Ursula Gertrud Albrecht in von der Leyen
Ursula Gertrud Albrecht in von der Leyen

 

di Sabino Paciolla



L’Unione Europea si trova intrappolata in quello che l’ex ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis ha definito un “perpetuo Groundhog Day geopolitico”, ovvero una situazione che si ripete identica, giorno dopo giorno, in modo monotono, frustrante. Il problema non è la sua esitazione nel confrontarsi con la Russia, ma l’insistenza nel dare priorità a misure a breve termine piuttosto che a una strategia realistica per porre fine alla guerra in Ucraina. Questa mancanza di visione ha portato a una mentalità del tipo “prima agisci, poi pensa”, che si manifesta in modo particolarmente evidente nella questione dei beni russi congelati del valore di circa 300 miliardi di dollari.

 

L’urgenza finanziaria dell’Ucraina e il ritiro degli Stati Uniti

La crisi finanziaria dell’Ucraina è arrivata a un punto critico. Il bilancio della difesa per il 2025 è previsto tra i 50 e i 60 miliardi di dollari, con ampi deficit annuali fino al 2027. La ricostruzione del paese supera i 500 miliardi di dollari, mentre i costi annuali della guerra aggiungono altre decine di miliardi. Kiev ha bisogno di circa 100 miliardi di dollari all’anno solo per sostenere lo sforzo bellico.

Per dare una dimensione delle stratosferiche cifre in gioco, si tenga presente che i fondi stanziati dall’Europa dal gennaio 2022 al giugno 2025, intesi come armi, finanziari e umanitari, ammontano ad un totale di circa 103 miliardi di euro. Di cui la gran parte stanziata nel 2024. I maggiori contributori sono stati la Germania con 21 mld di euro e il Regno Unito con quasi 19 mld di euro. L’Italia ha stanziato nei tre anni solo 2.6 mld di euro. 

Il vero catalizzatore della crisi è stato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e la sua decisione di ridurre drasticamente il sostegno americano all’Ucraina. Trump ha chiuso il “libretto degli assegni” degli Stati Uniti, dichiarando che fornirà armi solo se gli europei, già a corto di liquidità a causa dei loro bilanci pubblici, pagheranno per esse. Come attestano le statistiche dell’Ukraine Support Tracker dell’Istituto di Kiel, c’è stato un forte calo del sostegno militare occidentale: la spesa media mensile è scesa da poco meno di 4 miliardi di euro nella prima metà del 2025 a poco più di 2 miliardi in luglio e agosto, interamente a causa della riduzione della spesa europea.

L’ex cancelliere tedesco Olaf Scholz ha ammesso candidamente che gli elettori tedeschi non finanzierebbero mai l’Ucraina se ciò significasse sacrificare la spesa interna. Questo vale probabilmente anche per Francia e Regno Unito. La Francia, che oltre ad essere costantemente sull’orlo di una crisi politica senza fine, lo è anche sul fronte del debito, non spende quasi nulla per l’Ucraina. Con Trump che ha chiuso i rubinetti e l’Europa politicamente incapace di aumentare le tasse interne, Bruxelles si è trovata costretta a cercare soluzioni a dir poco creative al problema della crisi finanziaria, ed ora anche politica (corruzione), ucraina.

 

I meccanismi del piano: ingegneria finanziaria complessa

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, i paesi occidentali hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di attività della Banca centrale russa, di cui 210 miliardi (circa 185-200 miliardi di euro) in Europa, detenuti principalmente da Euroclear in Belgio, un istituto finanziario di proprietà di un consorzio internazionale di banche centrali, banche commerciali e altre istituzioni finanziarie. 

Dei totale dei fondi russi, gli Stati Uniti controllano solo circa 4-5 miliardi di dollari. Per questo, si può capire quanto sia di secondaria importanza per gli USA la soluzione “creativa” escogitata dalla Commissione UE capitanata da Ursula von der Leyen.

Il piano proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen prevede che l’UE presti all’Ucraina fino a 140-165 miliardi di euro senza interessi. Il rimborso sarebbe legato al pagamento da parte della Russia dei risarcimenti dei danni di guerra, una prospettiva remota che renderebbe il prestito, in effetti, e secondo gli auspici, un dono dalle riserve russe.

Il meccanismo è ingegnoso ma complesso. La maggior parte dei beni congelati della Russia erano titoli di Stato occidentali che da allora sono maturati in circa 215 miliardi di dollari in contanti presso la Banca Centrale Europea. La soluzione di Bruxelles è convertire il contante in obbligazioni a tasso zero emesse dai governi occidentali. La Russia continuerebbe a detenere obbligazioni di pari valore, solo senza guadagnare interessi.

Come spiega W. Munchau, un critico del piano, lo schema funziona attraverso una Special Purpose Vehicle (SPV): nella fase uno, l’UE crea la SPV basata sulle attività russe, che rimangono fisicamente congelate presso Euroclear ma su cui la SPV detiene un diritto. Nella fase due, la Commissione europea emetterebbe debito garantito dagli Stati membri, versandolo nella SPV. Nella fase tre, la SPV concede il prestito all’Ucraina con questo denaro europeo.

Tetyana Nesterchuk, avvocato presso la Fountain Court Chambers di Londra, sostiene che “non ci sarà alcuna confisca di beni, ma solo una sostituzione dei beni. Le attività erano obbligazioni, poi sono maturate, sono diventate contanti e ora questi contanti torneranno ad essere obbligazioni”.

Ma la cosa non appare così semplice come la pone Tetyana Nesterchuk, poiché occorre considerare una serie di rischi che metterebbero, in ultima istanza, potenzialmente a rischio i soldi dei contribuenti europei. 

 

Un terreno minato di rischi legali e sistemici

a) Gli alti rischi legali di soccombenza

Il diritto internazionale garantisce alle riserve della banca centrale l’immunità sovrana, ovvero la protezione dal sequestro da parte di paesi stranieri. Si tratta di un principio fondamentale dell’architettura finanziaria globale. La domanda chiave è: scambiare denaro contante con obbligazioni a tasso zero equivale a un sequestro?

I critici non hanno dubbi. Jacob Funk Kirkegaard, senior fellow del think tank Bruegel, afferma: “Si sta cambiando completamente la struttura. In sostanza, si sta dando a Euroclear una cambiale dell’UE in cambio di saldi di cassa. Si tratta di una trasformazione sostanziale, che equivale a prendere possesso di questi beni“.

Il piano inoltre rimanda la decisione sulla confisca di anni. Quando le obbligazioni a tasso zero arriveranno a scadenza, i governi occidentali dovranno scegliere: onorarle e rimborsare la Russia, oppure citare il mancato pagamento da parte della Russia dei risarcimenti all’Ucraina e rifiutare il pagamento.

b) Un caso senza precedenti nella storia

Questo sarebbe il primo sequestro di beni sovrani di questa portata nella storia moderna. Nessun precedente nel diritto internazionale supporta questa azione, né essa è riconosciuta da altri paesi come pratica legittima. Come osserva un analista: “Se l’UE si attribuisce il diritto ex nihilo di requisire i beni di qualcun altro, ciò sarà visto e trattato come un’espropriazione a tutti gli effetti”.

Il Cremlino ha condannato duramente il piano. La portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha minacciato “risposte severe”, mentre il portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato senza mezzi termini: “In parole povere, stiamo parlando di furto”.

c) Il rischio di costituire un precedente pericoloso

La preoccupazione maggiore riguarda la Cina. “Tutto ciò che viene fatto alla Russia potrebbe un giorno essere applicato alla Cina”, ha affermato Kirkegaard. Se Pechino invadesse Taiwan, le decisioni odierne potrebbero determinare le risposte occidentali che coinvolgono migliaia di miliardi di riserve cinesi, non centinaia di miliardi di quelle russe. Il “sequestro” di questo ingente ammontare di risorse finanziarie, oltre a destabilizzare il sistema finanziario globale, come si dirà più oltre, non potrebbe scatenare una reazione militare da parte della Cina? Non si incorrerebbe nel rischio di una Terza Guerra Mondiale?

Se l’Europa può ristrutturare le riserve della banca centrale a causa di disaccordi militari, cosa impedisce ad altre nazioni di fare lo stesso? Il precedente potrebbe ridefinire il modo in cui le nazioni conservano le riserve all’estero, innescando una corsa alla diversificazione degli asset lontano dalle giurisdizioni occidentali.

d) Rischi per la stabilità del sistema finanziario internazionale

La Banca Centrale Europea ha ripetutamente avvertito che l’utilizzo delle attività russe potrebbe minare la credibilità dell’euro come valuta di riserva. Se nazioni come la Cina o l’Arabia Saudita vedessero l’Europa ristrutturare (alias sequestrare illegalmente) le riserve della Russia, potrebbero mettere in discussione la sicurezza dei propri titoli europei, un cambiamento che potrebbe destabilizzare i mercati.

Il complesso meccanismo delle istituzioni finanziarie globali si basa sulla prevedibilità e su un ampio consenso su una serie di regole prestabilite che regolano le relazioni di mercato e i diritti di proprietà. Violare questi principi fondamentali rischia di erodere la fiducia nell’intero sistema.

e) Rischi reputazionali per l’eurozona e fuga di capitali

L’impatto reputazionale potrebbe essere devastante. Gli investitori internazionali potrebbero vedere l’Europa come una giurisdizione inaffidabile per conservare riserve sovrane. La soluzione burocratica secondo cui si tratta tecnicamente di un “prestito” e non di una confisca, come la definisce Tetyana Nesterchuk, sarà di scarsa consolazione per chi valuta dove allocare centinaia di miliardi in asset.

Un economista ha paragonato il piano della Ursula von der Leyen alla crisi dei subprime, facendo notare che si tratta di “un prestito in malafede” simile ai mutui subprime con tassi promozionali: Allora “Le banche sapevano che una volta che quei tassi fossero stati riadeguati, le persone [che avevano acceso i mutui] non avrebbero più potuto permetterseli“. Se allora gli attori furono le banche, oggi lo sono gli stati. La scommessa dell’Europa dipende dall’esito di una causa legale futura in un contesto giuridicamente senza precedenti. Se all’epoca dei subprime furono gli Stati a salvare le banche, oggi chi li salverebbe se dovessero fallire?

 

L’opposizione belga e le condizioni per procedere

Il Belgio, che ospita presso Euroclear 183 miliardi di euro di beni della banca centrale russa (l’86% di tutti i beni statali russi nell’UE e due terzi del totale mondiale), è il paese più esposto. Il primo ministro Bart De Wever ha respinto categoricamente il piano nelle sue forme iniziali, ponendo tre condizioni ferree.

Prima condizione: condivisione completa del rischio legale tra tutti gli Stati membri dell’UE. De Wever ha avvertito che il Belgio potrebbe affrontare “cause legali gigantesche” dato il ruolo di Euroclear. “Se volete farlo, dobbiamo farlo insieme”, ha dichiarato. In una lettera al vetriolo a von der Leyen, De Wever ha criticato la proposta come “fondamentalmente sbagliata” e piena di “pericoli molteplici”, richiedendo “garanzie giuridicamente vincolanti, incondizionate, irrevocabili, su richiesta, congiunte e solidali”.

Seconda condizione: garanzie esplicite che, qualora fosse necessario restituire i fondi a seguito di un contenzioso o di un accordo, ogni Stato membro contribuirebbe al rimborso. “Le conseguenze non devono ricadere interamente sul Belgio”, ha affermato il primo ministro.

Terza condizione: azione parallela da parte di altre giurisdizioni in cui sono immobilizzati beni dello Stato russo. Circa un terzo dei beni statali russi è detenuto al di fuori dell’UE, tra cui in Giappone (28 miliardi di euro), Regno Unito (27 miliardi di euro), Canada (15 miliardi di euro) e Stati Uniti (4 miliardi di euro). Mentre Regno Unito e Canada hanno espresso interesse, gli Stati Uniti hanno già rifiutato di partecipare al programma, avendo messo i beni sul tavolo nella loro controversa proposta di pace con Russia e Ucraina.

De Wever ha riassunto la sua posizione con fermezza: “Non esistono soldi gratis. Ci sono sempre delle conseguenze. Non impegnerò mai il Belgio a sostenere da solo i rischi e le esposizioni che deriverebbero dall’opzione di un prestito di riparazione”.

Il problema è aggravato dal fatto che la Russia potrebbe nazionalizzare i conti dei depositari stranieri, primo fra tutti Euroclear, che detengono titoli russi. Sebbene questi conti siano bloccati, i pagamenti sui titoli in essi detenuti vengono ancora effettuati. Il prelievo russo di questi fondi creerebbe un buco nel capitale di Euroclear, anche se non di importo critico, questo problema potrebbe spingere i clienti a ritirare fondi e attività. Un rischio fondamentale per il sistema bancario e finanziario,la cosiddetta “corsa agli sportelli” delle banche, ovvero il panico bancario.

Anche altri paesi hanno espresso riserve. Il primo ministro slovacco Robert Fico ha dichiarato categoricamente: “Il governo che guido non firmerà mai, sottolineo mai, alcuna garanzia di prestito all’Ucraina per spese militari. Non stanzieremo nemmeno un centesimo del nostro bilancio statale per questo scopo”.

 

Il rifiuto della BCE: nessun fondo di emergenza

Nei primi giorni di dicembre 2025, il Financial Times ha riportato per primo la notizia che la Banca Centrale Europea ha inflitto un colpo decisivo al piano, rifiutando di fornire liquidità di emergenza (“backstop”) al prestito di riparazione.

La BCE ha motivato il rifiuto affermando che tale sostegno violerebbe i trattati fondatori dell’Unione Europea che vietano il finanziamento monetario. “Tale proposta non è al vaglio in quanto violerebbe probabilmente il diritto dei trattati dell’UE che vieta il finanziamento monetario”, ha dichiarato un portavoce della BCE.

La Commissione aveva chiesto informalmente alla BCE se sarebbe disposta a iniettare liquidità nel caso in cui le garanzie degli Stati membri fossero improvvisamente attivate e i governi non riuscissero a raccogliere il denaro necessario. La banca ha affermato che un tale sostegno equivarrebbe a sovvenzionare la spesa pubblica, cosa severamente vietata dalle norme dell’UE, minacciando l’indipendenza dell’istituzione.

La presidente della BCE Christine Lagarde aveva precedentemente insistito che qualsiasi proposta dovrebbe essere conforme al diritto internazionale, salvaguardare la stabilità finanziaria e garantire la solidarietà tra gli alleati del G7. Il rifiuto della BCE rafforza significativamente la posizione del Belgio e solleva seri dubbi sulla fattibilità del piano.

Paula Pinho, portavoce capo della Commissione EU, ha riconosciuto martedì che cercheranno “soluzioni alternative” per proteggere Euroclear, ammettendo che “è fondamentale che l’UE, i suoi Stati membri e gli organismi privati possano sempre adempiere ai propri obblighi internazionali”.

 

La via alternativa: negoziato invece di sequestro

Esiste un’alternativa molto più semplice e sicura che passa attraverso il negoziato. Come hanno suggerito analisti del Carnegie Endowment, l’Occidente dovrebbe aprire un gruppo di negoziazione nell’ambito dei colloqui di pace sull’Ucraina per utilizzare i beni congelati per un fondo internazionale di ricostruzione postbellica.

A Mosca è opinione diffusa che la Russia difficilmente riuscirà a riottenere i propri beni europei. La vera questione è a quali condizioni il Cremlino perderà il proprio denaro. Indipendentemente da ciò che dicono alcuni leader europei, la proprietà legale della Russia su questi beni le conferisce un vantaggio nel determinarne il destino. A dimostrarlo sta il fatto che nel piano di pace proposto da Donald Trump in 28 punti, uno di essi riguarda proprio l’utilizzo di 100 miliardi di fondi russi per la ricostruzione in Ucraina. Il piano è stato indicato dal Cremlino come degno di considerazione e approfondimento.  

La proposta prevede che l’Occidente offra di destinare parte del denaro a sostenere le persone e i territori che finiscono dalla parte russa della linea di demarcazione postbellica. Un comitato di supervisione delle Nazioni Unite potrebbe garantire che i fondi utilizzati in questo modo siano destinati esclusivamente a progetti umanitari e non militari.

La ripartizione precisa è essa stessa soggetta a negoziazioni, ma l’Occidente dovrebbe sostenere che la parte più consistente andrà all’Ucraina in cambio dell’accordo di Mosca di sbloccare i beni detenuti dalle aziende occidentali in Russia. Questo accordo eliminerebbe ogni preoccupazione di ripercussioni finanziarie negative sull’Europa, poiché la Russia dovrebbe rinunciare alla sua rivendicazione di sovranità sui beni congelati affinché questi possano essere utilizzati per il fondo internazionale.

Collegare questi beni a un quadro più ampio di cessazione della guerra rafforza la posizione negoziale dell’Occidente nel determinare i contorni di un accordo di pace. Ciò genera ulteriori incentivi finanziari, soprattutto se abbinati a una tabella di marcia per l’alleviamento delle sanzioni, affinché Mosca si sieda al tavolo dei negoziati.

Come osserva un analista: “Se l’obiettivo è quello di ottenere dalla Russia qualcosa che possa essere ragionevolmente definito come risarcimento all’Ucraina, ciò può essere realizzato in modo molto più semplice e sicuro” attraverso il negoziato.

 

Conclusione: la mancanza di visione strategica

Il tentativo europeo di sequestrare i beni russi attraverso ingegneria finanziaria rappresenta l’epitome della mancanza di visione strategica a lungo termine. Come ha affermato efficacemente Wolfgang Münchau, un acceso critico del piano: “Questa mossa ha lo scopo di nascondere il rischio agli elettori”, proprio come le banche fecero durante la crisi dei subprime nascondendo il rischio agli investitori.

Ciò che sconcerta è la testardaggine con cui la Commissione prosegue su una strada che ogni giorno di più appare impervia sul piano legale: una vera e propria scommessa, rischiosissima quanto all’esito finale e pesantissima per le finanze pubbliche – e per il portafoglio degli elettori – in caso di sconfitta.

Sembra che la Commissione stia giocando, è il caso di dirlo, alla roulette russa.

E non abbiamo ancora considerato che un accordo negoziale di pace eviterebbe ulteriore spargimento di sangue, risparmiando migliaia e migliaia di vite umane. E non è poco, anzi, è la cosa più importante.

La ragione di tanta sconsiderata ostinazione da parte della Commissione è probabilmente l’incapacità dei leader europei di ammettere di aver sbagliato i conti dall’inizio alla fine di questa tragica vicenda.

Donald Trump, d’altra parte, da navigato uomo d’affari prima ancora che politico, ha capito che questa avventura è un pozzo senza fondo quanto ad assorbimento di risorse finanziarie e distruzione di vite umane. Per questo ha imboccato sin da subito la via dell’accordo diplomatico, nella certezza che sia sempre meglio un accordo commerciale piuttosto che migliaia di vite spezzate.

Spetta alla Casa Bianca e ai leader europei più lungimiranti far comprendere che il raggiungimento di un accordo duraturo è nell’interesse dell’Occidente proprio perché libera l’Europa dall’onere di finanziare indefinitamente una guerra sempre più insostenibile per le casse pubbliche. Solo attraverso il negoziato – e non con trucchi finanziari rischiosi – si può raggiungere una soluzione sostenibile che utilizzi i beni russi per la ricostruzione senza minare i fondamenti del sistema finanziario internazionale.

 

 

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