell’essere umano da accogliere, ma un peso privo di valore intrinseco. Questa logica dell’utilità e della selezione dei deboli trova riscontri storici precisi in diverse civiltà dell’antichità. A Sparta, i neonati ritenuti deboli o deformi venivano condotti al monte Taigeto, presso le Apothetae, dopo il giudizio esplicito degli anziani; la vita del singolo apparteneva interamente alla polis ed era giustificata solo dalla capacità futura di diventare un soldato efficiente. Nella Roma antica, il diritto arcaico espresso fin dalle Leggi delle XII Tavole riconosceva al pater familias lo ius vitae necisque, ossia il diritto di vita e di morte sui figli, inclusa la facoltà di abbandonare o uccidere i neonati deformi o indesiderati per preservare l’integrità patrimoniale e biologica della famiglia. Analogamente, nelle società tribali nordiche e germaniche, prive di strutture assistenziali, l’individuo valeva in stretta relazione al suo contributo alla tribù tramite la caccia o la difesa, cosicché l’abbandono o l’eliminazione degli anziani attraverso il senicidio e la soppressione dei malati gravi costituivano pratiche documentate di fronte alla scarsità di risorse o alla perdita della funzionalità guerriera.
Oggi questa medesima eugenetica arcaica e discriminatoria si ripresenta sotto veste tecnologica, clinica e procedurale. Nel mondo contemporaneo, la selezione e lo scarto dei fragili non avvengono più sul monte Taigeto o per decisione diretta del paterfamilias, ma attraverso la diagnosi prenatale ad assetto selettivo, l’aborto eugenetico sistematico di fronte a patologie come la sindrome di Down o le malformazioni fetali, e l’introduzione dell’eutanasia e del suicidio assistito per anziani, malati cronici e disabili. Quando la società considera la vita del fragile non più come un bene intangibile da custodire, ma come un “costo sociale”, un carico assistenziale insostenibile o una condizione priva della necessaria “qualità”, la logica economica e tecnocratica contemporanea compie esattamente la medesima operazione della mentalità barbarica e pagana: stabilisce quali esistenze siano degne di essere vissute e quali debbano essere soppresse o lasciate cadere in nome dell’efficienza e della sostenibilità del sistema.
La dignità come “qualità” e non come valore intrinseco
Nel mondo greco-romano non esisteva il concetto di una dignità inalienabile appartenente a ogni uomo in quanto tale, poiché la dignitas romana o l’aretê greca erano qualità strettamente legate allo status sociale, alla forza fisica, all’onore e all’autonomia. Questa concezione dell’autonomia giustificava ampiamente il suicidio cosiddetto razionale. Per la filosofia stoica ed epicurea, la vita non costituiva un bene sacro incondizionato: se la malattia, la vecchiaia o la disonestà compromettevano l’autostima, il controllo di sé o la capacità di vivere secondo ragione, il suicidio, definito eulogos exagogê o ragionevole uscita, era considerato un atto di nobiltà e di supremo controllo sulla propria sorte. Da questo quadro concettuale derivava la parallela svalutazione del disabile e dello schiavo: Aristotele definiva lo schiavo come un organon empsychon, ovvero uno strumento animato, e nella Politica sosteneva esplicitamente che nessuna creatura deforme dovesse essere allevata, poiché la persona malata o incapace non possedeva la pienezza dell’umanità, riservata esclusivamente al cittadino libero, sano e razionale.
Oggi assistiamo a una precisa e drammatica riproposizione di questo schema concettuale, laddove la cultura contemporanea ha progressivamente eroso la nozione di dignità intrinseca per sostituirla con quella di “qualità della vita” condizionata e prestazionale. Come nell’antichità pagana, la dignità non è più considerata uno statuto ontologico inalienabile di ogni essere umano, ma un attributo variabile legato al livello di autosufficienza, alla capacità cognitiva, al benessere economico o all’efficienza fisica. La narrativa moderna dell’autodeterminazione assoluta rispolvera esattamente il mito stoico della eulogos exagogê: l’atto di porre fine alla propria esistenza quando viene meno la salute o l’autonomia viene celebrato come un gesto di suprema dignità e controllo sul proprio destino. Allo stesso modo, la riduzione dell’uomo a risorsa o “capitale umano” nel mercato del lavoro contemporaneo riattualizza la visione aristotelica dello strumento animato: chi non produce, chi cade nella disabilità cronica o chi richiede un’assistenza costante cessa di essere percepito nella sua pienezza umana, venendo rubricato a peso sociale e spinto, in modo sottile ma pervasivo, a considerare la propria stessa vita come priva di valore.
La cultura della prestazione e il culto della bellezza fisica
Questa cornice culturale alimentava una vera e propria cultura della prestazione e del culto della bellezza fisica, in cui l’ideale antico della kalokagathia, inteso come l’unione indisgiungibile di bello e buono, produceva il rigetto sistematico di ciò che appariva esteticamente degradato o fisicamente menomato. La disabilità o la malattia visibile venivano lette nell’antichità come una colpa, una maledizione divina o un fallimento biologico. In netto parallelismo con quel passato, oggi il culto dell’efficienza fisica, del giovanilismo aziendale e del perfezionamento estetico e genetico ripropone, sotto veste tecnologica, lo stesso rifiuto della vulnerabilità corporea che caratterizzava la cultura pagana.
La mercificazione della generazione
Un ulteriore parallelismo riguarda la mercificazione della generazione e il controllo della discendenza, dove la vita viene ricondotta a parametri di controllo e valore patrimoniale. Nel mondo greco-romano e in molte società patriarcali antiche, il corpo della donna e la capacità riproduttiva erano subordinati alla continuità del casato o della gens. L’acquisto di schiave come fattrici o l’uso di terze persone per garantire un erede, come nel caso del prestito della moglie nel diritto spartano o romano, rispondevano a una rigida logica di pianificazione familiare e patrimoniale. Allo stesso modo, l’abitudine antica di consultare oracoli, indovini o medici per assicurarsi una prole forte e sana trovava la sua giustificazione nella necessità di evitare la nascita di soggetti percepiti come imperfetti o improduttivi per il corpo sociale.
Questa medesima logica di dominio sulla vita nascente si manifesta oggi, in chiave industriale e biotecnologica, attraverso la pratica dell’utero in affitto (maternità surrogata), la fecondazione in vitro con produzione seriale di embrioni in provetta, la selezione embrionale e l’aborto selettivo. Come nelle antiche prassi patriarcali e schiavistiche, il corpo femminile viene nuovamente reificato e ridotto a mero supporto gestazionale mercificabile, sottoposto a contratti di fornitura e alla compravendita della capacità riproduttiva. La produzione in provetta e il congelamento di embrioni sovrannumerari trasformano l’inizio della vita in un processo di fabbricazione industriale, in cui il nascituro cessa di essere un dono incondizionato per diventare un prodotto su misura, soggetto a controlli di qualità genetici. Attraverso la diagnosi pre-impianto e l’interruzione selettiva della gravidanza in presenza di anomalie, la società contemporanea applica una vera e propria eugenetica preventiva: gli embrioni difettosi o non rispondenti ai desiderata dei committenti vengono scartati o distrutti, esattamente come nell’antichità si eliminava la prole ritenuta idonea a compromettere l’integrità o l’efficienza del casato e della comunità. Inoltre, le politiche neo-malthusiane contemporanee e l’idea che la procreazione debba essere subordinata alla sostenibilità economica o all’impronta ecologica riprendono esattamente questa visione, trattando la generazione non come dono ma come variabile contabile.
(Fine della prima parte — Continua)
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