Viste le polemiche che si sono scatenate con la lettera di Viganò sulla interpretazione del Concilio Vaticano II (ad esempio, vedi qui , qui, qui e qui) vi proponiamo un articolo scritto da George Weigel, scrittore, biografo e amico di San Giovanni Paolo II. L’articolo è stato pubblicato nella rubrica settimanale di George Weigel, The Catholic Difference. Ve lo proponiamo tradotto e commentato da Stefania Marasco.

 

Lo scrittore George Weigel

Lo scrittore George Weigel

 

Le polemiche sul Concilio Vaticano II continuano a tormentare la conversazione cattolica globale.

Alcuni cattolici, spesso trovati nelle moribonde chiese locali dell’Europa occidentale, affermano che lo “spirito” del Concilio non è mai stato attuato (anche se l’implementazione di un Cattolicesimo leggero – Catholic Lite, lo definisce Weigel, ndr – che propongono sembra più simile al Protestantesimo liberale che al Cattolicesimo). Altre voci sostengono che il Concilio sia stato un terribile errore e che il suo insegnamento dovrebbe essere quietamente dimenticato, consegnato alla pattumiera della storia. In The Next Pope: The Office of Peter and a Church in Mission (Il prossimo Papa: L’Ufficio di Pietro e una Chiesa in Missione – appena pubblicato da Ignatius Press), suggerisco che sono necessari alcuni interventi papali chiarificatori per affrontare questa confusione.

Per iniziare: il prossimo papa dovrebbe ricordare ai Cattolici cosa intendeva Papa Giovanni XXIII per il Concilio, sfidando così sia la “Brigata del Cattolicesimo Leggero” che il “Plotone Dimentichiamo il Vaticano II”.

Il discorso di apertura del papa al Vaticano II dell’11 ottobre 1962, rese chiara la sua intenzione: la Chiesa, disse, doveva concentrarsi su Gesù Cristo, dal quale “prende il suo nome, la sua grazia e il suo significato totale”. La Chiesa deve porre l’annuncio evangelico di Gesù Cristo, la risposta alla domanda che è ogni vita umana, al centro della sua comprensione di sé. La Chiesa deve fare questo annuncio proponendo, “complete e intere e senza distorsioni”, le verità che Cristo ha dato alla Chiesa. E la Chiesa deve trasmettere quelle verità in modi che invitino uomini e donne contemporanei scettici all’amicizia con il Signore Gesù.

Giovanni XXIII non immaginava il Vaticano II come Concilio di decostruzione. Né immaginava che fosse un Concilio che fossilizzasse la Chiesa nell’ambra. Piuttosto, il discorso di apertura di Papa Giovanni al Vaticano II chiamò l’intera Chiesa ad assumere il compito della missione cristiana: la missione di offrire all’umanità la verità su Dio e su di noi, entrambe rivelate in Gesù Cristo. Il prossimo papa dovrebbe ricordarlo con forza alla Chiesa.

Il prossimo papa potrebbe anche avviare – e risolvere – un dibattito parallelo che ebbe inizio durante il Vaticano II e continua ancora oggi: la Chiesa cattolica si è reinventata tra l’11 ottobre 1962 e l’8 dicembre 1965, giorno in cui il Concilio chiuse solennemente? O i documenti del Vaticano II devono essere letti in continuità con rivelazione e tradizione? Curiosamente, la “progressiva” “Brigata del Cattolicesimo Leggero” e l’ultra tradizionalista “Plotone Dimentichiamo il Vaticano II” promuovono la stessa risposta: il Vaticano II era davvero un Concilio di discontinuità. Ma questa è la risposta sbagliata. È una lettura errata dell’intenzione di Giovanni XXIII per il Vaticano II. È una lettura errata della guida del Concilio da parte di Paolo VI. Ed è una lettura errata dei testi del Concilio.

Tre papi canonizzati – Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II – oltre al grande papa-teologo Benedetto XVI hanno insistito sul fatto che il Vaticano II può e deve essere letto in continuità con la dottrina Cattolica consolidata. Affermare che il Vaticano II sia stato un Concilio di rottura e reinvenzione significa, in effetti, che questi grandi uomini erano o reazionari ingannatori, anticonciliari (l’accusa tacita dei progressisti) o eretici materialisti (l’accusa tacita baluardo di estrema destra). Nessuna accusa ha alcun merito, sebbene quest’ultima abbia recentemente ricevuto un’attenzione immeritata, grazie a commenti sconsiderati che si riverberano attraverso le camere di eco dei social media e la blogosfera ultra tradizionalista.

Quindi il prossimo papa dovrebbe insistere sul fatto che la Chiesa cattolica non ha fatto una rottura, una reinvenzione o “cambiamenti di paradigma”. Perché? Perché Gesù Cristo – “lo stesso ieri, oggi e sempre” (Ebrei 13: 8) – è sempre il centro della Chiesa. Questa convinzione è l’inizio di ogni evangelizzazione autentica, qualsiasi sviluppo della dottrina autenticamente cattolica e qualsiasi corretta attuazione del Vaticano II.

Il prossimo papa dovrebbe anche sollevare i risultati autentici del Concilio: la sua affermazione vigorosa della realtà e l’autorità vincolante della rivelazione divina; il suo arricchimento biblico dell’autocomprensione della Chiesa come comunione di discepoli in missione; la sua insistenza sul fatto che tutti nella Chiesa siano chiamati alla santità, specialmente attraverso la liturgia; la sua difesa dei diritti umani fondamentali, incluso il primo dei diritti civili, la libertà religiosa; il suo impegno per dialoghi ecumenici e interreligiosi centrati sulla verità. Sì, ci sono state distorsioni di questi insegnamenti; ma incolpare le distorsioni a scapito degli insegnamenti stessi è un grave errore analitico.

Un cattolicesimo indistinguibile dal Protestantesimo liberale non ha futuro. Né un Cattolicesimo che tenta di ricreare un passato in gran parte immaginario. Il Cattolicesimo con un futuro è il Cattolicesimo del Concilio Vaticano II, giustamente compreso e correttamente attuato. Questo sembra essere il Cattolicesimo vivente di oggi, e anche il prossimo papa dovrebbe riconoscerlo.

 

George Weigel è illustre membro senior del “Washington, DC. Ethics and Public Policy Center”, dove detiene la cattedra William E. Simon in Studi Cattolici.”

 

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Alcune considerazioni a margine dell’articolo proposto.

Ho letto con estremo interesse questo articolo del professor Weigel, alla luce delle non poche polemiche esplose ultimamente a causa delle parole dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, di cui il nostro blog ha parlato ad esempio,qui , qui, qui e qui, e sulle quali fiumi di inchiostro sono stati versati materialmente e virtualmente in Italia ed oltreoceano.

Che dire al riguardo? Che in linea di massima sono d’accordo con il professore.

Trovandomi io stessa a studiare i documenti Conciliari per i miei esami universitari ho scoperto un rigore nei testi che certa propaganda mediatica mi avrebbe più facilmente fatto attribuire al “rigorismo” del mastino della fede, il quasi leggendario Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Card. Joseph Aloisius Ratzinger, che non ai padri del Concilio Vaticano II.

Se c’è qualcosa che ho imparato in tre anni di studio della teologia è che la corretta ricezione del Concilio ha avuto un grande nemico: la comunicazione. I mass media, incredibili protagonisti del Concilio Vaticano II, sono stati il mezzo usato dalle parti in causa per manipolare la percezione che la gente doveva avere delle scelte conciliari.

In buona fede o meno, si è fornita un’ermeneutica sicuramente distorta, che ha permesso manipolazioni di un messaggio ben più profondo di quanto non si sia voluto far credere, con la conseguente distorsione dell’immagine che abbiamo avuto dei pontefici da Giovanni XXIII a Benedetto XVI. Il Concilio non era stato concepito per diventare un evento pop, di massa, ma lo è diventato suo malgrado, e non sono bastati cinque papi per farlo capire, non è stata sufficiente l’opera pluridecennale del Prefetto Ratzinger per squarciare la nebbia.

L’attuale pontefice, uomo più attento alla prassi che alla dottrina, appare preoccuparsi molto poco della corretta ricezione del Concilio, più interessato alla sua applicazione pratica che non alla solidità del contenuto teologico, probabilmente dandolo per recepito, quasi scontato, quando è ben lungi dall’esserlo, a mio modesto parere.

Di cosa dovrebbe preoccuparsi il prossimo papa?

Di quanto sapientemente esposto dal professor Weigel, certamente, ma non solo.
In questo mondo sempre più dominato dai mass media, da storiografie varie ed eventuali, da “Too much informations”,  il prossimo pontefice dovrebbe rivoluzionare la comunicazione vaticana, trovare un modo per trasmettere ciò che non potrà mai cambiare – la Rivelazione di Gesù Cristo – in modi comprensibili ma senza semplificazioni, edulcorazioni, equivoci, fraintendimenti.
E, soprattutto, senza paura di dire la verità, costi quello che costi.

Senza diventare prepotenti, violenti, poco caritatevoli, dovremmo tornare a dare maggiore importanza al rigore nella trasmissione della fede, ai pilastri della Una, Santa, Cattolica e Apostolica, se non vogliamo finire fagocitati da un sincretismo religioso sempre più incalzante.
Alla fine è tutta questione di fede. Resterà in piedi solo chi, evangelicamente, avrà perseverato fino alla fine.

 

        Stefania Marasco

 

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