Fabio Fazioe e Papa Francesco
Fabio Fazio e Papa Francesco

 


di Mattia Spanò

 


Il grande evento, la prima lunga intervista di un papa ospite di un programma televisivo, è terminato. Scrivo alcune impressioni a caldo, soprassedendo sulla cronaca delle dichiarazioni. Su alcune cose sono stato facile profeta, quindi senza merito. Su altre, avevo torto: il papa non ha fatto cenno agli scandali della pedofilia nella Chiesa, né al tema incandescente dell’omosessualità, e nemmeno ha parlato di vaccini. Il conduttore non ha fatto domande in tema, del resto. La notizia era l’evento in sé.

Il papa è apparso in collegamento sotto la copia del quadro di “Maria che scioglie i nodi” (un quadro controverso, secondo Andrea Cionci) solo e provato, davanti ad un Fabio Fazio in sollucchero. Fazio, invece del lavalier, ha tenuto in mano il microfono durante l’anteprima e per tutta l’intervista, quasi a dismettere i panni del conduttore e vestire quelli del cronista di strada. Una scelta precisa, da domatore di tigri al circo.

Il papa ha ripreso molti dei suoi cavalli di battaglia, dai migranti nei lager libici alla plastica nei mari, dalla madre terra con la quale vivere in armonia ai produttori di armi, dalle guerre (con uno scatto su quella dimenticata nello Yemen) alla fame e la povertà, con digressioni spuntate su clericalismo e chiacchiericcio, rivangando lo scandalo per lui incomprensibile del dolore innocente. Tutte cose già sentite, recitate quasi a memoria, a braccio e stancamente. Molto stancamente. Ha avuto, è vero, un paio di guizzi semplici ma belli, quando ha parlato della croce di Cristo come centro vivo e carnale del cristianesimo, e quando ha paragonato l’uomo in preghiera al bambino che cerca in Dio il papà.

Un paio di concessioni alla cultura pop – un musical sul figliuol prodigo e un film con De Sica – e un passaggio urticante per qualche cattolico sensibile alla dottrina di sempre circa un vaporoso diritto dell’uomo pentito ad essere perdonato. Non solo da Dio, ma anche dalla società – è lecito sospettare, specie in un tempo di calpestamento selvaggio dei diritti, che sia l’Uno che l’altra possano avere altri progetti. Le parole società e sociale sono ricorse con frequenza nelle risposte di papa Francesco. Nella lunga e ben recitata anteprima, la compagnia di giro Giannini, Sarzanini, Saviano e il fresco direttore del settimanale Oggi Verdelli, titillata da Fazio, si è prodotta in quei giudizi lapidari che tanto piacciono a chi li pronuncia: un papa inviso alle gerarchie ecclesiastiche (Giannini), un papa rivoluzionario (Sarzanini), l’ultimo socialista (Saviano).

L’unico a scostarsi dal tracciato è stato Verdelli, che lo ha definito “un grande uomo solo”. Forse echeggiando Giannini nel giudizio sul perfido clero che ostacola il rivoluzionario, o forse intuendo davvero una solitudine un po’ mesta, più scivolosa e penetrante. Nessuna spavalderia nel Santo Padre, nessun eccesso di allegria – nemmeno quando ha parlato del buonumore – due o tre applausi d’ordinanza in un’aria salottiera vagamente funebre. A costo di sembrare irriverente, come quando ti ritrovi in cucina dopo il funerale di nonna, a bere un thè e sgranocchiare un biscotto con le zie e un cugino che non vedi da anni.

Qualche ripresa di taglio ha fatto vedere la lunga sala disadorna dalle pareti color crema, mostrandolo ingenerosamente come un oggetto abbandonato: una sedia posta di trequarti sul tappeto persiano, e lui sopra che guarda in macchina. Sembrava in posa per quei ritratti agli albori della fotografia. Uno squarcio anacronistico che in fondo non restituisce la verità di un uomo che, comunque la si pensi, ha davvero scosso la Chiesa dalle fondamenta.

Bisogna sempre diffidare dalle impressioni personali: anche quando sono sincere, di rado aiutano a capire. Eppure non posso fare a meno di cogliere nell’espressione di Fazio, da gatto che ha inghiottito una colonia di roditori, e nel tripudio dello studio Rai che osserva nel video wall un pontefice solo e malinconico (potenza della televisione che crea infiniti giochi di specchi), il trionfo di una cultura satolla, benpensante, incurante della propria sentimentale inconsistenza sopra la fine di un pontificato, e di un’età della Chiesa che tramonta con lui. Hanno vinto loro: questo festeggiavano, in un banchetto di chiacchiere.

«Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata» (Mt 24, 2). Se non resteranno le pietre, chissà che ne sarà delle parole.

 

 

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