Pur non concordando conil contenuto del primo capoverso, rilancio alla riflessione di tutti un articolo del prof. Leonardo Lugaresi pubblicato sul suo sito.

 

Papa Francesco (AP Photo/Luca Zennaro, Pool)

 

Ieri sera (l’altra sera, ndr), a quanto pare, la breaking news mondiale era: “il papa è favorevole alle nozze gay”. È una mezza bufala, a quanto pare, nel senso che ieri il papa non ha detto niente, ma è stato divulgato un film che contiene spezzoni di una sua intervista di un anno fa. Chi vuole saperne di più può leggere su La Nuova Bussola Quotidiana di oggi un dossier di articoli che ad una prima lettura mi sembra valido.

Comunque stiano e comunque vadano le cose, resta il fatto che la “notizia”, per la gran parte del pubblico rimarrà quella di cui sopra, e che di conseguenza il tasso di confusione nella chiesa, già alto, aumenterà ancora di qualche tacca. Confesso di non essere più molto appassionato a questo tipo di vicende (forse perché ormai ci ho fatto il callo) ma azzardo solo una piccola osservazione. Credo che il problema che abbiamo sia che di papi ce ne sono tre. O per meglio dire, quando pronunciamo la parola “papa”, si possono intendere tre cose diverse.

La prima è la funzione e l’istituzione che concretizzano storicamente il principio petrino, cioè quell’istanza ultima di salvaguardia e promozione della fede che Gesù Cristo stesso ha voluto e posto come fondamento della chiesa. La chiesa – l’unica vera chiesa (non qualsiasi comunità cristiane a cui per convenzione oggi si attribuisca tale denominazione) – è tale in quanto è apostolica, cioè fondata sul collegio degli apostoli scelti da Gesù e sui loro successori. In seno e in comunione con il collegio apostolico, il Signore ha voluto che Pietro avesse una funzione primaziale di garanzia e conferma della fede, assistita da una speciale Sua grazia (cfr. Lc 22, 31-34). La forma concreta di espressione e di esercizio di tale munus petrino è molto cambiata nel corso dei secoli (come sa bene chiunque conosca anche solo i primi rudimenti di storia della chiesa): il papa, così come lo conosciamo oggi, non c’è sempre stato, ma per noi cattolici lo sviluppo della storia della chiesa, almeno nel suo insieme e nelle sue grandi linee, è dotato di un significato teologico perché crediamo che lo Spirito agisca e guidi tale sviluppo storico. Dunque oggi il papa è quella funzione e quella istituzione che si è andata conformando nel corso dei secoli fino al culmine della definizione del dogma della sua infallibilità ex cathedra da parte del Concilio Vaticano I.

Si usa spesso parlare di sovranità come caratteristica essenziale dell’attuale forma di espressione del principio petrino e questa idea è ben radicata nella mente dei fedeli, ma spesso viene malamente tradotta più o meno così: “il papa può fare e dire quello che vuole perché è il papa, e buon cattolico è solo chi lo segue sempre e comunque”. In realtà, la presunta sovranità di Pietro consiste solo ed esclusivamente nella sua totale ubbidienza a Cristo. Il papa non solo non può fare e dire quello che vuole, ma può fare e dire esclusivamente quello che vuole il Signore. A Pietro, Gesù ricorda che quando era giovane (cioè quando non era il “papa”) si cingeva la veste da solo e andava dove voleva, ma da vecchio (cioè da “papa”) tenderà le mani e un altro lo porterà dove lui non vorrà (cfr. Gv 21, 18). La chiesa sa e insegna solo quello che il suo Maestro le ha insegnato e che la tradizione ha trasmesso, meditato e approfondito: il papa questo solo sa e può dire da papa. Al di fuori di questa totale soggezione al suo Signore, non ha alcun potere. Se “il papa”, per assurdo, facesse un’enciclica per dichiarare che il Figlio non è della stessa sostanza del Padre, non sarebbe il papa a parlare e quell’enciclica, pur con tutti i sigilli e le ceralacche del mondo, non sarebbe magistero.

Il secondo papa è la persona che pro tempore esercita quella funzione e incarna, per così dire, quella istituzione. Il suo dovere è di lasciarsi inchiodare a tale croce, sacrificando continuamente la sua soggettività al compito oggettivo che gli è stato scaricato sulle spalle. Questo è difficilissimo, anche perché ciò non può voler dire (sarebbe inumano) che egli debba rinunciare alla sua personalità. Joseph Ratzinger, che era perfettamente consapevole della delicatezza di questo nesso tra persona e istituzione, quando ritenne di dover scrivere, da Benedetto XVI qual era, dei libri (peraltro di fondamentale e colpevolmente da noi trascurata importanza) su Gesù Cristo, lo dichiarò esplicitamente nell’introduzione: “ognuno è libero di criticarmi, perché in questo momento sto parlando da ‘dottore privato’ non da papa”. (Chiese solo un “anticipo di simpatia”, che non gli fu accordato). Il nostro dovere è pregare perché la persona che temporaneamente fa il papa lo faccia nella maniera migliore e non impicciarci troppo di come lo fa: questi sono affari suoi e di Dio (con il quale i conti li dovrà regolare lui). Quanto al resto, la persona che fa temporaneamente il papa è una persona come le altre, verso la quale non possiamo che avere lo stesso atteggiamento che dovremmo avere verso tutti i nostri fratelli nella fede. Può piacerci o non piacerci, possiamo stimarla più o meno, ma tutto questo è accidentale. Osservo solo che la stragrande maggioranza di noi dovrebbe anzitutto rendersi conto di non conoscere veramente quella persona. Chi è veramente Jorge Mario Bergoglio? Io mica lo so. Non gli ho mai parlato, addirittura non l’ho mai visto di persona (con Karol Wojtyla ho parlato una volta, e con Joseph Ratzinger pure, ma quando ancora non era papa, ma entrambe le volte, ovviamente, solo per pochi istanti). Posso solo dire che quel poco che conosco di Bergoglio non lo capisco e non mi fa venire neanche il desiderio di conoscerlo meglio. Non so e non capisco che cosa pensi veramente, e quale sia la sua posizione su tante cose, perché mi pare che dica e faccia cose diverse e in contrasto tra loro. Non capisco certe cose che fa, e certe cose che dice se fossi in lui non le direi, ma insomma non è mica obbligatorio che questo papa mi piaccia quanto mi piacevano i suoi predecessori e non è affar mio il modo in cui lui fa il papa. Mi basta sapere che se un giorno, per assurdo esempio, facesse un’enciclica con dentro tutte le boiate che in questi anni il suo amico Scalfari gli ha messo in bocca, quella non sarebbe un’enciclica del papa, pur con tutti i sigilli e le ceralacche del mondo.

Il problema è il terzo papa, quello mediatico, che è poi quello che in realtà tutti conosciamo e che rischiamo di confondere col primo e col secondo. Quest’ultimo papa, che in fondo altro non è che un “pupazzo mediatico”, si è gonfiato a dismisura negli ultimi decenni, di pontificato in pontificato, e io credo che uno dei più gravi – e meno avvertiti! – problemi della chiesa di oggi sia proprio quello di come regolarsi nei confronti di tale mostruosa ipertrofia. Il punto è che la forma, i connotati, la postura, i gesti, le parole, in sintesi la comunicazione di cui tale pupazzo è l’interprete sono decisi fuori dalla chiesa, da altre agenzie e secondo altri criteri. Non conta nulla se a gonfiare il pupazzo ci siano anche degli ecclesiastici di buona (o non buona) volontà: siamo comunque fuori da quel “recinto di prossimità a Cristo” che la comunione ecclesiale ha sempre difeso e custodito. Fuori dall’ovile, fuori dal cenacolo. Quel papa lì – che, ripeto, sciaguratamente è il solo che quasi tutti conoscono – è fuori. Oggi con Bergoglio il problema è divenuto macroscopico, ma l’ipertrofia o la deformazione mediatica era cominciata già da prima: con Ratzinger, con Wojtyla, con Montini, con Roncalli, con Pacelli … L’incidente di ieri, che non è il primo e non sarà l’ultimo, è solo l’ennesima conferma di una situazione patologica che si fa sempre più grave.

Io non sono nessuno e non ho alcun tipo di autorevolezza, ma da semplice battezzato penso che un radicale ripensamento delle forme espressive del munus petrino e del suo rapporto con il sistema della comunicazione sarebbe quanto mai urgente.

 

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