Gilbert Keith Chesterton (immagine generata con IA di ChatGPT)
Gilbert Keith Chesterton (immagine generata con IA di ChatGPT)

 

Ritratto semiserio del conservatore cattolico



di Andrea Mondinelli

 

C’è un tipo umano che conosco bene, perché lo incontro in ogni convegno, in ogni rivista e, quel che è peggio, ogni tanto anche nello specchio. È il conservatore cattolico. Uomo di ottime letture e di ottime intenzioni, condanna il divorzio, deplora l’aborto, si indigna per le piazze in fiamme e per i seminari vuoti. Ha una sola debolezza, ma grande come una cattedrale: vuole conservare tutto, compresa la rivoluzione. Non quella di oggi, s’intende, che lo spaventa a morte. Quella di ieri.

Chesterton ne conobbe parecchi, di conservatori: inglesi, per lo più anglicani, ma con lo stesso identico carattere. Li ritrasse in una riga che al nostro calza come un guanto: il compito dei progressisti è commettere errori, quello dei conservatori è impedire che vengano corretti (1). Il progressista abbatte un muro; il conservatore arriva trent’anni dopo e lo difende come un rudere venerabile. Così il nostro amico custodisce con devozione le macerie altrui: la libertà religiosa, la laicità «sana», i diritti dell’uomo, perfino il motto del 1789. La Marsigliese, notava Chesterton, un tempo suonava come la voce di un vulcano; oggi accompagna i pranzi diplomatici (2). Il conservatore è l’uomo che si alza in piedi quando la suonano.

Ama citare anche la frase più celebre del suo autore: il mondo moderno è pieno di vecchie virtù cristiane impazzite (3). La cita con il sorriso di chi ha trovato un alleato. Ma salta le righe accanto, dove si legge che quelle virtù si sono scatenate quando il cristianesimo andò in frantumi con la Riforma, e che, vagando da sole, fanno più danni dei vizi. Ora, un uomo uscito di senno non lo si invita a cena per la sua parentela illustre: lo si riporta a casa. Il conservatore, invece, lo presenta agli ospiti come un nipote un po’ vivace, e poi si stupisce quando gli rompe i piatti. Lodare la fraternità dimenticando il Padre è come scrivere, diceva Chesterton, la vita di un esploratore artico senza nominare il Polo Nord (4).

Va fiero, poi, di una distinzione molto raffinata: altro l’origine evangelica dei valori moderni, altro il loro esito degenerato. È l’uomo che ammira un tralcio appena reciso perché ha ancora le foglie verdi. Ha ragione: sono verdi. Lo saranno per qualche giorno. Ma il verde di un ramo tagliato non è una promessa, è un ricordo (5).

C’è anche la questione del palo. Ogni conservatorismo, osservava Chesterton, si fonda sull’idea che le cose lasciate stare restino come sono. Non è così: lasciate stare un palo bianco e presto avrete un palo nero; se lo volete bianco, dovete ridipingerlo di continuo (6). La libertà moderna è un palo che si è deciso di non ridipingere più. Libertà di coscienza, poi di culto, poi dal culto, poi di sopprimere chi deve nascere, poi di scegliersi il sesso: non è un incidente, è il tempo che lavora.

Per questo il conservatore è sempre in ritardo di una stazione. Vuole fermare la rivoluzione a metà, dove gli sembrava ancora rispettabile, come chi, caduto da un tetto, decidesse per prudenza di fermarsi al secondo piano. Ma le cadute non conoscono pianerottoli: ci sono infiniti modi di cadere, ricordava Chesterton, e uno solo di stare in piedi (7). E chi crede di cavalcare la rivoluzione scopre presto di esserne cavalcato: cavalcare una tigre significa farsi portare da lei, finché non decide di sbranare chi la monta.

Quando incontra chi non vuole fermarsi a metà, lo accusa di nostalgia: purista, sognatore, perfino gnostico, uno che crede in un passato perfetto. Accusa curiosa, visto che il catechismo comincia dal peccato originale. Il cattolico non crede alla perfezione dei nonni; crede soltanto che i nonni abbiano diritto di voto. È la democrazia dei morti di cui parlava Chesterton (8). E al conservatore, che si vanta della sua mente aperta, lo stesso autore ricorderebbe che la mente, come la bocca, si apre per richiudersi su qualcosa di solido (9).

Messo alle strette, cerca un colpevole in casa: se i rivoluzionari uscirono dai collegi cattolici, la colpa sarà del rigore di quei collegi. Con lo stesso ragionamento si dovrebbe chiudere il Cenacolo, perché anche Giuda vi aveva cenato. Senza contare che Robespierre entrò nel suo collegio quando i gesuiti ne erano usciti da sette anni (10), e che il loro allievo più illustre, Voltaire, la libertà andò a impararla in Inghilterra (11).

Ha pure una teologia della storia, ottimista e consolante: Dio trae il bene dal male, dunque il male era, in fondo, una specie di bene. È il ragionamento di chi, sentita cantare a Pasqua la felix culpa, concludesse che occorre mangiare più mele. La Chiesa canta la colpa felice, ma non ha mai istituito la festa del peccato originale. Dio il male lo permette, non lo vuole (12). Dal Calvario è nata la Chiesa; nessuno però ne ha dedotto che i crocifissori fossero dei pionieri della pastorale.

Bossuet, si racconta, diceva che Dio ride di chi deplora gli effetti di cui ama le cause. Il conservatore lo fa ridere spesso. Si lamenta del capitalismo che riduce l’uomo a consumatore, e intanto loda la liberté che nel 1791 abolì le corporazioni e lasciò l’operaio solo davanti al padrone. È come imprecare contro l’acqua in cantina elogiando il buco nel tetto.

Eppure i convertiti lo smentiscono. Gente cresciuta a pane e diritti dell’uomo, che un giorno bussa alla porta della Chiesa. Nessuno si converte alla Dichiarazione del 1789: ci si converte a una Messa, a un canto gregoriano, a una Madonna. Chesterton entrò nella Chiesa perché essa salva l’uomo dalla schiavitù di essere figlio del proprio tempo (13). Il conservatore è figlio del proprio tempo con due secoli di ritardo, e lo chiama tradizione.

Che fare, allora? Quel che Chesterton suggeriva per il palo: ridipingerlo ogni giorno. Non conservare, ma restaurare. Il conservatore guarda indietro di qualche decennio, quanto basta per non spaventarsi. Ma gli uomini, avvertiva Chesterton, soffrono quasi sempre sotto tirannie nuove, «sotto tirannie che appena vent’anni prima erano libertà pubbliche» (14): guardare indietro di vent’anni significa ammirare la tirannia di oggi quando ancora si chiamava libertà. Il cattolico guarda in alto, l’unica direzione in cui si risale. E se lo accusano di voler tornare indietro, può rispondere con C. S. Lewis che, sulla strada sbagliata, il più progressista è chi torna indietro per primo (15).

La Chiesa, diceva Chesterton, non guidava un gregge di pecore, ma una mandria di tori e di tigri, di ideali terribili e di dottrine divoratrici: era una domatrice di belve (16). Durante il Concilio, qualcuno ha pensato che fosse più pastorale aprire il recinto e salire in groppa. Il conservatore è quello che, già in sella, vorrebbe fermare la tigre a metà della corsa. Il cattolico sa che dalla tigre bisogna scendere, e che per scendere da una tigre occorre un miracolo. Ma i miracoli, per fortuna, sono il mestiere di Dio.

 

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Note

(1) G. K. Chesterton, in «The Illustrated London News», 19 aprile 1924.

(2) G. K. Chesterton, San Tommaso d’Aquino (1933), cap. I.

(3) G. K. Chesterton, Ortodossia, cap. III, «Il suicidio del pensiero».

(4) G. K. Chesterton, San Francesco d’Assisi (1923), cap. I.

(5) Cfr. Gv 15,6.

(6) G. K. Chesterton, Ortodossia, cap. VII, «La rivoluzione eterna».

(7) G. K. Chesterton, Ortodossia, cap. VI, «I paradossi del cristianesimo».

(8) Ivi, cap. IV, «L’etica degli elfi».

(9) G. K. Chesterton, Autobiografia (1936).

(10) Maximilien de Robespierre entrò come borsista nel collegio Louis-le-Grand nell’ottobre 1769; i gesuiti ne erano stati allontanati nel 1762.

(11) Voltaire studiò a Louis-le-Grand, allora retto dai gesuiti, dal 1704 al 1711; visse in Inghilterra dal 1726 al 1728 e ne trasse le Lettere filosofiche, dette anche Lettere inglesi (1734).

(12) Cfr. R.-Th. Calmel O.P., Teologia della storia, cap. I: i successi apparenti della città del demonio sono «permessi», non «voluti».

(13) G. K. Chesterton, Perché sono cattolico (1926).

(14) G. K. Chesterton, Ortodossia, cap. VII, «La rivoluzione eterna».

(15) C. S. Lewis, Il cristianesimo così com’è, libro I, cap. 5.

(16) G. K. Chesterton, Ortodossia, cap. VI, «I paradossi del cristianesimo».

 


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