obiettivi di sviluppo sostenibile ONU agenda 2030

 

 

Come i grandi poteri controllano l’Europa e perché la globalizzazione ha fallito: la difesa della dignità umana 

 

di Fabio Vessillifero

 

AVVISO DELL’AUTORE

La mappatura proprietaria delle risorse e i dati quantitativi presenti nel presente articolo derivano da una ricerca documentale condotta sulle fonti aperte dell’editoria economico-giuridica e dei database finanziari globali, indicizzati e consultati tramite la piattaforma Google.it.

 

L’illusione del millennio e il paravento dei buoni sentimenti

La riflessione affronta un tema specifico, che tuttavia si fa specchio di una realtà molto più ampia e mette in luce quanto l’ingiustizia e la perdita di un autentico senso del bene comune siano ormai diffuse nel nostro tempo. Il cristiano, che legge gli avvenimenti e la storia alla luce della Parola di Dio, non può non avvertire in queste dinamiche un’eco profonda di quelle parole evangeliche secondo cui, nei tempi ultimi, «per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà», ricordando però che la salvezza appartiene a chi conserverà la fede in Dio e saprà custodire la propria integrità: «Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato» (Mt 24,12-13). 

L’architettura globale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, condensata nella celebre Agenda 2030, si presenta all’opinione pubblica con il volto rassicurante della filantropia planetaria. Si parla di sconfiggere la povertà, di curare le ferite della biosfera e di proteggere i vulnerabili come se l’umanità intera si fosse finalmente riscoperta unita attorno a un focolare comune. Eppure, in questa monumentale cattedrale di buone intenzioni e loghi colorati, si nasconde un peccato originale che ne mina le fondamenta: il racchiudere la dignità umana in pure formule statistiche e il rifiuto sistematico di mettere in discussione i reali rapporti di forza economici.

La verità strutturale che questo impianto ideologico tenta di occultare è che il grande capitale transnazionale detiene e sequestra per sé il controllo esclusivo e insindacabile delle vere sorgenti della ricchezza biologica e materiale della Terra: suoli arabili, sorgenti d’acqua, giacimenti energetici, tecnologie estrattive e nodi infrastrutturali globali. Ai popoli della Terra non viene concesso alcun reale diritto di proprietà o di sovranità su questo immenso patrimonio comune, ma vengono lasciate unicamente le briciole assistenziali di un welfare calcolato dall’alto, sussidi minimi per la pura sopravvivenza utili solo a prevenire le rivolte sociali e a mantenere inalterati i rapporti di sottomissione. La retorica della dignità dell’uomo e della solidarietà si scontra frontalmente con questa spartizione predatoria della realtà; senza affrontare e scardinare il monopolio proprietario che priva le comunità locali dei propri mezzi di sussistenza, l’intera carta si trasforma in una solenne messinscena, un paravento istituzionale e cosmetico utile solo a pacificare la coscienza collettiva mentre il motore profondo dell’estrazione oligarchica della ricchezza continua a girare indisturbato [1].

Il polmone blu svuotato dal cinismo dei mercati

La drammatica scissione tra il valore vitale degli ecosistemi e la loro brutale mercificazione emerge con spietata chiarezza quando lo sguardo si posa sugli oceani. Definiti come il vero e proprio sistema di supporto vitale del pianeta, capaci di regolare il clima e generare l’ossigeno che respiriamo, i mari della Terra sono oggi ridotti a giganteschi bacini di sfruttamento da cui spremere valore a breve termine. Il capitalismo finanziario ha colonizzato le acque globali, spingendo la sovrapesca oltre i limiti biologici di rigenerazione e permettendo che l’inquinamento terrestre soffochi la biodiversità marina [2]. Invece di agire come un custode responsabile, il grande capitale tratta le esternalità negative, come l’acidificazione delle acque, come costi da scaricare sulla collettività. Le tutele e i traguardi sulla carta si rivelano fragili di fronte a logiche di mercato che preferiscono monetizzare l’immediato piuttosto che preservare quella immensa riserva di proteine e biodiversità da cui dipende la sopravvivenza stessa di miliardi di esseri umani.

La polvere della terra e il baratto della sopravvivenza

Sulla terraferma lo scenario non cambia, anzi si fa ancora più cupo, poiché la degradazione del suolo specchia fedelmente la miseria umana. La deforestazione selvaggia e l’avanzata della desertificazione non sono incidenti di percorso o fatalità meteorologiche, ma le conseguenze dirette di un modello economico estrattivo che cannibalizza i territori per alimentare le catene globali del valore [3]. Milioni di ettari di foreste e terre arabili vengono trasformati in polvere ogni anno, togliendo letteralmente il terreno sotto i piedi a quella stragrande maggioranza di poveri nel mondo che dalla terra trae l’unico sostentamento. Il paradosso si fa totale quando si scopre che l’alimentazione globale è stata ridotta alla dipendenza da tre sole colture industriali, riso, mais e grano, una spaventosa mancanza di diversità biologica che risponde alle esigenze di standardizzazione dei grandi mercati agroalimentari ma che espone l’umanità a rischi sistemici colossali [4].

Il controllo dei beni primari della Terra — cioè di quelle risorse materiali indispensabili per la vita e lo sviluppo dell’umanità, come il petrolio, il gas, il carbone, i minerali e le terre rare strategiche — è bloccato in un doppio monopolio: da un lato i capitalismi di Stato (come quelli arabo, russo o cinese che blindano nei propri forzieri la maggior parte dei giacimenti), dall’altro un ristrettissimo club di multinazionali minerarie ed energetiche occidentali. La vera asimmetria si nasconde dietro queste ultime. Società petrolifere e minerarie apparentemente in concorrenza tra loro rispondono in realtà ai medesimi padroni: i giganteschi fondi di gestione patrimoniale come BlackRock, Vanguard e State Street [5].

Qui si consuma il paradosso più profondo del capitalismo finanziario: i soldi gestiti da questi fondi non sono loro, ma appartengono ai risparmi, alle polizze e alle pensioni di milioni di normali lavoratori in tutto il mondo. Tuttavia, attraverso il meccanismo giuridico del voto per delega, i piccoli risparmiatori vengono privati di ogni potere decisionale. I manager di questi fondi – che si possiedono persino a vicenda in un cerchio concentrico – utilizzano la liquidità delle famiglie per controllare i consigli di amministrazione, decidere le strategie energetiche planetarie e nominare i dirigenti. I popoli, di fatto, non solo perdono la sovranità su ciò che permette loro di vivere, ma finanziano inconsapevolmente la gabbia tecnocratica che li espropria della loro autonomia.

Istituzioni di cartone e il prezzo della legalità negata

Nessun piano di sostenibilità o di riscatto sociale ha la minima possibilità di attecchire laddove le istituzioni pubbliche sono ridotte a gusci vuoti o, peggio, a complici del malaffare. La corruzione, la concussione e l’evasione fiscale sottraggono ogni anno cifre astronomiche ai bilanci dei Paesi in via di sviluppo, risorse che da sole basterebbero a eradicare la miseria estrema per anni. Eppure, la magistratura e l’ordine pubblico, che dovrebbero essere i custodi dello Stato di Diritto, risultano spesso tra i corpi più infettati da queste dinamiche. Quando lo Stato abdica alla sua funzione di arbitro e protettore dei deboli, la violenza e l’instabilità prendono il sopravvento, distruggendo i progressi educativi e civili e dimostrando che la giustizia non è un lusso decorativo, ma la precondizione materiale per qualsiasi sviluppo che voglia dirsi umano.

Se la sostenibilità diventa il nuovo affare dei predatori

Di fronte a questa crisi multidimensionale, il capitalismo predatorio ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento: non combatte l’Agenda 2030, ma la coopta attraverso i network e le dottrine globaliste del World Economic Forum per trasformarla in una formidabile opportunità di profitto. Nei summit di Davos viene teorizzato il cosiddetto capitalismo degli stakeholder [6], una formula retorica che, dietro la promessa di mettere al centro tutti gli attori sociali, serve a legittimare l’intrusione dei grandi agglomerati privati nella sfera delle decisioni politiche. Sotto questa bandiera, la transizione ecologica e i partenariati pubblico-privati diventano i canali privilegiati con cui i grandi fondi d’investimento intercettano trilioni di dollari di sussidi pubblici per riconvertire le proprie attività a rischio zero.

La finanza globale, benedetta dai diktat ideologici del Forum, ha persino trovato il modo di mercificare la natura stessa, creando mercati artificiali per i crediti di carbonio e titoli di compensazione ecologica che permettono di continuare a inquinare in Occidente acquistando una patente di verginità ambientale nel Sud del mondo [7]. L’adozione del vocabolario della sostenibilità e dei parametri ecologici, sociali e di governance promossi dalle oligarchie di Davos permette così ai giganti dell’economia di ottenere una licenza sociale a operare, anestetizzando il conflitto sociale e svuotando la sovranità economica locale senza cedere un briciolo del proprio effettivo potere reale.

I nomadi del profitto e lo scontrino del panettiere

Mentre il grande capitale si dematerializza e si dichiara straniero al momento di contribuire al bene comune, trasferendo la residenza fiscale nei paradisi del dumping internazionale per eludere il patto sociale, lo Stato concentra la sua forza coercitiva sul tessuto economico più piccolo e radicato. Si consuma qui un cortocircuito etico intollerabile: al piccolo commerciante, al panettiere locale che produce il pane per il proprio sostentamento attraverso un lavoro fisico e morale legato al territorio, viene imposto l’obbligo inflessibile dello scontrino fiscale per certificare ogni singolo filone di pane venduto, quasi fosse lui il sorvegliato speciale del fisco.

Questa minuziosa intromissione burocratica nello scambio intimo tra persone stride violentemente con l’impunità sistemica concessa ai giganti della finanza, i quali estraggono ricchezza dai medesimi territori ma la fanno evaporare oltreconfine con un click, lasciando che il peso dei servizi pubblici e della solidarietà sociale gravi quasi interamente sulle spalle di chi non può delocalizzare la propria vita. In questa asimmetria grottesca, lo scontrino del panettiere cessa di essere una semplice misura di equità e si trasforma nel simbolo di una legalità a due velocità, dove la fedeltà al territorio del piccolo produttore viene punita con il rigore della norma, mentre il nomadismo predatore delle multinazionali viene premiato con il silenzio delle agende globali. Insomma, verrebbe da concludere prendendo in prestito il linguaggio amaro del profeta Isaia: «Nulla di più immondo della giustizia umana» (Is 64,6).

La cacciata dell’uomo dal giardino della natura

Nelle pieghe delle più recenti riforme ambientali e delle direttive sovranazionali si avverte un mutamento antropologico strisciante e inquietante: l’essere umano ha smesso di essere il custode della creazione (Genesi 2,15) per essere ridefinito come un mero costo ecologico. La filosofia profonda che muove certe regolamentazioni sembra considerare il cittadino comune, con i suoi bisogni materiali, la sua casa e la sua mobilità, come un parassita da cui l’ambiente deve essere protetto attraverso divieti, tasse verdi e obblighi di adeguamento energetico.

Si consuma qui una dinamica autenticamente tragico-comica: mentre in ampie zone d’Italia, comprese le comunità di montagna storicamente legate all’autosufficienza termica, i decreti invernali arrivano a proibire l’accensione delle tradizionali stufe a legna per tutelare la qualità dell’aria [8], i signori della Terra si muovono secondo regole radicalmente opposte. I partecipanti al World Economic Forum possono infatti raggiungere la blindatissima e lussuosa località svizzera di Davos a bordo di comodi jet privati, capaci di produrre oltre due tonnellate di CO2​ per ogni singola ora di volo. Questa colpevolizzazione asimmetrica delle masse non tocca minimamente l’élite globale dei predatori, ma si scarica interamente sulle famiglie comuni, i cui stili di vita e la cui stessa sussistenza domestica vengono criminalizzati da scadenze burocratiche impossibili da sostenere, trasformando la sacrosanta difesa della natura in uno strumento di brutale pressione economica che spegne i focolari dei ceti popolari per finanziare l’ipocrisia ad alta quota dei pochi.

Il pilota automatico e lo scacco matto alla democrazia

La storia recente ha mostrato il drammatico divario che separa la legalità formalistica dalla costituzione materiale del potere. Oggi lo Stato si trova in larga parte occupato e tenuto in ostaggio dalle logiche del capitalismo predatorio, il quale non ha bisogno di abolire le elezioni per governare, poiché agisce attraverso il ricatto silenzioso dei mercati finanziari. Quando un popolo esprime una volontà democratica avversa alle élite, il sistema attiva immediatamente le leve della speculazione sui titoli di Stato e l’innalzamento dello spread, minacciando il collasso economico in pochi giorni. Davanti a questa violenta asimmetria di potere, i mercati impongono vincoli oggettivi a cui nessuna carica istituzionale, per quanto sovrana, può sottrarsi. Si compie così lo svuotamento della sovranità sancita dall’Articolo 1 della nostra Costituzione, ridotta a una finzione cosmetica dove i cittadini votano ma le leve strategiche rimangono vincolate al gradimento dei grandi agglomerati di capitale, dimostrando che nessuna democrazia può dirsi reale finché la ricchezza non viene sottratta all’arbitrio dei predatori per essere restituita alla dignità dei popoli.

Il vuoto nominalista e il primato della prassi burocratica

Questo accanimento normativo è la diretta conseguenza di un impianto che ha deliberatamente espulso dal proprio orizzonte la scienza dell’essere e la visione personalista, liquidandole sbrigativamente come identità parziali e divisive nel grande mercato del pluralismo internazionale. Sfrondata da ogni fondamento oggettivo sulla natura umana, l’Agenda 2030 sceglie scientificamente di fare finta di niente sul piano della verità dell’uomo, rifugiandosi in un funzionalismo procedurale e in un pragmatismo utilitaristico. La dignità umana cessa di essere un assoluto etico e viene ridotta al nominalismo del consenso diplomatico, un mero compromesso geometrico tra burocrazie transnazionali.

Il benessere viene così spacchettato in traguardi quantitativi e indicatori statistici, configurando una visione ingegneristica della società in cui la persona non è più un mistero sussistente dotato di libertà morale, ma un ingranaggio da regolare attraverso calorie erogate ed emissioni pro capite. Questo vuoto antropologico trasforma la sostenibilità in una tecnica di gestione del rischio per la stabilità dei mercati, una prassi puramente contrattuale che lascia la porta spalancata alla cooptazione oligarchica, poiché un’umanità privata della propria radice ontologica è un’umanità indifesa, pronta a essere amministrata da un algoritmo.

Il beato Antonio Rosmini e l’anelito dei popoli alla giustizia

Per comprendere la perversione del modello attuale è necessario riscoprire la lezione di Antonio Rosmini, che fondava la proprietà privata non sull’avidità del possesso, ma sulla dignità stessa della persona. Per il Pensatore roveretano, la persona è diritto umano sussistente, il nucleo etico originario che precede e fonda qualsiasi ordinamento giuridico, mentre la proprietà diffusa rappresenta lo scudo materiale che ne garantisce la sfera di libertà morale e l’autonomia di fronte al dispotismo. Da questa premessa discende che lo Stato può legittimarsi solo se concepito come autentico bene comune, una vera res publica ordinata alla tutela e al servizio di questa soggettività trascendente della persona.

È precisamente da questo solco filosofico che la Costituzione Italiana, nei suoi princìpi fondamentali e nelle intenzioni iniziali dei suoi costituenti, traeva la propria linfa, proponendo un’idea di Stato inteso rigorosamente come Repubblica, ovvero come comunità organica finalizzata alla realizzazione del bene comune. Questa visione altissima di un’istituzione pubblica posta al servizio dell’uomo è l’esatto opposto del formalismo e della sorveglianza tecnocratica che oggi avanzano. Il capitalismo predatore contemporaneo opera infatti distruggendo la res publica, riducendo lo Stato a un mero comitato d’affari per la concentrazione della ricchezza in poche mani e polverizzando la proprietà genuina dei piccoli produttori. Al contempo, la storia ha già dimostrato che l’alternativa collettivista e statalista non è meno violenta: nei regimi comunisti storici, l’abolizione della proprietà in nome del popolo ha solo trasformato la macchina statale in una ristretta oligarchia burocratica che negava il concetto medesimo di persona. Capitalismo selvaggio e collettivismo burocratico convergono così nel medesimo esito: l’espropriazione della dignità umana attraverso il monopolio delle risorse, sfigurando l’idea stessa di bene comune e lasciando che i popoli siano privati delle sorgenti della propria esistenza materiale, mentre le oligarchie dei paradisi fiscali continuano a operare nell’impunità più assoluta.

Si compie così, nella convergenza tra questi due materialismi che annientano la persona, l’ammonimento di Cristo sull’impossibilità di servire due padroni, Dio e il denaro (Mt 6,24 – Lc 16,13). Sono parole profetiche che oggi rivelano la loro più profonda valenza escatologica: esse si riferiscono in modo specifico proprio a questi nostri tempi, in cui l’idolo di Mammona si è fatto sistema globale e pretende di sostituirsi a Dio nel decretare chi ha il diritto di vendere, di comprare e di esistere, governando l’umanità attraverso gli algoritmi della finanza. Ma questo dominio assoluto del mercato sulla vita dell’uomo non ha l’ultima parola sulla storia. Proprio di fronte all’apparente trionfo di questa prigione globale risuona la promessa di liberazione di Cristo che restituisce senso al cammino dei popoli e alla dignità di ogni persona: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).

 

Documentazione e Note bibliografiche

  • Nota [1] e [5] (Assetti societari, Monopoli e Fondi): Le liste dei patrimoni globali sono verificate sui report annuali Forbes. Per la mappatura proprietaria delle risorse strategiche e delle multinazionali energetiche (come ExxonMobil e Shell), i dati storici e le partecipazioni incrociate di BlackRock, Vanguard e State Street derivano direttamente dai database finanziari globali Yahoo Finance, Reuters e Bloomberg (scheda Holders), oltre che dai registri ufficiali di voto assembleare (Proxy Voting) pubblicati nelle sezioni Investment Stewardship dei rispettivi fondi di investimento. Le informazioni e l’intero apparato documentale del presente articolo sono stati rintracciati e aggregati dall’autore tramite ricerca online sulla piattaforma Google.it.
  • Nota [2] (Oceani e mercati): I dati relativi alla concentrazione dei mercati ittici globali, allo sfruttamento delle acque industriali (Nissui Corporation, Thai Union Group, Mowi, SeaBOS, Maruha Nichiro, Cargill) e all’impatto ecologico dei grandi distributori e marchi commerciali (Walmart, Amazon, Coca-Cola, PepsiCo) sono estratti dalle inchieste e dai tracciamenti operativi indipendenti condotti da Global Fishing Watch.
  • Nota [3] e [4] (Suolo e mercati agroalimentari): I dati sull’impatto della deforestazione e delle catene globali del valore (JBS, Minerva Foods, Marfrig, Cargill, Bunge, ADM, Wilmar International, Golden Agri-Resources, Walmart, Inditex, Nestlé, Mondelez, PepsiCo) e il monopolio del comparto sementi e logistica delle materie prime agricole (Bayer, Corteva, Syngenta, BASF, Louis Dreyfus, COFCO) sono censiti nei rapporti internazionali sui mercati agroalimentari industriali. I dati specifici sulla concentrazione mineraria del carbone e dei metalli preziosi (Glencore, BHP, Coal India, Newmont Corporation, Barrick Gold, Anglo American), nonché il monopolio cinese sul 65% dell’estrazione e l’85% della raffinazione delle terre rare e dei metalli critici (China Northern Rare Earth Group, con le controparti Lynas e MP Materials) derivano dai report ufficiali dello USGS (United States Geological Survey) e dai flussi estrattivi della IEA (International Energy Agency).
  • Nota [6] (Capitalismo degli Stakeholder): I paper programmatici e dottrinali relativi allo Stakeholder Capitalism e alla cooptazione dell’Agenda 2030 sono consultabili nell’archivio documentale pubblico del World Economic Forum (weforum.org).
  • Nota [7] (Crediti di carbonio e inchieste): I dettagli sulle criticità strutturali e sulle frodi dei mercati compensativi derivano dall’indagine giornalistica internazionale condotta da The Guardian (che ha svelato come oltre il 90% dei crediti forestali approvati dall’ente certificatore Verra sia privo di valore ecologico reale) e dal settimanale tedesco Die Zeit sui cosiddetti “crediti fantasma” (phantom credits). I dossier tecnici sull’abuso delle compensazioni e sul greenwashing aziendale sono documentati stabilmente nei rapporti dell’organizzazione indipendente Carbon Market Watch.
  • Nota [8] (Jet privati ed emissioni stufe): Il calcolo delle emissioni dei jet privati (tra le 2 e le 4 tonnellate di CO2​ per ora di volo) e il tracciamento degli aeromobili durante i vertici di Davos derivano dallo studio indipendente condotto dalla società di consulenza olandese CE Delft per conto di Greenpeace International. I dettagli normativi relativi alle limitazioni regionali e ai decreti di divieto di accensione delle stufe a biomassa in Italia sono documentati sui portali specialistici di legislazione energetica, tra cui Infobuildenergia.it.
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