Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto dal vescovo Robert Mutsaerts, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di 's-Hertogenbosch nei Paesi Bassi
Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di ‘s-Hertogenbosch nei Paesi Bassi

 

Il Sinodo dei Vescovi ha istituito dieci gruppi di studio per il Sinodo sulla sinodalità. Il «Gruppo di studio 9» si occupa principalmente della questione di come la Chiesa possa affrontare collettivamente questioni dotariali, pastorali ed etiche controverse. Il Gruppo di studio 9 ha pubblicato il suo rapporto finale lo scorso 5 maggio. In un comunicato stampa dello stesso giorno, il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, ha descritto il rapporto del Gruppo di studio n. 9 come qualcosa che tocca «il cuore della vita ecclesiale». Nel frattempo, però, la Segreteria Generale del Sinodo prende le distanze da quello stesso rapporto. Un portavoce della segreteria ha sottolineato che «i gruppi di lavoro hanno operato in modo autonomo» e che quindi «questi rapporti non possono essere attribuiti alla Segreteria del Sinodo».

Nelle discussioni, molti cattolici leggono in questi rapporti non solo uno spostamento di accento, ma il suggerimento di una modifica della dottrina stessa, in particolare quando si parla di un “cambiamento di paradigma”. La politica identitaria, la rivoluzione sessuale dopo gli anni Sessanta e il vocabolario dell’“esperienza vissuta” dominano oggi persino le discussioni ecclesiali.

La Chiesa non è contraria al cambiamento. Ciò a cui si è sempre opposta è stata la venerazione delle novità solo perché nuove. Oggi c’è la tendenza a identificare la verità con il movimento storico. La modernità ha inconsciamente accettato il presupposto che ciò che viene dopo debba necessariamente essere migliore. Ma miglioramento in quale direzione? Chesterton osservò che, prima di poter parlare di progresso, bisogna prima sapere dove si vuole andare. Un uomo che cammina nella direzione sbagliata non fa progressi camminando più velocemente.

Per questo dobbiamo guardare con profonda diffidenza all’espressione “cambiamento di paradigma” quando essa implica che la morale cristiana debba evolversi solo perché la società contemporanea è cambiata. Ciò significherebbe infatti una rinuncia alla pretesa centrale del cristianesimo: cioè che la verità giudica la storia, e non è giudicata dalla storia. Eppure, questo è ciò che suggerisce il rapporto del Gruppo di studio 9.

La Chiesa è sopravvissuta a imperi, filosofie e mode perché era radicata in qualcosa che sta al di fuori della storia. Ogni epoca si considerava illuminata. Ogni epoca alla fine è apparsa folle agli occhi di quella successiva. Il ruolo della Chiesa non è quello di rispecchiare la civiltà, ma di sfidarla. Se non c’è continuità nella dottrina, si parla di una rottura. Perché una piccola élite di intellettuali contemporanei dovrebbe poter prevalere su duemila anni di riflessione cristiana?

Nei dibattiti ecclesiastici moderni, la pressione deriva spesso da quadri di pensiero psicologici contemporanei, tendenze sociologiche o aspettative culturali relative all’autonomia e all’identità. Questi contengono certamente delle intuizioni, ma non sono neutri. La dottrina cattolica sulla sessualità non si è mai basata esclusivamente su convenzioni sociali. Essa è scaturita da una visione integrata della creazione, del sacramento, della corporeità, del sacrificio e della teleologia.

Il matrimonio non è solo un accordo giuridico; è un simbolo cosmico. L’etica sessuale non consiste in regole arbitrarie imposte dal clero, ma in conseguenze che derivano da una visione di ciò che è la persona umana. Quando si separa l’etica sessuale da quella visione metafisica più ampia, alla fine si dissolve la coerenza del cristianesimo stesso. I dogmi sono collegati come le arcate di una cattedrale. Rimuovete una pietra portante, e l’edificio non crolla immediatamente, ma ovunque cominciano a manifestarsi delle tensioni.

Uno dei grandi malintesi sull’ortodossia è l’assunto che la fermezza dottrinale escluda la comprensione della debolezza umana. Ma proprio perché la Chiesa possiede una dottrina forte sul peccato, essa nutre un’immensa simpatia per la debolezza umana. L’ideologia moderna divide spesso l’umanità in oppressori e vittime. Il cristianesimo divide l’umanità in peccatori amati da Dio. L’amore richiede la verità proprio perché gli uomini hanno una destinazione eterna. La Chiesa non può guarire le anime dicendo loro che la realtà morale cambia sotto la pressione delle emozioni o delle correnti culturali. Un medico che modifica le diagnosi solo per rassicurare i pazienti smette di curare.

Ogni cultura tende a perdere l’equilibrio. In tempi pagani, il cristianesimo difendeva la castità. In tempi puritani, il cristianesimo difendeva la festività. In tempi materialistici, il cristianesimo difendeva il misticismo. In tempi caotici, il cristianesimo difendeva l’ordine. Chesterton probabilmente rifiuterebbe l’idea che la Chiesa debba diventare culturalmente “credibile” adattandosi alle concezioni contemporanee sulla sessualità. La Chiesa è sempre apparsa strana al mondo. Quella stranezza non è un caso, ma è essenziale.

I primi cristiani erano considerati assurdi perché rifiutavano il divorzio, l’infanticidio, la dissolutezza sessuale e la mercificazione del corpo. La loro etica non era in linea con le norme romane. Il cristianesimo non ha trionfato adattandosi, ma presentando una visione radicalmente diversa della dignità umana.

Oggi il cristianesimo rischia di ripetere lo stesso errore del protestantesimo liberale del XIX e XX secolo. Molte comunità protestanti hanno cercato di adeguarsi alla sfida intellettuale della modernità. Ma non appena il cristianesimo diventa solo l’eco religioso dell’opinione dominante, perde la sua identità. Le persone lo percepiscono e se ne allontanano in massa. Una Chiesa che si limita a ripetere il consenso culturale finisce per diventare superflua.

Esaminiamo quindi con diffidenza l’espressione “cambiamento di paradigma”, così come utilizzata dal Gruppo di studio 9. Significa forse: un cambiamento nel tono pastorale? Un’evoluzione nell’applicazione pratica? Una formulazione più profonda di una verità permanente? O una revisione sostanziale della dottrina morale? La vita intellettuale moderna nasconde spesso le rivoluzioni dietro eufemismi.

Se un insegnamento deve essere modificato, allora bisogna dire onestamente che viene modificato. Se non viene modificato, allora bisogna spiegare chiaramente come viene mantenuta la continuità. Ne va della credibilità della Chiesa.

Di fronte a un rapporto sinodale che propone un “cambiamento di paradigma” nell’approccio della Chiesa alla sessualità, la diffidenza è giustificata. Se tale cambiamento significa: maggiore pazienza pastorale, accompagnamento più umano, maggiore umiltà, ascolto più attento e maggiore riconoscimento della sofferenza e della complessità delle vite moderne, allora lo accoglierei con favore. Il cristianesimo senza carità diventa crudeltà. Ma se tale cambiamento significa che la verità rivelata viene subordinata alle ipotesi culturali contemporanee, allora lo respingo con forza. Non sarebbe un rinnovamento, ma una resa. La Chiesa non sopravvive perché segue ogni spirito del tempo, ma perché porta una verità che trascende tutti i tempi. Come disse Chesterton: la cosa più radicale che la Chiesa possa fare in qualsiasi secolo non è cambiare con il mondo, ma rimanere fedele mentre il mondo intorno a lei cambia.

+Robert Mutsaerts

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