Papa Francesco parte oggi per un viaggio dal 3 al 5 febbraio negli Emirati Arabi Uniti. E’ il primo viaggio di un papa nella penisola arabica. Nell’annunciare il viaggio, papa Francesco ha detto: “Siamo fratelli pur essendo differenti”. Francesco si dice “felice” di poter visitare gli Emirati Arabi Uniti, una “terra che cerca di essere un modello di convivenza, di fratellanza umana e di incontro tra diverse civiltà e culture, dove molti trovano un posto sicuro per lavorare e vivere liberamente, nel rispetto delle diversità”.

Ha ringraziato quindi “l’amico e caro fratello il Grande Imam di Al-Azhar, Dr. Ahmed Al-Tayeb, e quanti hanno collaborato alla preparazione dell’incontro” per il “coraggio” e la “volontà” di affermare capacità della fede in Dio ad unire e non a dividere. Con “gioia”, conclude Francesco, si accinge “ad incontrare e salutare ‘eyal Zayid fi dar Zayid, i figli di Zayid nella casa di Zayid”, una terra “di prosperità e di pace”, “di sole e di armonia”, “di convivenza e di incontro”.

A questo proposito, Edward Pentin ha intervistato padre Henri Boulad, sacerdote melchita gesuita, esperto di Islam e autore di quasi 30 libri in 15 lingue.

Vi propongo questa intervista nella mia traduzione.

 

Padre Henri Boulad (Credit: Thaler Tamas via Wikipedia; CC By SA 4.0)

Padre Henri Boulad (Credit: Thaler Tamas via Wikipedia; CC By SA 4.0)

 

Padre Boulad, qual è la sua opinione sulla visita, la prima di un papa nella penisola arabica? È un passo avanti o potrebbe favorire il sincretismo?  

Questa prima visita di un papa nella Penisola araba potrebbe segnare un passo avanti nelle relazioni cristiano-musulmane, a condizione che papa Francesco sollevi chiaramente alcune questioni delicate, come:

 

  • l’apostasia considerata dall’islam come un crimine punibile con la morte; inoltre, gli Emirati Arabi Uniti non riconoscono o autorizzano l’insegnamento di alcuna religione eccetto l’islam.
  • Lo status di cittadini di seconda classe e di sottomissione (dhimmi) per i non musulmani solleva la questione della libertà religiosa.
  • Lo status delle donne e la questione dell’uguaglianza dei cittadini dovrebbero essere affrontati.
  • Se gli Emirati si dissociano dal terrorismo islamico, ci aspettiamo che condannino fermamente i Fratelli Musulmani, i Daesh [ISIS] e altri gruppi estremisti.
  • Considerata l’immensa ricchezza disponibile negli Emirati Arabi Uniti, ci aspettiamo che prestino particolare attenzione ai migranti musulmani che sono arrivati in Europa. Il loro sostegno dovrebbe essere di concerto con le monarchie petrolifere del Golfo, compresa l’Arabia Saudita. Pertanto, ci aspettiamo che il Papa esorti questi Paesi arabo-musulmani ad assumersi le loro responsabilità nei confronti dei loro fratelli musulmani che cercano di emigrare. Accogliendoli, risparmierebbero loro lo shock culturale della loro integrazione in Europa. È scandaloso che questi Paesi del Golfo rifiutino di aprire le loro porte ai siriani e agli iracheni accolti da Paesi vicini, come il Libano, la Giordania, la Turchia e l’Egitto.

 

Ritiene che tali visite alle nazioni a maggioranza musulmana possano essere più dannose che utili alla Chiesa e alla fede?

Tali visite non possono essere dannose. Piuttosto, esse offrono un’opportunità d’oro per affrontare francamente alcune delle spinose questioni sollevate sopra, che richiedono risposte concrete. Questa visita potrebbe incoraggiare gli Emirati Arabi Uniti ad aprirsi ad un Islam più liberale. Il Papa dovrebbe sottolineare che gli Emirati sono già sulla strada giusta, con la loro apertura ai cristiani, alla modernità e ai diritti umani. Vorrei sottolineare alcune recenti iniziative negli Emirati, che augurano il meglio per una nuova era nei rapporti tra cristiani e musulmani:

  • Il Qatar finanzia la costruzione di una chiesa maronita a Keserwan (gennaio 2019);
  • Una cattedrale sarà costruita in Bahrain;
  • Abu Dhabi vedrà l’inaugurazione della cattedrale di Sant’Elia; [e]
  • L’unico sacerdote kuwaitiano, padre [Emmanuel] Gharib, è nella condizione di celebrare la Bibbia in abiti beduini.

Tuttavia, non dobbiamo perdere di vista ciò che l’Osservatorio della libertà religiosa dice del Bahrein [ad esempio, le attività missionarie non musulmane tra i musulmani non sono permesse; la maggioranza sciita del paese continua ad essere oppressa] e gli Emirati Arabi Uniti [ad esempio, i cittadini musulmani non hanno il diritto di cambiare religione. L’apostasia nell’Islam è punibile con la morte].

 

Lei pensa che Francesco abbia in qualche modo migliorato il suo rapporto con l’Islam?

Purtroppo, no. Sento che Papa Francesco non ha quasi mai cambiato in alcun modo il suo approccio all’Islam. La sua politica della mano tesa è sempre la stessa: troppo ingenua e angelica. La massiccia migrazione verso l’Europa, soprattutto dai Paesi musulmani, che egli sostiene, dimostra che perde di vista i gravi problemi sociali che sorgeranno: la non integrazione/assimilazione dei musulmani nei Paesi ospitanti, le incompatibilità dell’Islam con i diritti umani, laicità, libertà e uguaglianza – per non parlare delle contraddizioni nelle dichiarazioni del Papa.

Da un lato, chiede ai paesi ospitanti di rispettare la cultura degli immigrati, la loro visione del mondo islamico e le loro tradizioni. E dall’altra parte, chiede ai musulmani di integrarsi e di rispettare le leggi del Paese ospitante. È piuttosto difficile conciliare questi due punti di vista opposti, perché i musulmani ritengono che la Sharia [legge] sia superiore alle leggi dei Paesi europei ospitanti laici.

È noto che i musulmani non si sono mai integrati in paesi da loro invasi. Piuttosto, hanno costretto i paesi conquistati a perdere – spesso in modo permanente – le loro identità etniche e culturali, le loro religioni, le loro lingue e le loro tradizioni. Si tratta di un problema serio che si pone sempre più spesso con l’Islam politico in Europa. Il Papa sembra ignorare la storia delle conquiste musulmane e i problemi sociali che l’Islam politico pone all’Europa. Ciò mette in pericolo le identità europee, le loro tradizioni e le loro radici giudaico-cristiane.

In conclusione, direi che la visita del Papa negli Emirati Arabi Uniti potrebbe aiutare l’Islam a uscire dal suo attuale confronto con il mondo moderno. L’unico modo ragionevole è il dialogo. Perché tale dialogo sia fruttuoso abbiamo bisogno di una base comune di valori e principi su cui siamo tutti d’accordo. Data l’apertura degli Emirati Arabi Uniti, essi potrebbero – e dovrebbero – svolgere un ruolo chiave per trovare tale base per costruire insieme una pace permanente.

 

Fonte: National Catholic Register

 

Qui l’annuncio del Papa:

 

Qui un Timelapse di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti:

Dubai. United Arab Emirates Timelapse/Hyperlapse from Kirill Neiezhmakov on Vimeo.

 

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