Un lettore di questo blog, che si firma con lo pseudonimo “Occhi aperti!”, mi ha inviato la traduzione dell’articolo che segue, scritto da mons. Charles J. Chaput, O.F.M. e pubblicato su What we need to know

 

Cupola della Basilica si San Pietro a Roma
Cupola della Basilica si San Pietro a Roma

 

Per Niccolò Macchiavelli, Papa Giulio II fu il principe del Rinascimento. Era di rara intelligenza, abile nella diplomazia, nella politica e nella guerra. Ed era un lungimirante patrocinatore di opere d’arte. Giulio II era anche, a detta di quelli che lo servivano, fortemente vendicativo. Era lunatico, privo di umorismo e rozzo, con un carattere violento. Aveva il dono di sapersi fare dei nemici e, al contempo, alienare quei fedeli cristiani più impegnati e meno mondani. I risultati non si fecero attendere.

Un anno dopo la sua morte nel 1513, il trattato Julius Exclusus (“Giulio escluso dal cielo”) fece il suo debutto in Europa. Fu un immediato successo, pesantemente satirico e incredibilmente popolare. In esso, il defunto Giulio II si presenta alle porte del cielo e cerca di fare bella mostra di sé, elencando tutte le sue conquiste, rimarcando la sua autorità papale e sottolineando i suoi riconoscimenti terreni. – San Pietro, per nulla impressionato, lo allontana. Giulio II se ne va, imprecando.

Julius Exclusus è stato scritto in forma anonima, e per una buona ragione. L’autore era molto probabilmente Erasmo da Rotterdam, ed Erasmo visse in un’epoca in cui papi e re, affilati come lame, potevano far capitare qualche spiacevole incidente. Ora viviamo in tempi diversi. E diversi sono i problemi. Almeno nell’Occidente democratico, i critici dell’autorità di oggi – ecclesiale o di altro genere – di solito non vengono gettati dalle finestre dei grattacieli nè finiscono misteriosamente annegati in qualche pozza d’acqua. Almeno, non ancora. Il che è una buona notizia per John Rist e il suo nuovo libro, “Infallibilità, Integrità e Obbedienza: Il Papato e la Chiesa Cattolica Romana, 1848-2023”. 

Rist si è convertito al Cattolicesimo e, come Erasmo, è uno studioso diligente e serio. La sua carriera comprende un ampio e ammirevole corpus di lavoro che si estende ai classici, alla filosofia antica, alla teologia fino alla filosofia cristiana. A differenza di Erasmo, ahimè, Rist non brilla in quanto a prudenza. Nell’aprile 2019, il nome di Rist figurava tra quei diciannove in calce a una lettera di dominio pubblico indirizzata a tutti i vescovi del mondo, in cui si accusava Papa Francesco di eresia. La lettera era eccessiva nei toni e debole nella sostanza, cosa che si ritorse contro la reputazione dei firmatari, gettando un’ombra sull’ultimo libro dell’autore che, in effetti, ha deplorevoli pecche.

L’obiettivo del testo di Rist è la disamina di quei “problemi seri, irrisolti, alla base della comprensione e del governo della Chiesa stessa”. Questi sono all’origine della crescita di un “eccessivo potere papale” che, alla fine, non genera che servilismo tra gli stessi battezzati. Il risultato, nella Cristianità Occidentale, è l’aver ridotto la moralità a mera sottomissione. E nel tempo, sostiene Rist, questo ha danneggiato la mentalità e l’integrità del clero cattolico e dei fedeli. Il significato di infallibilità papale, gonfiato a dismisura e sedimentatosi nella vita ecclesiale dal Vaticano I, “non poteva che produrre (ed era destinato a produrre) un rapporto tra Papa e Chiesa. . . molto diverso da quello che fino ad allora era stato”.

In parole povere, Rist afferma che:

Sì. . . soprattutto a partire dal Concilio Vaticano I, l’insegnamento cattolico… ha finito coll’essere percepito come troppo dipendente dalla volontà e dall’autorità del Vescovo di Roma. . . che si traduce in un rispetto ingiustificato nei riguardi di tutte quelle esternazioni a braccio del Sommo Pontefice, anche se queste potessero apparire contrarie sia alla Scrittura che alla Tradizione, sapientemente intese. Il che ha incoraggiato un atteggiamento eccessivamente autocratico – talvolta financo tirannico – al vertice, e un servilismo autoillusorio, facilmente riscontrabile in una evidente malafede tra i “ranghi più bassi”.

La storia che Rist racconta ha un merito. La prospettiva generale che ci offre sul Vaticano I e l’aver scelto il tema della dottrina dell’infallibilità papale, è cosa assai preziosa e coinvolgente. Il diciannovesimo secolo fu un periodo di rivoluzione e di forte spirito antiecclesiale. Pio IX convocò il Vaticano I nel 1868 non appena l’ostile Regno d’Italia invase lo Stato Pontificio. Il Concilio si sciolse nel 1870 con la caduta di Roma e il crollo del potere temporale del papato. Molti dei vescovi conciliari che sostenevano una qualche forma di infallibilità papale lo fecero per convinzione dottrinale. Molti altri lo fecero per “un forte senso di compassione dovuto alla situazione difficile in cui Pio IX si era trovato”. Altri sostenitori, qualunque fossero le loro riserve, agirono più in generale nell’interesse della Chiesa, sostenendo “in particolare, la sua opposizione al mondo moderno”. Il risultato, non intenzionale, fu proprio quello di “un servilismo episcopale che sarebbe divenuto uno standard”.

Per Rist, i problemi inerenti all’infallibilità papale, come definita dal Vaticano I, hanno perseguito ogni papato, da Pio IX. Ad esempio, il suo capitolo su Giovanni Paolo II – che l’autore, senza alcun dubbio, rispetta – in modo eloquente si intitola “Autocrazia della celebrità”. Fino ad ora, il danno apportato da un senso distorto dell’infallibilità papale è passato in sordina grazie a una successione di papi che vanno dal decoroso all’eccezionale, tutti impegnati in quella che Benedetto XVI ha definito una “ermeneutica della continuità”. Il problema emerge quando un papa ha idee molto diverse e fornisce direttive completamente differenti dai suoi predecessori. Così, sfidare la discontinuità che ne risulta, non può che apparire “sleale”. Il giudizio di Rist sul pontificato di Francesco, quindi, non può sorprendere nessuno. Il suo capitolo sul pontificato di Bergoglio si intitola “Peròn incontra Ignatius: La liberalità contro la tradizione”.

Una delle maggiori pecche nel testo di Rist è il suo spirito polemico. C’è un sottofondo caustico che pervade tutto il libro e che ne indebolisce la narrazione. Sovente il suo argomentare appare troppo negativo, troppo tranciante o addirittura poco chiaro. Mentre il suo atteggiamento nei confronti del Vaticano II si direbbe ambiguo. Cade anche in errori imbarazzanti e facilmente evitabili.

Detto quanto sopra, la preoccupazione di Rist riguardo a una “infallibilità strisciante” in grado di generare un papato dispotico, non può essere liquidata con facilità. Qualunque fossero le loro pecche, Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno usato la loro autorità in modo centripeto. Ognuno di loro ha cercato di riunire una Chiesa in modalità centrifuga dopo il Vaticano II. Il pontificato di Francesco ha tutt’altro spirito. C’è una sola grande ironia in una nozione come “sinodalità”, e cioè che essa rischia di frammentare ulteriormente una Chiesa che è già sotto grandi pressioni esterne, al contempo sorretta dal papa più autoritario degli ultimi decenni. Quindi, Rist ha probabilmente ragione nel dire che:

Deve essere adottato un modello in base al quale il Papa possa essere chiaramente riconoscibile come il centro dell’unità dottrinale, ma che contemporaneamente fornisca una struttura per le sue attività in grado di stroncare quel tipo di abuso d’ufficio che – favorendo e combinandosi alla passività di troppi cattolici – ha minacciato la Chiesa sin da quando l’infallibilità papale è stata definita in Vaticano I ed ora che l’ha infettata gravemente.

Se questo suonasse come una malcelata forma di conciliarismo, così non è. Il primato e l’autorità dell’ufficio petrino sono vitali per la Chiesa – fintanto che Pietro rimane fedele alla Parola di Dio e alla dottrina cattolica di sempre. Nel garantire la fedeltà di Pietro, i vescovi diocesani sono ben più che semplici gestori del franchising “Cattolicesimo & Co.”. Essi hanno un dovere di obbedienza alla Santa Sede in tutte le cose in materia di fede, questo sì. Ma non hanno alcun obbligo di ossequio sconsiderato. L’obbedienza dei vescovi si deve formare da quella franchezza tipica di chi è saggio e maturo.

Conosco per esperienza la tentazione che spinge a soffocare tale trasparenza. Rist la descriverebbe come sudditanza episcopale o codardia. Più spesso di quanto non si creda, è una prudenziale paura di scandalizzare i fedeli e causare divisione. Ma direi che, a questo punto, siam già ben oltre per preoccuparci di queste cose. Il Papato e il Vaticano appariranno molto diversi nei decenni a venire, se non altro a causa delle finanze. La Santa Sede nella sua forma attuale è insostenibile, e la nostra più grande sfida non è certo dedicarci alle strutture. Il problema più impellente che il mondo cristiano deve affrontare oggi non è questione di denaro o di edifici. La crisi è antropologica, non strutturale, ed è riassunta nel Salmo 8, 4 (“che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?”): Chi e cosa è un essere umano? Che cosa costituisce la nostra natura e dignità umana? Siamo creati o ci creiamo? Che cosa, semmai, significano i nostri corpi? Siamo spiriti incarnati ed entità organiche o volontà autonome avvolte in argilla usa e getta e rimodellabile? Un “sinodo sulla sinodalità” non può iniziare a discutere di tutto questo.

Dobbiamo riconoscere che troppi critici di Francesco parlano con una rabbia destinata a fallire, finendo coll’essere ingiusta. Il suo impegno verso i poveri, la sua enfasi sulla misericordia, la sua attenzione ai perduti e agli emarginati e la sua volontà di raggiungere le periferie – tutto ciò è dono per tutta la Chiesa. Questo merita la nostra gratitudine e lode. E lo stesso dicasi del suo insegnamento su temi come il gender, la santità della vita e la bioetica. . . gran parte ignorato dai media mainstream.

È anche un fatto che la sua eccessiva fiducia nella Compagnia di Gesù risulti malsana, visto e considerato che la Compagnia sembra essersi arresa allo spirito del tempo in più di una occasione. Francesco è intollerante nei confronti di chi mostra in modo anche rispettoso di essere in disaccordo. Il suo comportamento può spesso sembrare meschino. Le sue rimostranze riguardo alla Chiesa negli Stati Uniti sono offensive e disinformate, e adombrano la dignità del suo ufficio. Scoraggiano anche molti vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici che eroicamente vivono il Vangelo in un’epoca di secolarismo aggressivo e di ostilità verso la Chiesa. E – cosa ancor più spiacevole – la sua ambiguità su questioni di dottrina crea confusione e alimenta la divisione nella Chiesa quando ne abbiamo già abbastanza di entrambe. Se dire queste cose è “sleale”, allora lo è anche la verità.

Ciò di cui abbiamo bisogno ora è che il papato ritorni al suo compito primario di rafforzare e unire i fedeli. Ciò richiede stabilità, trasparenza e accoglienza della paternità spirituale. Grazie alle personalità straordinarie che hanno occupato la Cattedra di San Pietro nel secolo scorso, il papato tendeva ad alimentare il culto della personalità. Il ministero petrino è un ufficio diverso da qualsiasi altro perché è la “roccia”. Dovrebbe proteggere Scrittura e Tradizione e respingere i “cambi di paradigma” che sottilmente ma in modo significativo snaturano la teologia. Ovviamente, anche il papato dovrebbe promuovere la santità. Il Papa, come i suoi più stretti collaboratori, dovrebbe riflettere virtù eroiche e santità, e la storia racconta il danno subito dalla Chiesa quando ciò non avviene.

Ho abbastanza anni per ricordare, piuttosto vividamente benchè fossi solo un bambino, Papa Pio XII. Prego per lui, insieme ad ogni papa della mia vita, ogni giorno. Questo include Papa Francesco, con tutto il cuore. Eppure, nonostante il libro di John Rist paghi dazio per qualche pecca di troppo, bisogna ammettere che non è del tutto fuori strada, dato l’attuale momento che viviamo.

Non si può fare a meno di chiedersi se da qualche parte un novello Erasmo non abbia già la bozza di un nuovo Exclusus nel suo cassetto. L’originale era in declino. Dovremmo poter sperare, ai nostri giorni, in un lascito culturale decisamente migliore per la Chiesa.

+ Charles J. Chaput

 

+ Charles J. Chaput è l’arcivescovo emerito di Philadelphia. Questo saggio è rivisto e adattato dall’autore da pensieri originariamente pubblicati in Public Discourse.

 

Facebook Comments