“Probabilmente papa Francesco non ha mai inteso insegnare nulla. Piuttosto mi sembra affermare, con le parole e i gesti, che non c’è nulla da insegnare, il che giocoforza esclude il tema della forma e della sostanza.”

 

papa Francesco

 

 

di Mattia Spanò

 

 

Leggo l’articolo di Philip Lawler. C’è un passo che mi lascia perplesso. L’autore scrive: “Papa Francesco non ha mai contraddetto formalmente una dottrina consolidata”.

Questo argomento, la “contraddizione formale”, lo sento pronunciare ogni volta che qualcuno alza il sopracciglio di fronte ad affermazioni del papa oggettivamente gravi.

Non saranno affermazioni corredate di sigillo e protocollate, ma proprio per questo hanno un effetto anche peggiore. Avanza un cattolicesimo impulsivo, a spanne. Il papa ne sembra il primo promotore.

In sostanza si dice: papa Francesco parla, ma non conferma. È una buona fotografia della situazione, ma andrebbe approfondita.

L’approssimazione espressiva di Bergoglio, che fa un uso disinvolto del discorso a braccio, credo sia lo scudo che lo protegge. Con Francesco non c’è modo di discutere di dottrina, di verità ultime, di questioni fondamentali per la vita della Chiesa. Non sono cose che lo interessino.

Riguardo al fatto che Francesco non abbia mai negato la forma della dottrina, le questioni in ballo mi sembrano due.

Che cosa si intende con “contraddizione formale della dottrina”? Una bolla, un editto, un’enciclica, una Costituzione Apostolica, un motu proprio che mettano nero su bianco, per esempio, che Gesù non è mai risorto, o che la Vergine Maria era vergine nel senso di fedele al marito?

Nulla del genere verrà mai messo nero su bianco. I cattolici fedeli alla tradizione a mio modesto parere sbagliano a pretendere che il papa dia forma al suo magistero ondivago, forse illudendosi di riaffermare così la verità di sempre per l’avvertimento del contrario nei fedeli.

A me pare invece che Bergoglio sia come uno specchio: riflette con esattezza ciò che si trova davanti. Se esistesse una possibilità che qualcuno lo richiamasse all’ordine, egli abbraccerebbe la sua tesi. Fine della diatriba. La maggioranza dei cattolici, o sedicenti tali, è d’accordo con Bergoglio. Perché? Perché è il papa.

Sul piano profondo il papa che non contraddice “formalmente” la dottrina è consistente come l’acqua che spegne il fuoco: l’acqua non obbedisce ad un principio legale fisico-chimico. Spegne il fuoco e basta. La legge fisica discende dall’osservazione del fenomeno. Non il contrario. Sarebbe molto stupido cambiare formalmente la dottrina.

Ci sono numerose evidenze del fatto che Bergoglio voglia collocarsi su un piano “naturale”. Ad esempio, quando afferma che Dio perdona sempre e comunque, egli benedice la naturale inclinazione del peccatore a perdonarsi tutto.

O quando dice che chi non crede invece di pregare per lui può inviargli “buone vibrazioni”, mette sullo stesso piano una preghiera studiata, teologicamente fondata, e un sentimento spontaneo che non richiede di aderire a nulla.

Da questa naturalezza astuta altri ricaveranno una dottrina parallela dal magistero di Francesco, cattolica quanto quella di sempre, tradizionale quanto quella che contraddice, dal momento che è il legittimo papa regolarmente eletto ad averla suggerita. Non è il papa a dover rendere giustificazioni formali: lo faranno i buoni cattolici fedeli al papa.

C’è poi un altro aspetto, politico. Una legge può essere emendata o abrogata. Se non la si vuole discutere, la prima cosa da fare è non promulgarla. Basta buttare là un ragionamento tronco, sul genere “bisogna obbedire alle autorità civili”, oppure “vaccinarsi è un atto d’amore”. Il resto viene da sé.

Ciò che si innesca è un uso della dottrina – secondo Lawler e il sottoscritto, magari un abuso – vale a dire qualcosa di molto più sostanziale. A volte per annichilire una legge, il fatto di rispettarla è persino più efficace del violarla o negarla.

Si prenda il caso della Traditionis Custodes: già dal titolo beffardo, basta proporre l’idea che la messa in latino sia un inutile “modernismo”, rimosso il quale la tradizione sarebbe interamente ripristinata. Non è un’interpretazione: è esattamente ciò che restituisce il funambolico testo.

Del resto, Lawler stesso pone la questione che circoscrive il problema, quando scrive: “Papa Francesco e i suoi strenui sostenitori ci assicurano che il Sinodo non apporterà alcun cambiamento nella dottrina cattolica. Ma questo ha importanza, se nessuno presta attenzione alla dottrina?”.

No, non ne ha. Il Sinodo non cambierà la forma, ma la sostanza della Fede. Sul modello Traditionis Custodes – e altri provvedimenti, come il riordino dei monasteri contemplativi – avanzerà l’idea che ciò che mette in pericolo la tradizione sia la tradizione stessa. Ciò che nega la dottrina è la dottrina stessa.

Si dice: il mondo è cambiato. Il mondo cambia da sempre. In verità è cambiata la Chiesa. È dipingere di verde un prato raccontando alla gente che prima era arancione.

Il che ci porta alla seconda questione: la necessità di definire in quali termini l’uomo, per nascita confinato in una manciata di anni, contribuisce all’universalità di un’istituzione bimillenaria come la Chiesa.

In termini più precisi: se questa universalità si debba sviluppare in senso storico – ad esempio, compiendo lo “spirito del Concilio” – oppure debba svilupparsi nella breve vita del cristiano.

Nel primo caso, quello storico, si tratta di seminare senza raccogliere. Cambiare la Chiesa, riformarla, aggiornarla, rivoluzionarla è un lavoro estenuante, senza sbocchi: si tratta di rinnovare il rinnovamento, cambiare il cambiamento, in una spirale tautologica senza fine. Infatti, nel marasma generale del cambiamento, prevale un senso di profonda stanchezza e noia.

La foga di papa Francesco è indice di un’ansia profonda. Come Mosè conduce gli ebrei alla Terra Promessa, ma avendo offeso gravemente Dio non vi entrerà mai. Il lavoro di una vita vanificato dal limite invalicabile della morte.

Quella dell’aggiornamento continuo è un’ideologia presa di peso dall’informatica: si aggiorna qualcosa che non funziona, che è fragile e malfatto.

Per spillare denaro ai clienti, gli si racconta che la nuova versione è molto meglio della vecchia, mentendo sul fatto che sono inutili e penose entrambe.

Nel secondo caso, quello della dimensione personale di ognuno, la questione diventa conoscere ciò che si crede. Perché? Per tramandarla ai figli. Platone scrive che facciamo figli perché moriamo. Esiste una dimensione eterna anche nella vita terrena, a patto di tramandare cose eterne, che sono eterne nella misura in cui non cambiano.

Questo garantisce vitalità alla fede, non l’esistenza di leggi che, per buone che siano, possono restare lettera morta.

Nella realtà dei fatti, nessun pontefice può cambiare formalmente nulla. Può però rimescolare le carte, può “iniziare processi”, “accompagnare” qualcuno verso ciò che “lui crede sia il bene”.

Probabilmente papa Francesco non ha mai inteso insegnare nulla. Piuttosto mi sembra affermare, con le parole e i gesti, che non c’è nulla da insegnare, il che giocoforza esclude il tema della forma e della sostanza.

Se diamo retta a Thomas Stearns Eliot quando scrive che “il mondo finirà non già con uno schianto, ma con un lamento”, seguendo il mondo anche la Chiesa finirà allo stesso modo.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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