Rilancio un articolo del sociologo Luca Ricolfi, ripreso dal sito Fondazione David Hume.

"Lia" Thomas (a sinistra), maschio biologico che si sente donna, vince la finale dell’American University League, nel nuoto femminile
“Lia” Thomas (a sinistra), maschio biologico che si sente donna, vince la finale dell’American University League, nel nuoto femminile. A destra le ragazze vincitrici del 2°, 3° e 4° posto.

 

Forse ricorderete che, ai tempi della discussione sul Ddl Zan, a prendere nettamente posizione contro di esso furono non solo un manipolo di studiosi di sinistra e molte associazioni cattoliche, ma anche una parte non trascurabile del mondo femminile e di quello LGBT, a partire da Arcilesbica. Tra le ragioni dell’opposizione, in quest’ultimo caso, vi era l’art. 1, che pareva aprire la strada alla cosiddetta autodeterminazione del genere (self-id), ossia al diritto di definirsi maschio o femmina indipendentemente dal genere biologico e da qualsiasi percorso di transizione (cambio di sesso).

Fu la scrittrice e giornalista Marina Terragni, in particolare, a segnalare la pericolosità e la follia di questa specie particolare di politicamente corretto: se può decidere arbitrariamente il proprio genere, il maschio che ama percepirsi come femmina (ma che conserva un corpo maschile), potrà accedere agli spazi riservati alle donne, ad esempio nei reparti femminili delle carceri, o nelle competizioni sportive.

Inutile dire quanto temibile sia la prima possibilità (carceri) e quanto iniqua sia la seconda (gare sportive). Quel che non tutti sanno, però, è che entrambe queste possibilità non sono teoriche, ma si sono già realizzate. In Canada, in California, nello Stato di Washington, da qualche tempo esistono leggi che, di fatto, consentono a carcerati maschi autoidentificati come femmine di accedere ai reparti femminili.

Ma il caso forse più interessante è quello delle competizioni sportive. Nel nuoto, ad esempio, a Lia Thomas, nata maschio ma in transizione a femmina, è stato concesso di gareggiare con le nuotatrici anziché con i nuotatori, così sbaragliando le povere atlete donna.

Pochi giorni fa la Fina (Féderation Internationale de Natation) ha finalmente fatto retromarcia, e pare avviata a non consentire più – in futuro – lo svolgersi di gare così inique. La vera domanda, però, non è perché abbia cambiato posizione. La vera domanda è come abbia potuto, in passato, assumerne una posizione così folle.

Non mi porrei questa domanda se, nei medesimi giorni in cui la Federazione Internazionale Nuoto faceva marcia indietro, non fosse giunta la notizia che, invece, la Federcalcio tedesca faceva marcia avanti: dalla prossima stagione, nel calcio giovanile, le “persone transgender, intersessuali e non binarie” potranno decidere se giocare nei tornei delle donne o in quelli degli uomini (indovinate che cosa sceglieranno…).

E allora proviamo a rispondere, a quella domanda. Come mai, prima del nuoto internazionale, poi nel calcio germanico, le atlete donna non hanno alcuna tutela dall’intrusione di maschi più o meno trasformati? Come mai le federazioni sportive violano con tanta leggerezza un principio cardine dell’etica dello sport, e cioè che le competizioni devono essere eque? Come mai continua ad apparire ovvio – anche in questi tempi di follemente corretto – che non si può far combattere un peso massimo con un peso piuma, ma del medesimo principio improvvisamente ci si scorda quando si tratta di garantire alle donne l’equità delle competizioni in cui sono impegnate?

L’unica riposta che vedo è la seguente: il potere intimidatorio della lobby Trans è molto superiore al potere di pressione delle lobby femminili. Sul perché le cose stiano così, avrei pure qualche idea, ma ne parleremo in un’altra puntata.

Luca Ricolfi

 


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email